La vera libertà contro il culto della libertà
Fr. Shenan J. Boquet
(Originale in Inglese: www.hli.org )
«La libertà si radica dunque nella verità dell’uomo ed è finalizzata alla comunione.» ― Papa San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor
L’8 maggio, Päivi Räsänen, parlamentare finlandese cristiana ed ex ministro dell’Interno, ha annunciato che porterà il proprio caso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Ciò fa seguito a sette anni di indagini di polizia, a due assoluzioni unanimi ribaltate dallo Stato e, infine, a una condanna con voto di 3 a 2 da parte della Corte Suprema finlandese lo scorso marzo, in base a una legge sui «crimini di guerra e crimini contro l’umanità».
Il suo reato? Aver redatto nel 2004 un opuscolo per la sua congregazione luterana, intitolato «Maschio e femmina li creò», in cui esponeva la visione cristiana storica del matrimonio e della sessualità.
Come ho sottolineato nella mia rubrica di aprile dedicata al caso, quello di Räsänen non è un evento isolato. ADF International, l’organizzazione legale che la difende, ha ora lanciato la campagna “Free Speech on Trial” (La libertà di parola sotto processo), che documenta, caso dopo caso, in Europa e nelle Americhe, le vicende di genitori e politici cristiani perseguiti per aver espresso insegnamenti morali che fino a pochissimo tempo fa non erano affatto controversi.
In Islanda, monsignor Jakob Rolland è oggetto di un’indagine penale per aver illustrato la dottrina cattolica durante un programma radiofonico. In Brasile, la studentessa di veterinaria Isadora Borges rischia fino a dieci anni di carcere per due post sui social media in cui esponeva fatti biologici di base. In Canada, un ex membro del consiglio scolastico della Columbia Britannica è stato recentemente condannato a una multa di 750.000 dollari da un cosiddetto “Tribunale per i diritti umani” per essersi opposto all’ideologia di genere nelle scuole pubbliche.
Il fenomeno è inequivocabile e in espansione. Lo Stato viene strumentalizzato, paese dopo paese, per mettere a tacere il dissenso rispetto a una particolare visione della persona umana.
Sant’Anselmo, San Tommaso d’Aquino e il Catechismo sull’autentica libertà
Ma alla base di tutto questo c’è una domanda più profonda. È la domanda alla quale i pubblici ministeri, i legislatori e i tribunali per i diritti umani presumono tutti di aver già dato una risposta, anche se non l’hanno nemmeno posta.
La domanda è questa: che cos’è la libertà?
Per la maggior parte delle persone nell’Occidente moderno, la risposta sembra ovvia. La libertà è l’assenza di costrizioni esterne. La libertà è la capacità di fare ciò che voglio quando voglio, senza interferenze. Più scelte ho, più sono libero. Più qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa, meno sono libero.
La tradizione cattolica offre una visione della libertà molto diversa: una visione più antica, più profonda e più fedele alla realtà rispetto all’alternativa contemporanea.
Sant’Anselmo di Canterbury, scrivendo nell’XI secolo, definì notoriamente la libertà non come il potere di scegliere qualsiasi cosa, ma piuttosto come il potere di scegliere il bene. Una persona i cui desideri e le cui abitudini sono talmente disordinati da non riuscire a trattenersi dal bere in eccesso, dal perseguire conquiste sessuali o dal ferire la propria famiglia, non è «libera» in alcun senso significativo. È schiava delle proprie passioni, indipendentemente da quante opzioni la legge le lasci aperte.
San Tommaso d’Aquino ha approfondito questa riflessione. Nel suo commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, egli scrive che la libertà «è per sua natura ordinata al bene e tende al male solo per difetto». Scegliere il male, secondo questa visione, non è un esercizio della libertà, ma un suo fallimento.
Come spiega san Tommaso d’Aquino, la volontà umana è stata creata per cercare il bene. Quando devia scegliendo il male, significa che qualcosa è andato storto, proprio come qualcosa è andato storto quando un occhio non riesce a vedere o una gamba non riesce a camminare.
Non si parla di «libertà» di essere ciechi o di avere il cancro. Allo stesso modo, direbbe san Tommaso d’Aquino, non dovremmo parlare di «libertà» di scegliere il male. Scegliere il male non significa esercitare la propria libertà, ma piuttosto usare la propria capacità di scegliere per rendersi schiavi.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica mantiene con attenzione l’equilibrio nel trattare la questione della libertà. «La libertà è la facoltà, radicata nella ragione e nella volontà, di agire o non agire, di fare questo o quello, e quindi di compiere azioni deliberate sotto la propria responsabilità», spiega il Catechismo al paragrafo 1731.
A prima vista, questa definizione di libertà potrebbe sembrare simile alla definizione moderna di libertà, ovvero come la capacità di fare ciò che si vuole, quando si vuole, senza interferenze. Tuttavia, nello stesso paragrafo il Catechismo prosegue chiarendo che: «La libertà umana è una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà; raggiunge la sua perfezione quando è orientata verso Dio, nostra beatitudine».
E poi, cosa fondamentale, aggiunge quanto segue:
Più si fa il bene, più si diventa liberi. Non c’è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta di disobbedire e di fare il male è un abuso della libertà e conduce alla «schiavitù del peccato» (n. 1733).
Il culto totalitario della libertà
C’è un profondo paradosso, o forse una vera e propria contraddizione, che attraversa il moderno culto della libertà fine a se stessa.
Se la libertà è assoluta, ci si potrebbe chiedere in che modo incarcerare Räsänen per un opuscolo di vent’anni fa che difendeva la «libertà». Se la libertà è la capacità delle persone di fare ciò che vogliono quando vogliono, senza interferenze, allora sicuramente tale libertà si estende anche a Räsänen? Anche lei dovrebbe avere diritto alla libertà senza interferenze, non è vero?
