Riflessione sulla grazia: da Nicodemo a S. Pietro

Di don Francesco Giordano. 

Alcuni giorni fa, celebrando la Festa dei SS. Pietro e Paolo, la liturgia ci ha ricordato l’importanza del soprannaturale, realtà davvero fondamentale da ricordare in un epoca molto naturalista. “Beatus es, Simon Bar Iona, quia caro et sanguis non rivelavit tibi, sed Pater meus, qui in caelis est.” (Mt 16:17) Queste parole ci riportano alla conclusione del Prologo di S. Giovanni: “Quotquot autem receperunt eum, dedit eis potestatem filios Dei fieri, his, qui credunt in nomine eius: qui non ex sanguinibus, neque ex voluntate carnis, neque ex voluntate viri, sed ex Deo nati sunt. Et Verbum caro factum est et abitavi in nobis: et vidimus gloriam eius, gloriam quasi Unigentiti a Patre, plenum gratiae et veritatis.” (Gv 1: 12-14) Da un lato celebriamo S. Pietro per il fatto che testimonia con la Fede la divinità di Cristo e che conferma gli altri fedeli nella stessa Fede, e dall’altro vediamo come la Parola di Dio non viene accolta da tutti ma da un gruppo di eletti che hanno creduto nel suo nome tramite la grazia di Dio. Ci dev’essere la grazia. Non ci si salva se non tramite la grazia, ed è la grazia che viene solo dal Verbo Incarnato. Solo coloro che hanno questa grazia sono figli di Dio nel Figlio di Dio; sono figli adottivi. Come direbbe S. Tommaso, sono ora non solo simili a Dio ma sono a Sua immagine; sono Imago Dei, purtroppo proprio quello che oggi viene diabolicamente minacciato tramite la manipolazione genetica dell’essere umano. Sono cose davvero da fantascienza che ora purtroppo fanno parte della normalità della scienza stessa.

Tornando al testo di S. Giovanni, leggiamo all’inizio del terzo capitolo l’episodio clandestino tra il Signore e Nicodemo: «Erat autem homo ex pharisaeis, Nicodemus nomine, princeps Iudaeorum; hic venit ad eum nocte et dixit ei: “Rabbi, scimus quia a Deo venisti magister: nemo enim potest haec signa facere, quae tu facis, nisi fuerit Deus cum eo.”» (Gv 3: 1-2) Prima di tutto ci rendiamo conto che viene di notte per paura. Sarà intorno alla Festa dei Tabernacoli in fine settembre, e il Signore ha appena guarito un uomo handicappato da 38 anni alla piscina di Bethsaida. Però, oltre questo ha rivelato apertamente la sua divinità. Cresce l’opposizione tra i Farisei, però alcuni sono attratti da Lui; tra questi c’è Nicodemo. C’è già una grazia che opera in lui, come vedremmo con il centurione Cornelio in Atti (cfr. Atti 10), ed è la capax gratiae stessa. Interiormente, è già disposto a ricevere la grazia, però la paura lo frena un po’. La carne è debole.

Il secondo punto da notare è il titolo che dà al Signore: “magister.” Questo è un titolo di distanza, non di vicinanza. Fa notare che Nicodemo non ha ancora capito con Chi ha a che fare. Ha ancora bisogno di conversione. Spesso nella Sacra Scrittura vediamo questi binomi: tra il “diligere” e “amare” che si nota in Gv. 21: 15-19, o il “Magister” e “Domine” che si nota nell’ultima cena (cfr. Mt 26: 20-25). Il “diligere” non è sufficiente per il Signore. Vuole di più; vuole l’amore da S. Pietro. Non vuole che S. Pietro sia Simone ma che sia la Pietra sulla quale può costruire la Chiesa. Anche in S. Pietro si nota l’uso di parole diverse; quando è Simone significa l’uomo che non ragiona come Dio, che non è in grazia. Invece quando è Pietro significa che ragiona come Dio, che può essere la Roccia sulla quale il Signore costruisce la Chiesa. Questo si nota proprio dopo l’Episodio famoso della professione di Fede in Mt 16: 13-20. Dopo averlo chiamato la Pietra della Sua Chiesa, il Signore si riferisce a S. Pietro come Satana perché ragiona come il mondo ragiona davanti alla sofferenza (cfr. Mt 16:22-24). Notate bene che “Magister” viene usato solo da Giuda all’ultima cena, non dagli altri Apostoli. Loro sono vicini al Signore, e lo chiamano secondo la verità di Fede che è la realtà più profonda e degna di Lui.

