Bioetica, famiglia e assistenza: una prospettiva cristiana sulla pratica infermieristica. Intervista a don Francesco Giordano
In questa intervista, Serenella Verduchi dialoga con don Francesco Giordano, direttore di Human Life International per Roma e l’Europa e docente presso il Programma di Roma della Facoltà di Teologia della Catholic University of America.
L’intervista fa riferimento a due articoli pubblicati su Catholic Exchange: “Perché la famiglia è l’habitat umano: il bisogno di un luogo dove la vita possa crescere”, scritto dall’intervistato, e “L’importanza della comunicazione nelle cure palliative pediatriche e perinatali: una prospettiva bioetica e relazionale”, scritto dall’intervistatrice. Il confronto tra questi due articoli mette in luce un tema unificante: la centralità della persona umana, intesa alla luce dell’antropologia cristiana, e la necessità di contesti – sia familiari che clinici – capaci di accogliere, salvaguardare e accompagnare la vita, specialmente nelle situazioni di maggiore vulnerabilità.
Attraverso il tema della formazione bioetica per i futuri infermieri, l’intervista esplora questioni cruciali nella pratica sanitaria contemporanea – dalle cure di fine vita alle cure palliative – mostrando come la tecnologia da sola sia insufficiente senza una prospettiva umana e relazionale. In questo contesto, la famiglia e la comunicazione emergono come dimensioni complementari di un’unica cultura della cura: la prima come “habitat” originario della vita, la seconda come forma concreta di presenza e vicinanza. Il risultato è una riflessione che unisce teoria e pratica, orientando l’azione clinica verso un’autentica cultura della vita.
1. Padre Giordano, Lei insegna Bioetica alla Catholic University of America a Roma a studentesse americane di infermieristica: perché ritiene fondamentale che una futura infermiera riceva una formazione solida in bioetica cattolica?
Ritengo fondamentale questa formazione perché l’infermiera non incontra mai semplicemente un “caso clinico”, una patologia, un protocollo o una cartella medica. Incontra sempre una persona. E la prima domanda della bioetica è proprio questa: chi è la persona umana?
Per questo motivo, nei miei corsi non separo mai la bioetica dall’antropologia cristiana. “Antropologia cristiana e Ecclesiologia”, e “Bioetica” pur essendo corsi distinti, formano in realtà un unico percorso. Da una parte, aiutano le studentesse a comprendere che l’essere umano è creato a immagine di Dio, unità di anima e corpo, dotato di una dignità che precede ogni funzione, salute, autonomia o produttività. Dall’altra, applicano questa visione alle questioni concrete della medicina contemporanea.
In un articolo recente ho cercato di esprimere questa idea dicendo che la famiglia è l’habitat umano. Come ogni essere vivente ha bisogno di un luogo adatto alla propria natura per crescere, così la persona umana ha bisogno di un luogo dove sia ricevuta, amata, protetta e accompagnata. La famiglia è il primo luogo in cui la vita può mettere radici. Ma questo principio non riguarda solo la casa: riguarda anche l’ospedale, la clinica, il reparto, il letto del malato. Ogni ambiente di cura dovrebbe diventare, in qualche modo, un habitat umano, cioè un luogo dove la vita fragile non viene scartata ma custodita.
Qui si inserisce molto bene anche il Suo contributo sulla comunicazione nelle cure palliative pediatriche e perinatali. Lei mostra che la cura non è soltanto tecnica; è anche parola, ascolto, presenza, silenzio, delicatezza. La comunicazione, nella sua radice latina communicare, significa condividere, rendere comune, portare insieme. In un contesto clinico, questo significa che la parola del medico, dell’infermiera e dell’operatore sanitario può diventare parte della cura stessa.
Per una futura infermiera, dunque, la bioetica cattolica è fondamentale perché forma uno sguardo. La tecnica dice che cosa si può fare. L’antropologia cristiana e la bioetica cattolica aiutano a capire che cosa si deve fare, perché, e soprattutto davanti a chi ci si trova: una persona la cui dignità non viene mai meno.
2. Nella pratica clinica quotidiana, le infermiere si trovano spesso davanti a situazioni eticamente complesse — fine vita, aborto, accanimento terapeutico, consenso informato. Quali criteri concreti offre la bioetica cattolica per orientarsi in queste decisioni?
La bioetica cattolica offre criteri molto concreti, ma questi criteri nascono da una visione integrale della persona. Il primo criterio è che la dignità umana è radicata nell’essere, non nella qualità della vita, nell’autonomia, nella salute o nell’utilità sociale. Questo cambia tutto. Significa che il malato terminale, il bambino non nato, il paziente disabile, l’anziano fragile e la persona dipendente non hanno meno dignità.
