Smascherare l’orrore silenzioso: l’aborto farmacologico
P. Shenan J. Boquet
(Originale in inglese: www.hli.org )
«Per facilitare la diffusione dell’aborto, sono state investite e continuano ad essere investite ingenti somme di denaro nella produzione di prodotti farmaceutici che rendono possibile uccidere il feto nel grembo materno senza ricorrere all’assistenza medica. Su questo punto, la stessa ricerca scientifica sembra essere quasi esclusivamente preoccupata di sviluppare prodotti sempre più semplici ed efficaci nel sopprimere la vita e che allo stesso tempo siano in grado di sottrarre l’aborto a qualsiasi forma di controllo o responsabilità sociale». ― Papa San Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 13
Mentre scrivo, la Corte Suprema degli Stati Uniti sta valutando il caso sull’aborto più importante mai arrivato al suo vaglio dall’annullamento della sentenza Roe contro Wade.
Il caso riguarda la questione di come le donne abbiano accesso ai farmaci abortivi – proprio quei farmaci sui quali Papa San Giovanni Paolo II ci aveva profeticamente messo in guardia decenni fa, con le parole citate sopra, dicendo che gli attivisti pro-aborto stavano investendo tutto nello sviluppo e nella distribuzione.
Lunedì 4 maggio, appena pochi giorni fa, il giudice Samuel Alito ha emesso una sospensione amministrativa che blocca la sentenza della Corte d’Appello del Quinto Circuito, la quale avrebbe imposto alle donne di procurarsi il farmaco abortivo mifepristone direttamente da un medico, anziché per posta. Tale sospensione scade oggi, lunedì 11, alle 17:00 EST. La Corte Suprema potrebbe pronunciarsi da un momento all’altro.
Qualunque sia la decisione dei giudici, questo caso ha già messo in luce una scomoda verità. L’annullamento della sentenza Roe non ci ha portato la vittoria decisiva di cui abbiamo bisogno per garantire che ogni vita umana sia protetta dal concepimento alla morte naturale.

Ciò non è dovuto al fatto che la vittoria giuridica del 24 giugno 2022, quando la sentenza Roe è stata ribaltata, fosse priva di sostanza. Piuttosto, è perché mentre noi festeggiavamo la riparazione di un grave torto e il fatto che ciò avesse dato agli Stati la libertà di proteggere i bambini non ancora nati, l’industria dell’aborto stava silenziosamente costruendo un sistema parallelo di distribuzione di farmaci per corrispondenza che ha reso le nostre leggi statali quasi prive di significato.
Ad oggi, l’aborto chimico rappresenta circa i due terzi di tutti gli aborti negli Stati Uniti. Secondo il conteggio di Live Action, nel 2025 più di 732.000 gravidanze sono state interrotte con la pillola abortiva: una ogni 44 secondi. Di queste, secondo i dati dello stesso Guttmacher Institute, circa 91.000 sono state spedite tramite telemedicina in Stati con divieti totali di aborto, di cui più di 9.300 a donne nella sola Louisiana.
Rileggete quella frase: oltre 91.000 aborti sono stati praticati, in Stati in cui l’aborto è illegale, grazie ai farmaci abortivi venduti per corrispondenza. In altre parole, la pillola abortiva ha fatto per corrispondenza ciò che un tempo la sentenza Roe fece per decreto giudiziario.
La sentenza tanto attesa della Corte d’Appello del Quinto Circuito
Il caso dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti è «Stato della Louisiana contro Food and Drug Administration», presentato dal Procuratore Generale della Louisiana Liz Murrill con il sostegno dell’Alliance Defending Freedom.
La causa contesta la decisione della FDA del 2023, finalizzata sotto l’amministrazione Biden, di abolire il requisito di lunga data secondo cui il mifepristone deve essere dispensato di persona. Tale modifica normativa, che fa seguito a un indebolimento degli standard di sicurezza avvenuto nel 2016, ha permesso che la pillola abortiva fosse prescritta tramite telemedicina e spedita tramite il servizio postale degli u.s.mail.
Venerdì 1° maggio, un collegio di tre giudici della Corte d’Appello del Quinto Circuito degli Stati Uniti, in una sentenza redatta dal giudice Kyle Duncan, si è schierato a favore della Louisiana. Il ragionamento del collegio è andato dritto al cuore della questione. Citando la legge della Louisiana che dichiara che «ogni bambino non ancora nato è un essere umano dal momento del concepimento ed è, quindi, una persona giuridica», la corte ha scritto che «ogni aborto facilitato dall’azione della FDA annulla il divieto della Louisiana sugli aborti farmacologici e ne mina la politica».
