Tutti parlano, ma nessuno entra in comunione: «Lasciateli parlare tutti» e il significato cristiano della beatitudine
– Di don Francesco Giordano, STD
Amicizia senza comunione ( catholicexchange.com )
Se la prima parte di questa riflessione ha considerato la nave come simbolo del tempo e della direzione, la seconda parte si concentra su una questione umana più profonda: perché le persone che parlano così tanto rimangono così incapaci di entrare in comunione?
I personaggi di Let Them All Talk sono brillanti, eloquenti e di successo. Eppure, rimangono inaccessibili l’uno all’altra. Conoscono a fondo gli altri, ma non si comprendono davvero. Questo è particolarmente evidente nel rapporto di Alice con i suoi amici. Con il tempo, scopriamo che il suo successo letterario potrebbe essere stato raggiunto a scapito delle persone a lei più care. Le esperienze umane sono diventate materiale letterario, in particolare quelle della sua amica Roberta. Quella amicizia si è trasformata in letteratura. Ciò che resta è il ricordo, senza riconciliazione, senza perdono. Roberta non sembra cercare tanto il perdono, quanto piuttosto un risarcimento. La sua ferita si è trasformata in una richiesta di denaro. In termini aristotelici, l’amicizia è stata ridotta a utilità, non a piacere e certamente non a virtù.
San Tommaso d’Aquino avrebbe immediatamente riconosciuto il problema. Nella Summa Theologiae, Aquinas descrive la carità come amicizia con Dio e osserva che l’amicizia implica benevolenza e una sorta di vita o comunicazione condivisa (II-II, q. 23, a. 1). La vera amicizia richiede benevolenza, reciprocità e ciò che Aquinas chiama convivere, ovvero una vita condivisa. Gli amici non si scambiano solo informazioni. Essi partecipano a un bene comune.
La tragedia del film è che i personaggi non condividono più nulla, se non i ricordi. Condividono una nave, ma non una vita. Condividono conversazioni, ma non comunione. Questo tema emerge con maggiore forza in una conversazione apparentemente marginale che coinvolge Tyler. All’inizio del film, prima ancora di salire sulla nave, Tyler osserva con i suoi “amici” che le amicizie di oggi sembrano durare solo pochi anni. Il commento passa in fretta, ma potrebbe essere una delle osservazioni più devastanti dell’intero film.
La fragilità delle amicizie moderne
L’amicizia è diventata episodica. Le relazioni non finiscono più a causa di tradimenti o morte, ma semplicemente perché si esauriscono. Le persone moderne passano continuamente da una rete all’altra, da un lavoro all’altro, da una città all’altra, da una piattaforma all’altra, senza mai sentirsi davvero a casa da nessuna parte. Ciò che le generazioni precedenti consideravano come amicizie per la vita, oggi diventa sempre più spesso un’associazione temporanea, che dura finché le circostanze sono favorevoli. Aquinas troverebbe tutto questo sorprendente. Per Aristotele e Tommaso d’Aquino, l’amicizia è radicata in una partecipazione comune al bene. Non si basa principalmente sull’affinità o sull’utilità, ma sulla condivisione della vita. La fragilità delle amicizie contemporanee rivela una fragilità più profonda della nostra cultura.
Questo tema emerge con maggiore forza attraverso i contrasti generazionali presenti nella storia. Tyler scopre che molti dei suoi coetanei non hanno mai sentito parlare della famosa zia. La famosa scrittrice, la cui opera ha plasmato la cultura letteraria, è sconosciuta a una generazione più giovane che non legge più i suoi libri. Ma c’è un’ironia ancora più profonda. Alice stessa venera un autore del XIX secolo ormai dimenticato, di cui quasi nessuno si ricorda. Man mano che la storia procede, lo spettatore si rende conto che Alice sta diventando ciò che ammira, ovvero una celebrità destinata a cadere nell’oblio.