Il secondo criterio è la distinzione tra curare e uccidere, tra accompagnare la persona e sopprimerla. Nel fine vita, per esempio, la bioetica cattolica distingue tra rifiutare trattamenti sproporzionati o inutilmente gravosi — cosa che può essere moralmente legittima — e provocare direttamente la morte, come nell’eutanasia o nel suicidio assistito. Questa distinzione è decisiva per le future infermiere, perché nella pratica clinica la compassione può essere deformata: si può credere di eliminare la sofferenza eliminando chi soffre.
Il terzo criterio riguarda la proporzionalità delle cure. La Chiesa non chiede di prolungare biologicamente la vita a ogni costo. Chiede però che non si trasformi mai la medicina in uno strumento di morte. La cura ordinaria, l’accompagnamento, il controllo del dolore, la presenza, la parola, il silenzio, la preghiera, la vicinanza alla famiglia: tutto questo appartiene alla medicina veramente umana.
Qui il Suo contributo è molto prezioso. Nel Suo articolo sulle cure palliative pediatriche e perinatali, Lei ricorda che l’obiettivo non è più semplicemente combattere la malattia, quando questa non risponde più ai trattamenti, ma prendersi cura della totalità della persona, gestendo i sintomi e sostenendo il bambino e la famiglia. La cura palliativa, in questa prospettiva, non è abbandono: è una forma intensissima di accompagnamento.
Questo criterio è essenziale anche contro l’eutanasia. L’eutanasia nasce spesso da una falsa alternativa: o guarire o eliminare la sofferenza eliminando il sofferente. La bioetica cattolica, invece, apre una terza via: quando non si può più guarire, si può ancora curare. E questa cura passa anche attraverso la comunicazione, la prossimità, il sostegno alla famiglia, la protezione della dignità del paziente.
3. In che modo questo insegnamento aiuta le studentesse non solo a “sapere cosa è giusto”, ma anche ad avere il coraggio di agire secondo coscienza in contesti sanitari spesso difficili o conflittuali?
Il coraggio della coscienza nasce da una formazione integrale. Non basta dire agli studenti: “Questo è giusto, questo è sbagliato.” Bisogna aiutarli a capire perché. Quando una studentessa comprende che la dignità della persona non dipende dall’efficienza, dall’autonomia o dalla desiderabilità sociale, allora può resistere meglio alle pressioni culturali e istituzionali.
Nei corsi cerco di mostrare che la coscienza non è un sentimento soggettivo e non è una semplice preferenza personale. La coscienza è il giudizio della ragione pratica davanti al bene e al male. Per questo va formata. Una coscienza non formata può diventare fragile, manipolabile o conformista. Una coscienza formata, invece, può essere umile ma ferma.
In questo senso, il tema dell’habitat umano è molto importante. Una persona agisce con coraggio quando sa di appartenere a una verità più grande di sé. La famiglia, la Chiesa, la comunità educativa e anche una buona formazione universitaria possono diventare luoghi nei quali la coscienza viene custodita e rafforzata. Se l’ambiente sanitario diventa puramente procedurale o ideologico, la coscienza può sentirsi sola. Ma se una studentessa ha ricevuto una formazione antropologica solida, sa che non sta difendendo una semplice opinione privata: sta difendendo la verità della persona.
Anche la comunicazione è parte di questo coraggio. Lei mostra bene che nelle situazioni più vulnerabili le parole hanno un peso enorme: possono ferire, ma possono anche dare speranza. Una futura infermiera deve avere il coraggio non solo di rifiutare ciò che è moralmente sbagliato, ma anche di parlare bene, ascoltare bene, stare accanto bene. A volte la testimonianza cristiana in ospedale passa da una parola detta con rispetto, da un silenzio abitato, da uno sguardo che non riduce il paziente alla malattia.
April Penny lo ha espresso molto bene quando ha scritto che porterà ciò che ha imparato “into the world and clinical practice next semester.” Questo è il passaggio decisivo: dalla classe alla clinica, dalla teoria alla responsabilità professionale.
4. Qual è, secondo la sua esperienza, la trasformazione più evidente nelle studentesse dopo aver seguito il suo corso di bioetica?
La trasformazione più evidente è il passaggio da una visione frammentata delle questioni morali a una visione unitaria della persona umana. All’inizio, molte studentesse vedono la bioetica come una serie di temi controversi: aborto, eutanasia, FIVET, gender, fine vita, disabilità, consenso, autonomia. Alla fine del corso, cominciano a capire che dietro tutte queste questioni c’è una domanda più profonda: la vita umana è un dono da ricevere o un progetto da controllare?
Questa è la svolta decisiva. Le studentesse iniziano a vedere che la Chiesa non propone una serie di divieti arbitrari, ma una visione coerente della persona, del corpo, della libertà, della cura e della vulnerabilità.
