La Gran Bretagna dice no al suicidio assistito

Di padre Boquet tradotto dall’inglese da www.hli.org

“Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell’esistenza di chi soffre, l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante «perversione» di essa: la vera «compassione», infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza.”

― Papa San Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 66

Venerdì pomeriggio, 11 settembre, la Camera dei Comuni britannica ha respinto con 286 voti contro 270 un disegno di legge che avrebbe legalizzato il suicidio assistito per i malati terminali in Inghilterra e Galles.

Quindici mesi prima, la stessa Camera dei Comuni aveva approvato lo stesso disegno di legge.

Il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, presentato per la prima volta dalla deputata laburista Kim Leadbeater, aveva superato la seconda lettura nel novembre 2024 con 55 voti di scarto e la terza lettura nel giugno 2025 con 23 voti di scarto. Ci era stato detto che ormai fosse impossibile fermarlo.

Poi il testo era passato alla Camera dei Lord, dove i pari avevano presentato circa 1.200 emendamenti, fino a quando, ad aprile, il tempo disponibile per esaminarlo era terminato. Una seconda deputata laburista, Lauren Edwards, lo ha ripresentato a giugno, quasi parola per parola. L’11 settembre, però, è stato respinto con 16 voti di scarto.

Nessuno dei deputati che nel 2025 aveva votato contro il disegno di legge ha cambiato idea per sostenerlo. Tutti i cambiamenti di posizione sono avvenuti nella direzione opposta.

Il voto è stato così serrato che Suella Braverman, bloccata da un treno in ritardo, ha attraversato di corsa Green Park ed è riuscita a entrare nella sala del “No” con appena trenta secondi di anticipo.

Perché i parlamentari hanno cambiato posizione

Che cosa è cambiato? Una parte della risposta sta nel fatto che i parlamentari hanno ascoltato la voce di una collega che sta morendo.

Ashley Dalton è una deputata laburista ed ex ministra della Salute. Ha un cancro al seno metastatico al quarto stadio. Secondo il disegno di legge all’esame della Camera, è esattamente il tipo di persona per cui il provvedimento era stato pensato. Eppure, si è alzata per opporsi.

“Una morte terribile o una morte assistita non sono una scelta”, ha dichiarato alla Camera. “Sono una minaccia.” Le cure palliative nel Regno Unito, ha affermato, “sono eccellenti” e “l’idea che non sia possibile alleviare il dolore e il disagio è falsa.” “La risposta non è terrorizzare le persone e le loro famiglie. È innanzitutto garantire cure palliative e assistenza sociale adeguate.”

Il cronista parlamentare del The Times ha indicato il suo intervento come uno dei momenti decisivi del dibattito.

Altri parlamentari avevano cominciato a cambiare posizione già da mesi. Janet Daby, deputata laburista per Lewisham East, aveva votato a favore del disegno di legge nel giugno 2025 e, in seguito, aveva iniziato ad avere incubi al riguardo. Venerdì ha raccontato alla Camera di non riuscire a dimenticare una conversazione avuta con una persona alla quale era stato diagnosticato l’HIV/AIDS prima che esistessero cure efficaci. Quella persona le aveva detto che, se all’epoca fosse stato disponibile il suicidio assistito, lo avrebbe scelto.

Ma allora non era disponibile. Oggi quella persona è stabilizzata grazie ai farmaci, lavora a tempo pieno e, ha raccontato Daby, «non è più favorevole al suicidio assistito».

L’ex primo ministro Theresa May, oggi membro della Camera dei Lord, aveva spiegato con poche parole che cosa non andasse nel disegno di legge quando la prima versione era arrivata a quella Camera lo scorso settembre. Aveva dichiarato: “Questo non è un disegno di legge sul “suicidio assistito”. È un disegno di legge sul suicidio”. E aveva aggiunto: «Il suicidio è sbagliato. Questo disegno di legge è sbagliato”.