A poche ore dalla sentenza della Corte d’Appello del Quinto Circuito, i produttori di pillole abortive Danco Laboratories e GenBioPro hanno presentato istanze d’urgenza alla Corte Suprema degli Stati Uniti chiedendo la revoca della sentenza. Entro il lunedì successivo, il giudice Alito aveva emesso la sua sospensione amministrativa, consentendo che le pillole abortive continuassero a circolare mentre l’Alta Corte esamina il caso.
Le reazioni si sono immediatamente divise secondo le linee previste. Il Guttmacher Institute (fino al 2007 “affiliato speciale” di Planned Parenthood) ha definito la sentenza “la minaccia più grave all’aborto dall’annullamento di Roe v. Wade”, e l’American Civil Liberties Union (ACLU) ha lanciato allarmi simili.
Al contrario, la presidente di Susan B. Anthony (SBA) Pro-Life America, Marjorie Dannenfelser, ha descritto la situazione come una “crisi di quinta categoria”, e Kristan Hawkins di Students for Life Action l’ha definita “follia morale” che “i bambini non ancora nati muoiano mentre noi discutiamo su come la lobby dell’aborto e le grandi aziende farmaceutiche potrebbero essere danneggiate”.
Forse l’osservazione più incisiva è venuta dall’Associazione americana dei ginecologi pro-vita, che ha messo a nudo la menzogna alla base dell’intero sistema dell’«aborto in telemedicina». Non c’è «nessuna visita, nessuna ecografia, nessun controllo per verificare l’eventuale presenza di coercizione e nessun medico responsabile nel caso in cui le pazienti subiscano danni… Si tratta di una transazione, non di un’interazione medica».
Proprio così.
L’incoscienza dell’industria dell’aborto
Il mifepristone agisce bloccando il progesterone, l’ormone che sostiene la gravidanza. Il risultato è la morte del feto nel grembo materno. Nel cosiddetto «aborto farmacologico», viene poi assunto un secondo farmaco, il misoprostolo, per indurre le contrazioni ed espellere il corpo del feto deceduto. Questo trattamento a base di due farmaci viene presentato alle donne come una soluzione riservata, semplice e sicura.
Non è nulla di tutto ciò.
La stessa etichetta della FDA avverte che dal 2,9 al 4,6 per cento delle donne che assumono il mifepristone finisce al pronto soccorso. Un’analisi dell’Ethics and Public Policy Center sui dati relativi alle richieste di rimborso assicurativo ha rilevato che circa una donna su dieci ha subito un grave evento avverso entro 45 giorni dall’assunzione del mifepristone, un tasso che, secondo gli autori, è significativamente più alto di quanto suggerisca l’etichetta della FDA. La stessa FDA riconosce che almeno 36 donne sono morte in relazione al farmaco dal 2000, e questi sono solo i decessi di cui l’agenzia è stata informata.
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Perché la FDA non ne sa di più? Perché nel 2016 l’agenzia ha silenziosamente eliminato l’obbligo per le case farmaceutiche di segnalare gli eventi avversi diversi dai decessi. In base alla normativa federale, proprio quei dati che ci direbbero quanto sia effettivamente pericolosa la pillola abortiva sono stati lasciati scomparire.
A ciò si aggiunge un quadro ancora più cupo. Live Action e altri investigatori hanno documentato che gli addetti ai lavori dell’industria dell’aborto istruiscono da anni le donne con complicazioni a presentarsi al pronto soccorso e a riferire di un “aborto spontaneo” piuttosto che ammettere di aver assunto il farmaco. Alcuni hanno persino esortato il personale del pronto soccorso a falsificare le cartelle cliniche. Le complicazioni sono reali. I numeri ufficiali sono finzione. E alle donne, a cui viene ripetutamente detto che la pillola abortiva è più sicura del Tylenol, vengono raccontate bugie.
Questa non è “assistenza sanitaria riproduttiva”. È, per usare le parole di Papa San Giovanni Paolo II, la “distorsione e contraddizione” della stessa professione medica (Evangelium vitae, n. 4).
Come la telemedicina ha vanificato la sentenza Dobbs
Il quadro giuridico post-Dobbs avrebbe dovuto consentire agli Stati di promulgare leggi a tutela della vita umana prima della nascita. Tredici Stati applicano ora divieti totali di aborto e molti altri hanno introdotto restrizioni significative. Si tratta di un progresso straordinario, un progresso che abbiamo atteso per decenni.
Eppure, dopo la sentenza Dobbs, il numero di aborti è effettivamente aumentato. Il Guttmacher Institute riporta circa 1.126.000 aborti clinici nel 2025, un aumento rispetto all’anno precedente. Planned Parenthood ha effettuato un numero record di 434.450 aborti nel suo anno fiscale 2024-25, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Com’è possibile?