Il tema della famiglia come habitat umano aiuta molto in questo passaggio. Se la vita umana ha bisogno di un luogo dove crescere, allora la bioetica non può limitarsi a giudicare singoli atti. Deve chiedersi quali ambienti stiamo costruendo: famiglie, ospedali, scuole, leggi, culture, linguaggi. Stiamo creando luoghi dove la vita può crescere, oppure ambienti dove la vita fragile viene resa sempre più negoziabile?
Felicia Arena mi ha scritto che il corso è stato “meaningful and engaging” e che le ha permesso di crescere e di vedere le cose “in a different light.” Tricia Kohler ha scritto di aver amato le discussioni in classe e di aver imparato “about the Church and what it means to be a human person.” Priya ha scritto che Antropologia cristiana e Ecclesiologia, e Bioetica hanno cambiato la sua prospettiva e l’hanno aiutata a pensare più profondamente. Queste osservazioni mostrano che non si tratta solo di trasmettere contenuti, ma di educare lo sguardo.
Direi quindi che la trasformazione più evidente è questa: molte studentesse passano dal chiedersi semplicemente “che cosa posso fare?” o “che cosa è permesso?” al chiedersi “chi è la persona che ho davanti?” e “quale ambiente permette a questa persona di essere accolta, protetta e amata?”
5. In quanto direttore di Human Life International, come integra nella didattica l’esperienza concreta della difesa della vita a livello internazionale, e perché questo rende l’insegnamento più incisivo per future infermiere?
La mia esperienza con Human Life International mi aiuta a mostrare alle studentesse che la bioetica non è un dibattito teorico confinato alle aule universitarie. È una questione viva, globale, concreta. Le ferite alla dignità umana assumono forme diverse nei diversi contesti: aborto, eutanasia, mentalità eugenetica, pressione antinatalista, sfruttamento dei poveri, ideologia del gender, medicalizzazione della sofferenza, colonizzazione culturale attraverso programmi sanitari internazionali.
Portare questa esperienza in classe permette alle studentesse di capire che le decisioni cliniche non avvengono mai nel vuoto. Ogni sistema sanitario è anche portatore di una certa antropologia. Alcuni sistemi vedono il paziente come persona; altri rischiano di vederlo come costo, rischio, corpo biologico o soggetto autonomo isolato.
Qui il Suo lavoro è un esempio concreto dell’impatto di HLI anche sul piano culturale e formativo. Il Suo articolo sulle cure palliative pediatriche e perinatali mostra che la difesa della vita non consiste solo nel denunciare l’aborto o l’eutanasia, ma anche nel promuovere una cultura della cura, della comunicazione e della prossimità. Difendere la vita significa anche insegnare a parlare bene davanti alla sofferenza, a sostenere una famiglia, a riconoscere il bambino — nato o non ancora nato — come persona con una storia e un’identità.
Questo rende l’insegnamento più incisivo perché le studentesse vedono che la cultura della vita non è uno slogan. È un modo di guardare, parlare, decidere, accompagnare. Per future infermiere, questo è essenziale. L’infermiera è spesso la figura più vicina al paziente. Vede ciò che altri non vedono: la paura, la solitudine, la confusione, il dolore della famiglia, il bisogno di essere ascoltati. Perciò una infermiera formata alla cultura della vita può diventare una presenza decisiva.
6. Il suo insegnamento sembra andare oltre la teoria: in che modo trasmette alle studentesse un senso di responsabilità attiva nella tutela della vita umana, specialmente nei contesti più vulnerabili?
Cerco di trasmettere questa responsabilità mostrando che la bioetica cattolica non è prima di tutto una disciplina del “no”, ma una disciplina della presenza. Dire sì alla vita significa stare accanto alla persona vulnerabile: il bambino non nato, la madre in difficoltà, il malato terminale, il disabile, l’anziano, il paziente confuso, il depresso, chi non si sente più un peso sopportabile.
La responsabilità attiva nasce quando le studentesse capiscono che la vulnerabilità non diminuisce la dignità. Al contrario, la vulnerabilità rivela quanto la persona abbia bisogno di comunione. In medicina, il pericolo più grande non è solo sbagliare un principio morale, ma diventare interiormente distanti dal sofferente. Una bioetica veramente cattolica deve educare l’intelligenza, ma anche il cuore.
Qui il legame tra i due articoli è molto forte. La famiglia come habitat umano ci dice che la vita ha bisogno di un luogo dove essere accolta e protetta. La comunicazione nelle cure palliative ci mostra che, quando la vita è fragile, anche la parola può diventare habitat. Una parola vera, delicata, rispettosa può creare uno spazio nel quale il paziente e la famiglia non si sentono abbandonati. Una parola fredda, tecnica o disumana può invece rendere ancora più pesante la sofferenza.
