Papa Leone XIV condanna l’eutanasia come falsa compassione
Di Padre Shenan J. Bouquet (testo originale in inglese: www.hli.org)
«È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale».
― Papa Leone XIV, incontro con il personale e la comunità dei malati dell’Accueil Notre-Dame
Nel pomeriggio di domenica 27 settembre, Papa Leone XIV ha visitato l’Accueil Notre-Dame, l’ospedale situato all’interno del santuario di Lourdes dove vengono ospitati i pellegrini malati. Lì ha parlato a una sala gremita di persone in sedia a rotelle e su barelle, nonché ai medici, agli infermieri e ai volontari che si prendono cura di loro.
Il 19 agosto, poco più di cinque settimane prima, la nuova legge francese che istituisce il «diritto all’assistenza al suicidio» era stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ed era entrata in vigore. Il Papa, in altre parole, si trovava in un Paese che aveva appena legalizzato l’uccisione dei malati.
Il Santo Padre non ha usato mezzi termini, ma ha affrontato direttamente e ripetutamente l’argomento scottante.
«So che per alcuni di voi», ha detto, «a causa di particolari malattie e, a volte, di terribili sofferenze, il vostro orizzonte può apparire cupo, incerto e privo di speranza. Ma nessuna legge umana dovrebbe mai farvi perdere la certezza della vostra dignità».
«Al contrario», ha aggiunto, «è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che dobbiamo respingere la tentazione di provocare la morte sotto le spoglie di una falsa compassione. È impossibile considerare togliere la vita come qualcosa di normale. Ciò che è legale non è necessariamente morale».
La scorsa estate, la Francia ha legalizzato il suicidio assistito
La legge francese è stata approvata dall’Assemblea Nazionale il 15 luglio, con 291 voti a favore e 241 contrari. Come ho esposto diverse settimane fa, essa consente il suicidio assistito per gli adulti affetti da una malattia «grave e incurabile» in fase avanzata o terminale, dopo un periodo di riflessione di soli due giorni. Se il paziente non è in grado di somministrarsi la dose letale, può farlo un medico o un infermiere.
I vescovi francesi hanno definito il voto «una grave frattura nella storia del nostro Paese». Con l’approvazione di questa legge, la Francia si è unita a Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Spagna nell’elenco delle nazioni europee che consentono l’eutanasia.
La Francia, un tempo conosciuta come la “figlia primogenita della Chiesa”, è anche, purtroppo, il Paese che, nel marzo 2024, è diventato il primo al mondo a inserire esplicitamente l’aborto nella propria Costituzione.
Il primo giorno del viaggio, trovandosi a fianco del Presidente Macron al Palazzo dell’Eliseo, il Papa ha affermato di essere «preoccupato a volte da quelle tendenze della società che rischiano di trasformare la scienza e la tecnologia in imprese a scopo di lucro che promuovono la manipolazione genetica, la maternità surrogata, il commercio di organi umani o la possibilità di disporre della propria morte».
E, con Macron in ascolto, ha ribadito che dobbiamo:
«accogliere la vita incondizionatamente, sostenere la fragilità con cura amorevole, accompagnare ogni fase della vita con rispetto e fiducia reciproca, e difendere con coraggio e compassione coloro che non possono far sentire la propria voce e coloro che si sentono ignorati o trascurati». Per questo motivo, «ribadisco con fermezza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano».
Più tardi, quel pomeriggio, all’UNESCO, ha dato un nome alla mentalità che si cela dietro queste tendenze: una cultura in cui le vite umane «vengono giudicate secondo il criterio dell’efficienza e, quando non sono più ritenute produttive, vengono rifiutate e scartate».
In tutta risposta, il Santo Padre ha controbattuto riaffermando il principio cardine dell’insegnamento cattolico sulla persona umana: «La nostra dignità non viene distrutta dalla malattia o dalla sofferenza, né dipende dalle nostre capacità. Al contrario, essa richiede una cura amorevole in ogni fase della vita».