Letteratura, produzione e immortalità culturale
Accanto ad Alice c’è Kelvin Kranz, un altro scrittore di successo, ma di un genere completamente diverso. I suoi libri vengono pubblicati con una regolarità sorprendente e vendono in grandi quantità. Produce, pubblica e circola costantemente. Se Alice rappresenta il prestigio letterario gravato dalla consapevolezza di sé, Kelvin rappresenta il trionfo della produzione senza profondità. Tra i due, il film mette a confronto due forme di sterilità moderna: la sterile autocoscienza dell’intellettuale bloccato e la sterile fecondità della macchina commerciale. Pubblica un libro ogni quattro mesi e non sembra sapere come faccia.
Il contrasto diventa ancora più netto quando si ricorda il dottore di Alice. In precedenza, lo avevamo visto leggere lentamente l’Odissea di Omero; in seguito, dopo averla finita, lo vediamo leggere rapidamente l’ultimo libro di Kelvin Kranz. Il dettaglio è quasi comico, ma rivelatore. Homer richiede una lettura lenta perché appartiene a un mondo di profondità, memoria, destino e ritorno. Il libro di Kranz, invece, può essere letto rapidamente perché appartiene al mondo della produzione e della circolazione.
Il film pone una domanda che dovrebbe inquietare ogni intellettuale, professore, scrittore e critico culturale: la fama eterna esiste davvero? Alice ha ottenuto ciò che molti intellettuali desiderano segretamente. Ha fama, premi, influenza e un posto nella storia della letteratura. Eppure, persino prima della sua morte, sta cominciando a scomparire. La nuova generazione non conosce più il suo nome. Il mondo letterario che la circonda sta già svanendo.
La risposta del film non è che la letteratura sia inutile. Una conclusione del genere sarebbe troppo semplicistica e il film stesso è troppo intelligente per questo. La letteratura è importante perché lo sono la memoria, il linguaggio, l’amicizia e l’anima umana che cerca forme in cui raccontare la verità su se stessa. Ma nessuna realizzazione meramente culturale può sostenere il peso dell’eternità. Un libro può preservare un nome, ma non può redimere un’anima. Il successo letterario può portare alla notorietà, ma non può riconciliare un cuore in conflitto.
In Italia, non si può non pensare a Cesare Pavese, che vinse il Premio Strega nel giugno del 1950 con La bella estate, una raccolta di tre racconti: La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole. Tuttavia, solo due mesi dopo, il 27 agosto 1950, si tolse la vita in una camera dell’Hotel Roma di Torino. La tragedia non è che la letteratura abbia fallito, perché la letteratura è falsa, ma che le sia stato chiesto di portare un fardello che non le apparteneva. La cultura può rivelare la ferita, ma non può guarirla da sola. Può nominare l’esilio, ma non può, da sola, riportarci a casa.
Questa è anche la quieta tragedia che si cela dietro Let Them All Talk. Queste sono persone circondate da parole, libri, reputazioni, conversazioni, manoscritti e ricordi, eppure ancora incapaci di ricevere la comunione per cui l’essere umano è stato creato.
Autoreferenzialità e beatitudine
Questo interrogativo ci porta oltre la letteratura e ci introduce nel campo della teologia. Nel suo magnifico commento al trattato di Tommaso d’Aquino sulla felicità, Bound for Beatitude, Reinhard Hütter sottolinea che la beatitudine implica una radicale trascendenza di sé. I beati non trovano la felicità diventando più affascinati da se stessi. Essi trovano la felicità partecipando alla vita di Dio. In effetti, commentando la Summa Theologiae I-II, q. 3, Hütter osserva che la riflessione su se stessi appartiene alla condizione caduta, mentre l’oblio di sé appartiene alla beatitudine.
Questo insight getta una luce straordinaria sul film. Quasi ogni personaggio rimane intrappolato in un’ossessiva autocentratura. Continuano a tornare sulle loro lamentele, interpretano le loro esperienze e costruiscono narrazioni su se stessi. Le loro conversazioni diventano dei riflessi che rimandano l’immagine di sé. Il problema non è che pensano troppo. Il problema è che non riescono a liberarsene. Sono incurvati su se stessi.