Lei scrive che compassione e calore sono elementi essenziali nelle cure palliative pediatriche e perinatali, e che la loro assenza può generare ferite difficili da superare. Questo è un punto molto importante per future infermiere: la competenza clinica deve essere unita alla qualità della presenza. Non basta fare la cosa giusta; bisogna anche farla in modo umano.
Nico Ritacca mi ha ringraziato per la pazienza avuta con lui personalmente. Anche questo fa parte della didattica: gli studenti imparano la cura anche facendo esperienza di una relazione educativa paziente. Elizabeth Erwin ha scritto di aver “absolutely enjoyed our class time together” e ha ringraziato per “all you do.” Queste parole mostrano che la responsabilità per la vita si trasmette anche attraverso uno stile di insegnamento: presenza, ascolto, chiarezza, serietà e incoraggiamento.
7. Quale impatto può avere, nel lungo periodo, una formazione come questa sulla pratica professionale delle infermiere e, più in generale, sulla promozione di una cultura della vita nei sistemi sanitari in cui andranno a operare?
L’impatto può essere molto grande, anche se spesso silenzioso. Una studentessa formata in questo modo non entra nel mondo sanitario soltanto con informazioni bioetiche. Entra con una visione della persona. Questo può cambiare il modo in cui parla a un paziente, ascolta una famiglia, accompagna un morente, risponde a una richiesta moralmente problematica o sostiene una collega in difficoltà.
Nel lungo periodo, una infermiera così formata può diventare una testimone della cultura della vita non solo attraverso grandi gesti, ma attraverso la fedeltà quotidiana: rispettare ogni paziente, non ridurre la persona alla diagnosi, proteggere la coscienza, rifiutare la logica dello scarto, accompagnare la sofferenza senza eliminare il sofferente.
La cultura della vita ha bisogno di habitat. Ha bisogno di famiglie, comunità, ospedali e relazioni nelle quali la persona fragile sia riconosciuta come dono e non come peso. Nel mio articolo ho scritto che difendere la famiglia non è nostalgia, ma realismo antropologico: è riconoscere che la vita umana ha bisogno di un luogo dove mettere radici. Lei, da parte Sua, mostra che anche nel contesto clinico si può creare un ambiente umano attraverso la comunicazione, l’ascolto e la relazione.
Priya ha scritto che i corsi hanno cambiato la sua prospettiva; April ha scritto che porterà ciò che ha imparato nella pratica clinica; Felicia ha parlato di vedere le cose in una luce diversa; Tricia ha collegato le discussioni in classe alla comprensione della Chiesa e della persona umana. Questi commenti mostrano che l’impatto non è soltanto accademico. È professionale, spirituale e umano.
Anche Liz Macyko ha espresso bene questa dimensione spirituale e missionaria, scrivendo: “Thank you for understanding and for a wonderful semester in both Christian Anthropology and Ecclesiology, and Bioethics classes. I will continue to pray for you and the work you are doing in Rome for Human Life International”. Questo commento è significativo perché mostra che le studentesse non hanno percepito i corsi soltanto come lezioni universitarie, ma come parte di una missione più ampia a servizio della vita, della fede e della Chiesa.
La cultura della vita non nasce solo da documenti o dichiarazioni pubbliche. Nasce anche da persone formate bene, capaci di entrare in ospedali, cliniche, scuole, famiglie e istituzioni portando uno sguardo diverso. Se una futura infermiera impara a vedere ogni paziente come persona e non come problema, allora il corso ha già prodotto un frutto duraturo.
8. Alla luce del percorso che abbiamo delineato, quale sintesi finale proporrebbe riguardo al legame tra antropologia cristiana, bioetica e pratica infermieristica?
Antropologia cristiana e Ecclesiologia, e Bioetica non sono semplicemente due corsi universitari. Insieme formano un percorso di antropologia cristiana applicata: prima aiutano le studentesse a capire chi è la persona umana, poi mostrano come questa verità illumini le decisioni morali più delicate della medicina contemporanea.
Il filo conduttore è questo: la vita umana è un dono che ha bisogno di essere accolto, custodito e accompagnato. La famiglia è il primo habitat dove la vita può crescere. L’ospedale, la clinica e il reparto possono diventare anch’essi luoghi umani se sono abitati da professionisti capaci di cura vera. E la comunicazione — come Lei ha mostrato molto bene — non è un accessorio della cura, ma una sua forma concreta.
Per questo la bioetica cattolica non è una materia marginale per future infermiere. È parte essenziale della loro formazione umana e professionale. Essa insegna loro non solo che cosa pensare, ma come vedere; non solo quali principi applicare, ma quale tipo di presenza diventare davanti alla vita fragile.