L’errore fondamentale: la falsa compassione
A Lourdes il Papa ha denunciato l’errore fondamentale alla base del movimento per la legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia.
«È proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana», ha affermato, «che dobbiamo respingere la tentazione di provocare la morte sotto le spoglie di una falsa compassione».
In questo, egli non faceva che ribadire l’insegnamento di lunga data della Chiesa, espresso con eloquenza nell’Evangelium Vitae, in cui il Papa San Giovanni Paolo II scrisse che l’eutanasia «deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante «perversione» di essa: la vera «compassione», infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza» (n. 66).
«Le leggi che autorizzano e favoriscono l’aborto e l’eutanasia», scriveva, «si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica». Infatti, «una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, moralmente obbligante.» (EV, n. 72).
Papa Leone ai malati: «Voi non siete un peso»
A Lourdes, tuttavia, Papa Leone si rivolgeva soprattutto agli stessi malati.
«Cari fratelli e sorelle malati», ha detto, «voglio dirvi che non siete un peso. Siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa».
Due settimane fa ho scritto della morte di Brigitte Stegemann. Come ho osservato allora, lo stesso rapporto di Health Canada ha rilevato che quasi la metà dei 16.499 canadesi sottoposti a eutanasia nel 2024 ha citato il «peso percepito per la famiglia, gli amici o chi li assiste» come parte della propria sofferenza. Questa è la cultura della morte in azione. Molti casi di morte per eutanasia sono in sostanza un grido d’aiuto, in cui i malati dicono: «Sono un peso, e tutti starebbero meglio se non ci fossi più». Tragicamente, la nostra società sta dicendo sempre più spesso a queste persone che hanno ragione, e fornisce loro i mezzi per togliersi la vita, in modo che i sani non debbano più essere disturbati dalla loro situazione.
Il Papa è entrato in un ospedale e ha detto ai malati esattamente il contrario. Poco prima, durante la Messa celebrata nella prateria ai piedi della grotta, aveva già detto alle migliaia di pellegrini malati lì riuniti: «Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle e le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli; al contrario, sono proprio il luogo in cui siete pienamente rispettati e accolti».
Ha proseguito: «Di fronte alle tendenze attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana nella malattia, nella sofferenza e nella vecchiaia, la grotta di Massabielle si erge come luogo di speranza cristiana. Qui, nessuno viene respinto a causa della propria fragilità».
Operatori sanitari: servitori della vita
Si è poi rivolto ai medici e agli altri operatori sanitari presenti, lanciando loro una sfida:
Mi rivolgo a tutta la comunità sanitaria affinché ricordi il significato profondo della vostra vocazione, che è quella di prendersi cura di una persona che soffre, non di eliminarla. Sì, cari amici, siate servitori appassionati della vita.
Ha inoltre ribadito quanto aveva già affermato alla Fondazione Jérôme Lejeune nel mese di giugno: «La medicina non deve mai diventare servitrice della morte programmata!» E ha indicato loro una via concreta da seguire, che rispetti la sofferenza dei malati, ma risponda con compassione e cure, non con la morte: «Vi esorto con determinazione a sviluppare strutture per le cure palliative e la ricerca».
Questo è stato il messaggio costante della Chiesa. Non che la sofferenza dei malati non sia importante. Ma piuttosto che dobbiamo usare l’ingegno umano per trovare nuovi modi di alleviare la loro sofferenza, in uno spirito di accompagnamento e compassione.

Nel novembre 2025, i vescovi statunitensi hanno promulgato la settima edizione delle Direttive etiche e religiose. La direttiva 59 afferma che le istituzioni cattoliche «non possono mai avallare né partecipare in alcun modo all’eutanasia o al suicidio assistito». Al contrario, ai pazienti che chiedono di morire «dovrebbero invece essere offerte cure amorevoli, sostegno psicologico e spirituale e rimedi adeguati per alleviare il dolore».