La risposta è la pillola abortiva, distribuita tramite servizi di telemedicina e tramite il servizio postale statunitense proprio negli Stati in cui le leggi la vietano. WeCount, un osservatorio pro-aborto, ha riferito che, entro giugno 2025, si sarebbero verificati quasi 15.000 aborti al mese in base alle cosiddette “leggi scudo”, statuti approvati da Stati pro-aborto come New York, Massachusetts e California che pretendono di proteggere i medici abortisti che spediscono farmaci negli Stati in cui l’aborto è illegale. Negli Stati con divieti totali di aborto, quasi tutti gli aborti ora avvengono in questo modo.
In altre parole, quando una giovane donna in Louisiana, Texas o Tennessee si ritrova con una gravidanza indesiderata, ora basta una ricerca su Google e un appuntamento di telemedicina per ricevere un pacco sulla soglia di casa.
Non viene effettuata alcuna ecografia per confermare l’età gestazionale. Nessuno screening per individuare una gravidanza extrauterina, che il mifepristone non è in grado di trattare e che può mettere a rischio la vita se non diagnosticata. Nessuno screening per individuare il fidanzato violento o il trafficante che la sta costringendo ad abortire. Solo pillole spedite per posta.
Come ha detto in modo eloquente la settimana scorsa la rappresentante dello Stato dell’Iowa Devon Wood, difendendo la nuova legge del suo Stato che limita la vendita per corrispondenza di farmaci abortivi: “Richiedendo visite di screening di persona, stiamo dando a queste donne un’ancora di salvezza. Stiamo fornendo un rifugio privato e clinico dove un esperto può guardarle negli occhi e chiedere: ‘Sei al sicuro?’. Quell’opportunità di intervento va persa nel momento in cui spostiamo questo processo su uno schermo di computer, un telefono o una cassetta postale”.
Sfida pro-aborto
L’elemento più inquietante della settimana scorsa è stato vedere l’industria dell’aborto comunicare apertamente la sua intenzione di violare la legge, indipendentemente da come si pronuncerà l’Alta Corte.
Se la sentenza della Corte d’Appello del Quinto Circuito sarà confermata, gli operatori che praticano l’aborto hanno annunciato pubblicamente che passeranno a un regime “solo misoprostolo”, somministrando esclusivamente il secondo farmaco, nonostante il fatto che questo protocollo non sia mai stato approvato dalla FDA per l’aborto e nonostante il suo tasso più elevato di aborti incompleti, emorragie e visite al pronto soccorso.
Persino l’attivista pro-aborto Jessica Valenti ha ammesso che «gli attivisti con cui ho parlato temono che ci sarà un aumento delle visite al pronto soccorso a causa degli aborti effettuati solo con il misoprostolo». La sua conclusione? Si tratta di «un’ulteriore crudeltà da parte del movimento antiabortista».
Notate l’inversione morale. Gli attivisti pro-aborto ammettono apertamente che il loro regime farmacologico alternativo danneggerà più donne, per poi incolpare il movimento pro-vita per il danno che loro stessi stanno scegliendo di infliggere. Alla faccia della preoccupazione per la salute delle donne!
I fallimenti dell’amministrazione Trump
Tragicamente, l’amministrazione Trump, nonostante i suoi impegni retorici a favore della vita e le sue promesse di una revisione della sicurezza della pillola abortiva da parte della FDA, è stata vistosamente assente da questa battaglia. Infatti, l’amministrazione ha rifiutato di difendere in tribunale la precedente restrizione sulle pillole vendute per corrispondenza, sostenendo invece che la causa intentata dalla Louisiana presentava vizi procedurali che giustificavano una sentenza contro lo Stato.
La promessa revisione di sicurezza del mifepristone da parte della FDA, annunciata quasi un anno fa, non ha prodotto alcun risultato. Il senatore Josh Hawley (R-MO) ha apertamente messo in dubbio che la revisione sia effettivamente in corso.
La settimana scorsa, in una significativa intervista al Wall Street Journal, la presidente di SBA Pro-Life America, Marjorie Dannenfelser, ha affermato senza mezzi termini: «Trump è il problema. Il presidente è il problema». Dannenfelser ha poi definito «vergognosa» l’inerzia dell’amministrazione e ha annunciato che la sua organizzazione sosterrà solo candidati impegnati in «azioni pro-vita a livello nazionale», ripudiando esplicitamente la strategia «solo a livello statale» che ha dominato il Partito Repubblicano dal 2024.