In questo senso, la distinzione tra Paradiso e Inferno è anche la distinzione tra trascendenza di sé e chiusura in sé. Il paradiso è il movimento estatico dell’anima verso l’esterno: verso Dio, verso il prossimo, verso la comunione. L’inferno è la terribile prigionia dell’anima entro se stessa, dove persino l’altro è percepito non come un dono, ma come una minaccia, un rivale, uno specchio o una ferita. La famosa frase di Sartre, “L’enfer, c’est les autres” (“L’inferno sono gli altri”), esprime precisamente la condizione caduta in cui la comunione è crollata e l’altro può essere incontrato solo attraverso la prigione dell’io.
Al contrario, la beatitudine cristiana è fondamentalmente ecstatica nel senso originario del termine: spinge la persona oltre se stessa verso il Bene Supremo. L’amicizia stessa già indica questa direzione. Amare un amico significa desiderare il bene dell’altro come se fosse il proprio. L’amicizia addestra l’anima alla trascendenza di sé.
La Chiesa come Comunione
In questo senso, l’amicizia diventa preparazione per il cielo. I grandi pensatori cattolici francesi del XX secolo avevano compreso bene questo aspetto. Gustave Thibon ha più volte messo in guardia contro la tendenza moderna a sostituirci alla realtà. Invece di ricevere il mondo come un dono, tendiamo sempre più a costruire mondi di nostra creazione. Simone Weil insegnava che l’attenzione, ovvero la capacità di essere realmente presenti alla realtà, è l’opposto dell’egoismo.
Entrambi riconobbero che la crisi più profonda della modernità non è di natura intellettuale, ma spirituale. Ci siamo infatti sempre più disconnessi dalla realtà stessa. Ecco perché la solitudine di oggi è diversa dalle forme di solitudine del passato. Il moderno individuo è raramente fisicamente isolato. Piuttosto, è circondato dalla comunicazione, ma è privo di comunione. Riceve messaggi, ma non presenza; informazioni, ma non saggezza (“conoscenza gustosa” imbevuta di carità); connessioni, ma non amicizie.
La Chiesa offre un’alternativa sorprendente. La Chiesa non è fondamentalmente una rete di comunicazione. È una comunione. I sacramenti non sono informazioni sulla grazia. Essi sono partecipazioni alla vita divina.
Questa distinzione può aiutare a spiegare perché molte persone contemporanee si sentono esauste nonostante la loro connessione senza precedenti. Gli esseri umani non sono stati creati solo per scambiarsi informazioni. Sono stati creati per la comunione, con gli altri e, in definitiva, con Dio.
In questa prospettiva, Let Them All Talk diventa qualcosa di più di un film sugli anziani intellettuali su una nave che attraversa l’Atlantico. Diventa una parabola di una civiltà in cui tutti parlano, in cui sempre meno persone condividono una vita comune e in cui si sta perdendo la consapevolezza che la felicità non si trova nell’espressione di sé, ma nella partecipazione disinteressata alla verità, all’amicizia e all’amore.
La tristezza finale del film non è che i suoi personaggi invecchino. È che rimangono soli. La risposta cristiana alla solitudine rappresentata in Let Them All Talk non risiede in tecniche di comunicazione migliori, ma nella comunione in Cristo. Per il cristiano, la beatitudine non è una forma infinita di autoespressione, ma partecipazione alla vita divina, unione con Dio. I santi sono uniti non da interessi, successi professionali, reputazione letteraria o prestigio culturale, ma dalla condivisione della vita di Dio stesso.
Ciò che il film presenta come tragedia, ovvero l’incapacità di andare oltre se stessi, è esattamente ciò che la grazia viene a guarire. Il senso della vita umana si realizza pienamente solo quando culmina nella comunione con Dio.
Forse questo è il messaggio più profondo che il film vuole trasmettere. La società moderna ha raggiunto un livello di comunicazione senza precedenti, ma ha progressivamente perso le condizioni metafisiche, morali e spirituali che la rendono tale. Comunione possibile. Tutti parlano, ma sono sempre meno le persone che condividono la propria vita.

Padre Francesco Giordano, STD Fr. Francesco Giordano, STD, è il direttore dell’ufficio di Roma di Human Life International e un sacerdote diocesano e professore a Roma, in Italia, attualmente in servizio presso l’Angelicum e la Catholic University of America