Ritornando all’episodio con Nicodemo, notiamo che lui è sconvolto dal potere misterioso del Signore. Pensa di essere un “Magister” come il Signore, però percepisce che c’è qualcosa in più in Gesù. Vuole essere con Cristo; vuole condividere la sua prospettiva del Regno. Ecco perché fondamentalmente vuole sapere come può farne parte, come vedremo nell’episodio del giovane ricco altrove (cfr. Mt 19: 16-22). Il Signore gli risponde senza alcuna esitazione: “Amen, amen dico tibi: Nisi quis natus fuerit ex aqua et Spiritu, non potest introire in regnum Dei. Quod natum est ex carne, caro est; et quod natum est ex Spiritu, spiritus est.” S. Giovanni della Croce illumina la lettura del testo quando afferma che mentre è certamente vero che Dio è in ogni anima, preservandola con la Sua presenza, non è vero che ogni anima ha la grazia soprannaturale che viene comunicata solo tramite l’amore e la grazia. Inoltre, non tutte le anime in grazia hanno lo stesso grado di grazia (cfr. S. Giovanni della Croce, La salita del Monte Carmelo, Lib. II, cap. V). Quello che desidera Nicodemo è umanamente impossibile. Senza la grazia non si può far parte del Regno di Dio. L’uomo è “mondo.” Finché continua a pensare tramite i propri mezzi, nonostante la chiarezza, l’esaltezza di tale pensiero, continua a fare parte del mondo. Può lottare con tutta la forza morale a sua disposizione, però non sorpasserà mai i vertici dei beni terreni. Senza la grazia rimarrà sempre prigioniero del mondo.

Nicodemo comincia dicendo “Sappiamo…”. In questa affermazione c’è fede, ma anche presunzione; sembra quasi che voglia rivaleggiare con Gesù, sia pure ammettendo i suoi disegni. Spesso anche noi crediamo di saperla lunga; siamo portati a parlare e giudicare, più che ascoltare per capire. Lo si vede spesso questo atteggiamento in tempi recenti. Ci sentiamo sempre più maestri che discepoli. Non è facile saper leggere i “segni” di Gesù. Tendiamo, di solito, a interpretarli a modo nostro, mentre Gesù ci chiede una fede semplice e totale. Dev’essere talmente semplice che dove pare che ci sia una contraddizione nel Suo insegnamento, dobbiamo invece trovare armonia, come ci insegna S. Tommaso. Ogni contraddizione è apparente a noi. Infondo, la nostra Fede dev’essere come quella di un bambino, e ce lo ricorda il Signore: “Se non vi fate come bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” (Mt 18:3).

Il Signore sfida la Fede (implicita) di Nicodemo, e gli chiede di credere al di là dei segni, al di là delle analogie che lo guidano ora, pronto ad accettare analogie più ricche e profonde che non siano necessariamente in disarmonia con quelle che ora usa. Ecco perché parla di “nascere dall’Alto”. Che vuol dire: accettare l’Assoluto di Dio, la dipendenza dall’Altissimo. Significa sentirci “nati da Dio”, come Gesù. Nicodemo resta bloccato sul senso materiale delle parole; il “nascere dal grembo” indica la nascita nella sua realtà biologica, ma è il segno della “nascita da Dio.” Questa nascita dall’Alto è puro dono di Dio ed è finalizzata alla “vita eterna”, che comincia già quaggiù nel segno della fede. Ma questo, Nicodemo non arriva a comprenderlo. Alla sua domanda, il Signore risponde ribadendo con maggiore energia quanto ha già affermato prima (farà così anche con la Samaritana e nel dialogo di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani). Dobbiamo accettare, accogliere la Fede come dono di Dio. Solo dopo questo atto di Fede, saremo in grado di capire e di approfondire.