Il presidente del Family Research Council, Tony Perkins, ha aggiunto: «Gli elettori pro-vita si chiederanno cosa stia succedendo quando si recheranno alle urne a novembre».
Non mi piace criticare un’amministrazione che ha fatto del bene ai nascituri. I candidati di Trump alla Corte Suprema ci hanno aiutato ad abrogare la sentenza Roe: una vittoria importante. Ma i dati sono dati. Dopo la sentenza Dobbs, gli aborti sono aumentati, non diminuiti.
Il governo federale ha sia l’autorità che il dovere morale di far rispettare il Comstock Act e di ripristinare la responsabilità medica di base per l’aborto chimico. Non sta facendo né l’una né l’altra cosa. E ogni mese, decine di migliaia di bambini non ancora nati muoiono a causa di un farmaco spedito in Stati le cui leggi stabiliscono che le loro vite debbano essere protette.
Il movimento pro-vita è stato un partner fedele del Partito Repubblicano quando questo si è dimostrato risoluto nel difendere la vita umana non ancora nata. Ma gli elettori pro-vita non hanno lavorato per cinquant’anni per ribaltare la sentenza Roe solo per sentirsi dire che il governo federale non ha alcun ruolo nel fermare l’aborto tramite farmaci per corrispondenza.
La dignità di ogni vita
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che «il diritto inalienabile alla vita di ogni persona umana innocente è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione» (n. 2273). Si noti che
termine fondamentale. Non si tratta di una questione marginale. Una società che non riesce a proteggere la vita umana innocente si è autodistrutta fin dalle sue fondamenta.
Ognuna di quelle 732.000 gravidanze interrotte con l’aborto farmacologico lo scorso anno era la vita di un essere umano unico e insostituibile, portatore dell’immagine e della somiglianza di Dio. Il fatto che questa enorme perdita avvenga ora in privato, nei bagni, senza cliniche e senza manifestazioni di protesta all’esterno, non ne diminuisce il peso morale. Semmai, rafforza il nostro dovere di testimoniare ciò che si sta perdendo.
In Evangelium vitae, Papa San Giovanni Paolo II ha insegnato che le leggi civili che autorizzano l’aborto «sono completamente prive di autentica validità giuridica»; inoltre, «esiste un grave e chiaro obbligo di opporvisi mediante l’obiezione di coscienza» (nn. 72-73).
Questo è il principio in base al quale dobbiamo giudicare la situazione attuale. Le leggi di tutela degli Stati favorevoli all’aborto, la decisione della FDA di consentire la spedizione per posta di farmaci abortivi, la sfida aperta dell’industria dell’aborto ai tribunali federali e il suo istruire le donne a mentire ai propri medici: tutto questo è condannato dalla coscienza.
Il percorso da seguire deve prevedere un intervento a tutti i livelli. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrebbe confermare la sentenza della Corte d’Appello del Quinto Circuito. Il governo federale dovrebbe ripristinare l’obbligo di somministrazione in presenza (non che noi giustifichiamo in alcun modo l’aborto o l’approvazione di tali farmaci), applicare la legge Comstock e portare a termine una seria revisione della sicurezza del mifepristone da parte della FDA.
E, come ha dimostrato l’Iowa la scorsa settimana con l’approvazione della House File 2788 (ora in attesa della firma del governatore Kim Reynolds), gli Stati pro-vita devono agire con urgenza per vietare l’aborto per corrispondenza all’interno dei propri confini, con misure di applicazione rigorose. Il Texas, la Florida e l’Arkansas hanno iniziato questo lavoro. Ogni Stato che ha a cuore la vita dei nascituri e la sicurezza delle donne deve seguire il loro esempio.
Non possiamo vincere la battaglia legale di Dobbs e perdere la guerra pratica del mifepristone per corrispondenza.
Leggere le parole di Papa San Giovanni Paolo II citate all’inizio di questo articolo fa riflettere. Egli vide con estrema chiarezza esattamente come gli attivisti pro-aborto avrebbero fatto in modo che l’aborto fosse disponibile, a tutti i costi. Tuttavia, nella stessa enciclica il santo papa ci ha anche fornito gli strumenti necessari per reagire – a cominciare dalla preghiera e dal digiuno.
Usiamo questi strumenti e respingiamo la cultura della morte.

Padre Shenan J. Boquet
In qualità di presidente di Human Life International, padre Boquet è uno dei massimi esperti del movimento internazionale a favore della vita e della famiglia, avendo visitato quasi 90 paesi in missioni a favore della vita nell’ultimo decennio. Padre Boquet collabora con i leader del movimento a favore della vita e della famiglia in 116 paesi che collaborano con HLI per proclamare e promuovere il Vangelo della Vita. Leggi qui la sua biografia completa