L’Illinois diventa il tredicesimo Stato a legalizzare il suicidio assistito
Purtroppo, negli ultimi mesi, la cultura della morte si sta facendo strada in America, spinta dalla stessa falsa compassione che ha causato tanta sofferenza e solitudine inutili in altre giurisdizioni che hanno legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito.
Il 12 settembre, appena due settimane prima che il Papa parlasse a Lourdes, l’Illinois è diventato il tredicesimo Stato in cui i medici possono prescrivere legalmente la morte (la quattordicesima giurisdizione degli Stati Uniti, contando il Distretto di Columbia). Lo scorso dicembre il governatore Pritzker ha firmato il «Medical Aid in Dying Act», noto come Legge di Deb, sostenendo che avrebbe permesso ai malati terminali di «evitare dolore e sofferenza inutili». Interrogato in merito all’epoca, Papa Leone – il primo papa americano e figlio di Chicago – ha detto semplicemente: «Sono molto deluso da questa decisione».
L’Illinois si aggiunge ora a California, Colorado, Delaware, Hawaii, Maine, Montana, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Vermont e Washington.
Purtroppo, le leggi americane stanno seguendo il modello canadese anche sotto un altro aspetto. Sia l’Oregon che il Vermont hanno abolito i requisiti di residenza, aprendo la strada al “turismo della morte”. La California ha ridotto il periodo di attesa da quindici giorni a 48 ore. E il New Mexico ora consente agli infermieri specializzati e agli assistenti medici di prescrivere il farmaco letale. Le «rigide misure di sicurezza» che erano state utilizzate per promuovere la legge dell’Oregon nel 1997 vengono progressivamente erose, come è avvenuto letteralmente ovunque si sia legalizzata la morte come cura medica.
Giovani con sindrome di Down hanno fatto da chierichetti
Sabato 26 settembre, Papa Leone ha celebrato la Messa davanti a 800.000 persone in Place de la Concorde, la stessa piazza dove un tempo si trovava la ghigliottina. A servire all’altare c’erano sei giovani con sindrome di Down. Tutti e sei sono legati alla Fondazione Jérôme Lejeune. Erano stati loro stessi a chiedere questo onore quando avevano incontrato il Papa a Roma in giugno.
Come riporta Aleteia, «Durante un’udienza alla Fondazione Jérôme Lejeune in Vaticano a giugno, Théophile si è avvicinato a Papa Leone con una lettera firmata da tutti e sei in cui chiedevano se potessero servire alla sua Messa quando fosse venuto a Parigi».
Hanno servito quella Messa in un Paese in cui, secondo la stessa agenzia francese per la salute pubblica, circa l’84% delle gravidanze in cui viene diagnosticata la sindrome di Down prima della nascita si conclude con un aborto. Nella sua omelia di quel giorno il Papa ha detto: «Ai suoi occhi, nessuno di noi è semplicemente un numero o una voce in un registro, ma una persona unica e insostituibile».

I malati, ha affermato il Papa, sono «il cuore pulsante della nostra umanità». Ogni persona è «unica e insostituibile». «La persona umana», ha detto, «è “degna” semplicemente in virtù del fatto di esistere e di essere destinata all’eternità. La nostra dignità non può essere misurata né messa in discussione». Nessuna legge, né in Francia né nell’Illinois né in Canada, può cambiare nulla di tutto ciò. Ciò che è legale non è necessariamente morale.
Vi chiedo di unirvi a me nella preghiera per la Francia, per la popolazione dell’Illinois e per ogni persona malata o anziana a cui è stato fatto sentire, sia con una legge che con uno sguardo, di essere un peso. Non lo sono. Il Santo Padre lo ha detto proprio ora, in un ospedale, guardandoli negli occhi. Diciamolo anche noi.