L’opposizione ha attraversato tutte le appartenenze politiche. La leader conservatrice Kemi Badenoch e il leader dei Liberal Democratici Ed Davey hanno entrambi votato contro, così come importanti esponenti laburisti, tra cui Angela Rayner, Wes Streeting e Shabana Mahmood. Anche Nigel Farage, leader di Reform, si è opposto al disegno di legge.

Il primo ministro Andy Burnham si è astenuto, spiegando di non voler «influenzare indebitamente il dibattito in qualità di primo ministro». Tuttavia, a luglio aveva dichiarato ai giornalisti che prima di affrontare un simile dibattito era necessario “sistemare il finanziamento delle cure palliative e dell’assistenza sociale” e che era “molto difficile affrontare una discussione più ampia in un contesto in cui le persone non ricevono quelle cure”.

L’impatto dell’opposizione della Camera dei Lord

L’altra parte della spiegazione del fallimento del disegno di legge riguarda proprio la Camera dei Lord.

La Camera dei Comuni aveva approvato il testo, secondo le parole di Dan Hitchens su First Things, sulla base di «costose campagne di pubbliche relazioni e di una vaga buona volontà». I Lord, tra i quali siedono ex presidenti dei Royal Colleges medici ed ex dirigenti del NHS, hanno invece esaminato il disegno di legge clausola per clausola nell’arco di cinque mesi. E ciò che hanno trovato, scrive Hitchens, è stato un testo che non offriva risposte concrete a questioni fondamentali.

Il Royal College of Psychiatrists ha spiegato  a una commissione della Camera dei Lord che i malati terminali sono particolarmente esposti al rischio di depressione, che quando la depressione viene curata “il desiderio di affrettare la morte spesso diminuisce” e che il sistema previsto dal disegno di legge non disponeva di strumenti sufficientemente chiari per individuare eventuali bisogni non soddisfatti.

Gli esperti di controllo coercitivo hanno avvertito che le vittime di abusi diventano «ancora più vulnerabili» dopo una diagnosi terminale e che i medici «non sono particolarmente bravi» a riconoscere i segnali di coercizione.

I rappresentanti delle persone con disabilità hanno sottolineato  che, nei Paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito, il timore di essere un peso figura “piuttosto in alto” tra le ragioni per cui le persone chiedono di morire. La stessa valutazione d’impatto del governo ha riconosciuto che le persone con disabilità “potrebbero avvertire una pressione, anche se sottile”, a causa della mancanza di servizi adeguati.

Gli avvertimenti contro la legalizzazione

A Lord Falconer, principale promotore del disegno di legge alla Camera dei Lord, è stato chiesto a gennaio che cosa sarebbe accaduto se una persona avesse scelto di morire perché non riusciva ad accedere a cure palliative adeguate.

La sua risposta è stata vaga: “Naturalmente, nessuno vuole che l’assenza di cure palliative sia la ragione per cui una persona richiede la morte assistita, ma dobbiamo offrire a tutti questa possibilità sulla base della realtà in cui vivono”.

Il vescovo Philip Egan di Portsmouth ha indicato il Paese che ha già compiuto questo esperimento. “In Canada già”, ha detto, “più del 5% dei decessi avviene attraverso un’iniezione letale”. Il deputato conservatore Andrew Murrison ha sollevato la stessa questione alla Camera: “In Canada abbiamo assistito a una deriva davvero allarmante, in particolare per quanto riguarda la salute mentale”.

I vescovi cattolici di Inghilterra e Galles lo sostenevano fin dall’inizio. L’arcivescovo John Sherrington di Liverpool, responsabile per le questioni legate alla vita, ha definito il disegno di legge “imperfetto e pericoloso” e ha affermato che “non contiene garanzie sufficienti contro la coercizione né protegge adeguatamente le persone vulnerabili”.

C’era poi la questione dell’impatto che il provvedimento avrebbe avuto sulle strutture sanitarie che non intendono partecipare alla morte dei propri pazienti. L’arcivescovo Richard Moth ha avvertito che il disegno di legge “rischia di mettere molti meravigliosi hospice e case di cura nella condizione di non poter più operare”.

