Dove sono gli altri nove? La croce dell’ingratitudine
Di don Francesco Giordano, tradotto da catholicexchange.com
Una recente colletta domenicale riassume magnificamente una delle sfide più profonde della vita cristiana:
«Ascolta, o Dio, le nostre preghiere e concedici che, imitando la Passione di tuo Figlio, possiamo portare la nostra croce quotidiana con sereno coraggio. Per Cristo nostro Signore. Amen».
— Colletta, XIV domenica del Tempo Ordinario
La maggior parte di noi pensa immediatamente alla malattia, alla persecuzione o alla sofferenza fisica quando sente parlare della «croce quotidiana». Eppure, una delle croci più nascoste è l’esperienza dell’ingratitudine.
I genitori si sacrificano per i figli che poi dimenticano. I sacerdoti e i religiosi si dedicano anima e corpo al loro popolo, solo per essere talvolta criticati o ignorati. Gli insegnanti si spendono per i loro studenti, che raramente si voltano indietro. Gli amici donano generosamente, per poi scoprire che la loro gentilezza è diventata qualcosa di scontato, anziché un motivo di gratitudine.
Nostro Signore stesso ha conosciuto questo dolore. Dopo aver guarito dieci lebbrosi, domandò:
«Non sono stati purificati tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?»
(Lc 17,17-18)
Cristo notò la loro ingratitudine, eppure non si pentì della sua misericordia. Non guarì soltanto coloro di cui sapeva che sarebbero tornati a ringraziarlo. L’amore rimaneva amore, anche quando non veniva riconosciuto.
Egli insegna, infatti, che la generosità è particolarmente pura quando è rivolta a coloro che non possono ricompensarci:
«Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti».
(Lc 14,13-14)
Allo stesso modo, lodando la povera vedova, Gesù insegna che è più grande donare dalla propria povertà che semplicemente dalla propria abbondanza, perché:
«Questa vedova, invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
(Mc 12,43-44; cfr. Lc 21,1-4)
Il Vangelo ci invita dunque a esaminare non soltanto il cuore dei nove lebbrosi, ma anche il nostro.
Perché servo gli altri? Perché mi dono agli altri?
La tradizione cristiana offre un percorso profondo dall’immagine all’icona, mettendoci in guardia dalla perenne tentazione dell’idolo.
Ogni persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26-27). L’immagine non è qualcosa che creiamo noi: è un dono di Dio. Ogni essere umano, indipendentemente dalle proprie debolezze, dal peccato o dalla gratitudine che dimostra, porta in sé questa impronta divina e possiede quindi una dignità inviolabile, degna di amore.
Tuttavia, l’immagine, da sola, richiede un’interpretazione. Lasciata a se stessa, può essere fraintesa o ridotta a mera apparenza.
Proprio come la Sacra Scrittura rivela attraverso le parole il mistero invisibile di Cristo, l’icona sacra rivela lo stesso mistero attraverso una forma visibile. Per questo l’Oriente cristiano ha da tempo definito l’icona «il Vangelo scritto a colori».
Il Verbo dà significato all’immagine e l’immagine rende visibile il Verbo. L’icona, quindi, non è semplicemente arte religiosa: è teologia resa visibile.
Separata dalla Parola, tuttavia, l’immagine diventa opaca e, alla fine, suscettibile di idolatria.
Come ha osservato Giovanni Sartori nel suo classico del 1997 Homo Videns, la cultura moderna permette sempre più alle immagini di eclissare la Parola. Quando le immagini non rimandano più, oltre se stesse, alla verità, diventano oggetti di manipolazione, sentimentalismo, intrattenimento e consumo.
L’immagine cessa di essere un’icona e comincia a funzionare come un idolo.
Questa è precisamente la differenza tra un’icona e un idolo.
Un’icona è trasparente.
Non si esaurisce mai in se stessa, ma dirige il nostro sguardo oltre se stessa, verso Dio.
Un idolo fa esattamente il contrario: assorbe la nostra attenzione e diventa fine a se stesso, distogliendo il nostro cuore dal Creatore per orientarlo verso qualche bene creato.
La gratitudine è uno di questi beni creati.
È del tutto naturale sperare che coloro che aiutiamo riconoscano il dono che hanno ricevuto. Un semplice «grazie» è un atto di giustizia e rafforza i legami della carità. È buona educazione ed è naturalmente atteso.
Tuttavia, se comincio ad avere bisogno dell’apprezzamento degli altri per poter perseverare nella carità, la gratitudine stessa può diventare un idolo.
Invece di amare l’immagine di Dio presente nell’altra persona, comincio a cercare qualcosa per me stesso.
Il mio servizio cessa di essere iconografico — trasparente verso Dio — e diventa autoreferenziale.
La Croce purifica proprio questa tentazione.
Cristo amava ogni persona come immagine del Padre suo. Guarì i dieci lebbrosi, anche se soltanto uno tornò da Lui. La sua carità non dipendeva mai da applausi, riconoscimenti o gratitudine. Rimaneva interamente orientata verso la gloria del Padre e la salvezza delle anime.
Questa stessa libertà è splendidamente illustrata nella vita di Santa Teresa di Calcutta.
Ella serviva Cristo nei più poveri tra i poveri, non perché la ringraziassero o potessero mai ripagarla, ma perché riconosceva in ogni persona il volto di Cristo. La sua carità non era radicata nel riconoscimento umano, ma nell’amore divino.
Forse, allora, la croce dell’ingratitudine è una delle forme più sottili di purificazione del Signore.
Egli ci permette di sperimentare la delusione di un amore non ricambiato affinché la nostra carità possa diventare più simile alla Sua: libera, generosa e radicata interamente nel Padre (cfr. Lc 6,32-36; Gv 5,19.30; 15,9-13).
Dopo tutto, Egli è «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15; cfr. Eb 1,3), il Figlio che Natanaele riconosce come «il Figlio di Dio» e «il Re d’Israele» (Gv 1,49).
Come Gesù dirà in seguito a Filippo:
«Chi ha visto me ha visto il Padre».
(Gv 14,9)
Cristo è la vera Immagine del Padre.
Quando portiamo quella croce dell’ingratitudine con sereno coraggio, scopriamo una profonda libertà.
Non amiamo più perché gli altri lo meritano o perché ci ringrazieranno. Amiamo perché essi portano l’immagine di Dio.
Diventiamo icone le cui vite rimandano, al di là di noi stessi, a Cristo, rifiutando di trasformare anche la legittima gratitudine umana in un idolo che sostituisca Dio come fonte della nostra gioia.
San Paolo ci ricorda:
«Qualunque cosa facciate, fatela di cuore, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete l’eredità come ricompensa; voi servite il Signore Cristo».
(Col 3,23-24)
La croce quotidiana non è soltanto l’esperienza della sofferenza.
A volte consiste nell’amare senza essere ringraziati.
Ed è proprio così che Cristo ci ha amati.
Quando la nostra carità non dipende più dalla gratitudine degli altri, le nostre vite diventano vere icone di Cristo stesso: il cui amore rivela il Padre e non cerca ricompensa per sé.
Questa purificazione è essa stessa una grazia. Lasciati alla nostra natura decaduta, siamo incapaci di questa libertà d’amore. Eppure la grazia opera in noi come lo scalpello di uno scultore, rimuovendo gradualmente ciò che è disordinato ed egoista, affinché l’Immagine di Cristo possa apparire sempre più chiaramente in noi.