Nascono “dalla carne” le attività, i progetti, i programmi che facciamo di nostra testa, secondo i nostri criteri e punti di vista. È questo il motivo per cui molti oggi non credono: non sanno liberarsi dai condizionamenti di una cultura disposta a sbarazzarsi di Dio per esaltare l’uomo; e così lo si impoverisce, fino a non riconoscere la sua dignità: vediamo l’aborto, l’eutanasia, la clonazione, la fecondazione artificiale, ecc. Se invece ci affidiamo a Dio, cerchiamo la Sua volontà, ascoltiamo la Sua parola, allora i nostri pensieri, parole e opere “nascono dallo Spirito”, dall’Alto, cioè da Dio e diventano opere di Dio.

“Lo spirito soffia dove vuole…” continua il Vangelo. Questa citazione viene presa in maniera libertina da tanti oggi, però è chiaro che lo Spirito Santo segue la Sua natura. Più la si conosce, più si è liberi perché più è facile seguirla. In effetti, è una citazione simile a quella di S. Agostino: “Ami e fai ciò che vuoi.” Certo che se uno ama come richiede il Signore da S. Pietro, è chiaro che la sua volontà è in sintonia con quella di Cristo, ed è più libera ad essere se stessa, a seguire la sua vera natura. Oggi non si capisce questo concetto semplice di natura, e il binomio potenza-atto. Questi sono concetti che veramente ci slegano dai lacci della menzogna, del peccato.

Notiamo che l’insegnamento a vivere veramente liberamente è il ruolo principale di S. Pietro e dei suoi successori. La Chiesa ci deve insegnare ad essere più simili a Dio per poter essere più umani. Se si vede il volto di Dio come si ha la grazia di vedere in Cristo si vede il vero volto dell’uomo. Ecce homo.  S. Pietro deve sempre puntare a Lui, liberandoci dalle catene dei nostri peccati, della nostra ignoranza e confusione, portandoci verso la libertà che viene dalla figliolanza divina. In modo tale una visione meramente naturalista non può aiutare a raggiungere un fine soprannaturale come quello della visione beatifica. Le catene che S. Pietro può slegare per l’autorità che Cristo gli dà in Mt. 16 sono simili alle catene dalle quali si libera in Atti 12 quando messo in prigione. Egli ha le chiavi che ci liberano dalla prospettiva mondana della vita per darci e confermarci nella prospettiva di Fede e di grazia. Questa sì che è libertà. Questa è la libertà che ci viene data dal Battesimo.

Riflettendo sui Misteri Gloriosi del Rosario questo primo sabato del mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù, mi viene a pensare che la morte del Signore nel sepolcro è frutto del peccato che ci imprigiona. La Sua risurrezione è segno vero e forte della vittoria sulla morte, una morte conquistata dal Battesimo. Quando meditiamo i Misteri Gloriosi del Rosario, teniamo presente questa vittoria gloriosa, una vittoria alla quale abbiamo accesso proprio tramite i sacramenti. Non dimentichiamo il Battesimo, l’Estrema Unzione, la Confessione, tutti sacramenti legati a tale liberazione.  Non dimentichiamo la Cresima, il Sacerdozio, e il Matrimonio che sono rafforzati dalle grazie dello Spirito Santo. Non dimentichiamo l’Eucaristia che ci nutre ogni giorno di tali grazie e doni dello Spirito Santo: 3 che rafforzano la Volontà: timore, pietà, e fortezza; 4 che rafforzano l’Intelletto: l’intelletto, la scienza perfezionano la ragione speculativa, mentre il consiglio e la sapienza rafforzano la ragione pratica. Pensando a tutte queste grazie, a tutti questi doni, non dimentichiamo il ringraziamento profondo al Signore per la Fede che ci ha donato. Amen.

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