Dopo il voto, l’arcivescovo Sherrington ha ringraziato “le numerose persone provenienti da ogni parte della società che hanno fatto sentire la propria voce”, citando «medici, professionisti del diritto, associazioni di persone con disabilità, altre comunità religiose e persone senza appartenenza religiosa che hanno difeso la dignità e la sacralità di ogni vita”.

E ha aggiunto: “La vera misura di una società compassionevole è la sua disponibilità a sostenere le persone nelle circostanze difficili, anziché incoraggiarle a porre fine alla propria vita”.

Padre Francesco Giordano, direttore regionale dell’HLI per l’Europa, offre formazione in bioetica cattolica agli studenti di infermieristica della Catholic University of America durante il loro soggiorno di studio a Roma, insegnando loro a difendere la dignità umana e a rifiutare la «falsa misericordia» dell’eutanasia.

Legalizzare il suicidio assistito NON è un progresso

Sarah Wootton, amministratrice delegata di Dignity in Dying, la principale organizzazione britannica favorevole all’eutanasia, ha attribuito il fallimento del disegno di legge alle «tattiche di sabotaggio di una manciata di pari» e ha insistito sul fatto che «un disegno di legge sostenuto da tre quarti dell’opinione pubblica è stato bloccato».

Poi è arrivata la frase a cui i sostenitori della cultura della morte ricorrono sempre quando incontrano un ostacolo: «Il cambiamento della legge è inevitabile, è solo una questione di quando, non di se».

Liz Kendall, ex ministra del governo, ha usato le stesse parole sul The Observer due giorni dopo il voto. E Jess Phillips, deputata laburista che aveva votato a favore, aveva fatto appello alla stessa presunta inevitabilità prima del primo voto alla Camera dei Comuni, nel novembre 2024, quando ha dichiarato a Times Radio: “Il NHS non è in condizioni abbastanza buone… ma non si può fermare il progresso”.

Il servizio sanitario non era pronto, ammetteva. Alcune persone sarebbero rimaste senza adeguata protezione. Eppure il disegno di legge doveva essere approvato lo stesso, perché rappresentava “il progresso”, e il progresso non può essere fermato.

È il solito argomento stanco al quale ricorrono continuamente i sostenitori della cultura della morte quando si trovano davanti a un’opposizione: “È inevitabile”, “è il progresso”, “la storia è dalla nostra parte”.

Solo che, questa volta, non lo era.

Una delle sostenitrici più note del disegno di legge è Dame Esther Rantzen, l’amata conduttrice televisiva diventata la più celebre sostenitrice del provvedimento dopo aver annunciato, nel dicembre 2023, di avere un cancro ai polmoni al quarto stadio e di essersi iscritta a Dignitas. Si aspettava di morire nel giro di poche settimane. Invece, un nuovo farmaco ha tenuto sotto controllo il cancro per più di due anni.

Nel gennaio 2025 Rantzen scriveva: «Quando pensavo che sarei morta nel giro di poche settimane, non vedevo molto senso nell’ordinare bulbi che non sarebbero fioriti prima di mesi. Fortunatamente, il nuovo farmaco ha rimandato la mia morte di mesi, persino di anni, quindi sono ancora qui e i bulbi di quest’inverno sono già nel terreno».

Da allora, però, il farmaco ha smesso di funzionare. Alla vigilia del voto di venerdì, ha dichiarato di essere ora sottoposta a cure di fine vita. Prego per lei e non metto minimamente in dubbio la sua sofferenza.

Ma resta un fatto: in base al disegno di legge per il quale si è battuta, con una prognosi di sei mesi e il parere di due medici, avrebbe potuto essere morta già all’inizio del 2024 e non avrebbe visto le due primavere che non pensava di poter vivere.

La Chiesa ha sempre condannato il suicidio assistito

Trentuno anni fa, Papa San Giovanni Paolo II aveva già descritto l’intera traiettoria del movimento favorevole al suicidio assistito nell’Evangelium Vitae.

Aveva compreso da dove nasceva la tentazione. La medicina moderna, scriveva, può sostenere la vita “anche di sostenere e protrarre la vita perfino in situazioni di debolezza estrema”, e “in un tale contesto si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui” (EV, n. 64).

Aveva anche compreso chi avrebbe finito per pagarne il prezzo. L’eutanasia, avvertiva, si afferma “soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate.” (EV, n. 64).

Una società organizzata “quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva” finirà prima o poi per stabilire che “una vita irrimediabilmente compromessa non ha più valore”.

Aveva capito anche come sarebbe stata presentata: come un atto di misericordia.

Ecco perché ha insistito sul fatto che, qualunque siano le motivazioni, l’eutanasia “deve essere definita una falsa misericordia, e anzi un’inquietante “perversione” della misericordia” (EV, n. 66).

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica è altrettanto esplicito. L’eutanasia diretta, «qualunque siano le motivazioni e i mezzi», è “moralmente inaccettabile” e “l’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere.” (CCC, n. 2277).

Quando il Papa scrisse quelle parole, il suicidio assistito era ancora uno spettro all’orizzonte. Oggi è una realtà. E ovunque si diffonda, porta con sé proprio quegli abusi contro i quali la Chiesa aveva messo in guardia.

Il Canada ha legalizzato nel 2016 “l’assistenza medica alla morte” per i malati terminali e oggi la offre anche a persone con malattie croniche e disabilità, mentre si discute della sua estensione alle persone affette da malattie mentali. Nei Paesi Bassi e in Belgio si pratica l’eutanasia anche sui bambini.

Nessuno degli psichiatri, dei rappresentanti delle persone con disabilità o degli esperti di abusi che hanno testimoniato davanti alla Camera dei Lord ha citato l’Evangelium Vitae. Eppure, in termini laici, hanno descritto esattamente ciò che quel documento aveva previsto.

Come spesso accade, la Chiesa aveva visto molto più lontano.

Suicidio assistito: non inevitabile

Jonathon Van Maren, scrivendo su The Bridgehead, ha riassunto in una sola frase la lezione del voto di venerdì: “La Gran Bretagna ha appena dimostrato che il suicidio assistito non è inevitabile”.

Non è l’unica prova arrivata quest’anno. A marzo, il Parlamento scozzese ha respinto il proprio disegno di legge sul suicidio assistito con 69 voti contro 57. Lo scorso novembre, gli elettori sloveni hanno respinto in un referendum la legge sull’eutanasia proposta dal loro governo.

Ogni volta, dopo la sconfitta, i sostenitori hanno ripetuto la stessa cosa: si tratta soltanto di un rinvio e la questione non scomparirà.

Forse hanno ragione nel dire che non scomparirà. Ma qualcosa è cambiato.

Oggi disponiamo di un decennio di esperienza canadese, che mostra come ciò che dovrebbe essere «raro» e riservato a casi “estremi” possa trasformarsi rapidamente nella “soluzione” proposta per ogni sorta di “problema”, compresi i casi di persone senza casa o affette da malattie mentali, oppure di persone che soffrono di dolori cronici il cui trattamento è costoso.

Le stesse evidenze sono ampiamente presenti nei Paesi Bassi e in Belgio.

Il voto dell’11 settembre nel Regno Unito dimostra che il mondo, in effetti, sta iniziando a rendersi conto della realtà.

Nel frattempo, il ruolo della Chiesa rimane lo stesso. È difendere i più vulnerabili, servire i malati e i morenti, sostenere economicamente e garantire personale ai centri di cure palliative e agli hospice, confortare e accompagnare chi soffre invece di ucciderlo e continuare a ricordare, come ha fatto l’arcivescovo Sherrington, che una società veramente compassionevole sostiene le persone nelle difficoltà anziché incoraggiarle a porre fine alla propria vita.

Ringraziamo Dio per la voce profetica della Chiesa, che difende la verità nei momenti favorevoli come in quelli difficili, anche quando la sua voce viene respinta e derisa.

Col tempo, come abbiamo appena visto nel Regno Unito, la verità prevarrà.

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