Allo stesso modo, sicuramente monsignor Rolland, l’amministratore della Columbia Britannica Neufeld, lo studente brasiliano Borges e tutti i numerosi altri cristiani perseguitati e perseguiti per essersi opposti al transgenderismo, per aver espresso verità biologiche, per aver pregato davanti alle cliniche abortive e per altri comportamenti ormai vietati, dovrebbero anch’essi essere liberi di fare ciò che vogliono.
L’amara ironia, ovviamente, è che sotto il regime della nuova ideologia della libertà radicale, risulta che le libertà di alcune persone siano più accettabili di quelle di altre.
George Orwell, nel suo “La fattoria degli animali”, ha famigeratamente satirizzato il culto del comunismo spiegando che all’interno del sistema comunista «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Allo stesso modo, a quanto pare, all’interno del moderno culto della libertà, tutte le scelte sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.
Come in *La fattoria degli animali*, la moderna ideologia della libertà ha dato vita a qualcosa che spesso è indistinguibile da una setta. Proprio come in una setta, i fedeli della libertà spesso non si rendono affatto conto delle contraddizioni insite nel loro sistema. Anche mentre danno la caccia agli eretici con i forconi, credono sinceramente di difendere la “libertà”.
Il culto della rivoluzione sessuale, fondato sul dogma della libertà fine a se stessa, ha ormai una propria serie di dogmi che non possono essere messi in discussione (ad esempio: il genere è un costrutto; l’autonomia sul proprio corpo è assoluta; la scelta è sacra). Ha i propri sacramenti (la procedura abortiva, la «transizione» chirurgica, l’iniezione letale). E ha il proprio elenco di eresie, nonché i propri processi e le proprie inquisizioni per dare la caccia e punire gli eretici (i “linciaggi” online, i tribunali dei “diritti umani”).
In altre parole, ciò che oggi viene difeso in nome di una «libertà» di mentalità aperta è in realtà un programma morale ben definito con contenuti molto particolari. E chiunque dissenta da tali contenuti viene trattato non come partecipante a un legittimo dibattito morale, ma come un eretico, da mettere a tacere tramite polizia, pubblici ministeri e tribunali.
La schiavitù della “libertà”
Tuttavia, come spiegherebbero san Tommaso d’Aquino e sant’Anselmo, le contraddizioni insite nel culto della libertà sono ancora più profonde.
Sì, c’è qualcosa di profondamente paradossale nel fatto che l’adorazione della libertà fine a se stessa abbia generato folle inferocite e tribunali per i diritti umani che infliggono multe paralizzanti. Ma ciò che è ancora più profondamente inquietante è il modo in cui l’adorazione della libertà finisce per asservire gli stessi adoratori.
Guardiamoci intorno. I frutti dell’adorazione della «libertà» slegata dalla verità sono ovunque:
I matrimoni crollano a ritmi senza precedenti perché non crediamo più che il vincolo matrimoniale significhi qualcosa al di là dei sentimenti attuali dei coniugi. I bambini vengono concepiti e poi distrutti nel grembo materno perché abbiamo dichiarato che la volontà umana è sovrana sulla realtà biologica.
Gli adolescenti vengono incoraggiati a mutilare i loro corpi sani alla ricerca di un’«identità di genere» che l’anatomia e la biologia più elementari contraddicono. Gli anziani e i disabili vengono uccisi dai propri medici perché l’«autonomia» lo esige. La pornografia, la dipendenza, l’isolamento e la disperazione proliferano in una cultura che ha perso la capacità di dire che alcune scelte sono buone e altre no.
Il peccato ci inganna. Ci sussurra che siamo liberi quando seguiamo i nostri impulsi. E poi cattura la volontà e la lega proprio a quegli appetiti che ci distruggono. Come osservò saggiamente Papa San Giovanni Paolo II, «quando si perde il senso di Dio, si tende anche a perdere il senso dell’uomo» (Evangelium Vitae, n. 21).
I limiti della libertà
Ecco cosa rende interessante il momento attuale. Persino le istituzioni prive di impegni cattolici, che non hanno alcun interesse a difendere la morale tradizionale, stanno cominciando ad ammettere, con le loro parole e a modo loro, che la «libertà di fare tutto ciò che voglio» non solo ha dei limiti, ma tende di fatto a cannibalizzare la libertà dei più vulnerabili.
Ecco un esempio interessante di ciò che intendo: il 28 aprile, il Centre for Addiction and Mental Health (CAMH), il più grande ospedale universitario canadese specializzato in salute mentale, completamente laico e pienamente integrato nel sistema sanitario canadese, ha presentato una lettera degna di nota alla Commissione mista speciale del governo federale sull’assistenza medica alla morte (MAiD è l’acronimo di Medical Assistance in Dying ossia Assistenza medica al suicidio o fine vita assistito). La questione era se il Canada dovesse estendere il proprio regime di MAiD alle persone la cui unica condizione medica di base fosse una malattia mentale.
Il CAMH si è opposto con forza a questa estensione della MAiD.
Dopo aver esaminato la letteratura scientifica, il CAMH ha riferito che non vi sono «prove che suggeriscano la possibilità di distinguere in modo affidabile» tra una richiesta di MAiD da parte di una persona affetta da malattia mentale e un impulso suicidario determinato proprio da tale malattia. Secondo le stesse parole del CAMH, «qualsiasi determinazione secondo cui una persona soffre di una malattia mentale irrimediabile ai fini della MAiD sarebbe intrinsecamente soggettiva e arbitraria».
Si tratta di un’ammissione straordinaria. L’intera struttura morale del MAiD si fonda sul presupposto che la “scelta autonoma” sia il valore supremo e che il ruolo del medico e dello Stato sia semplicemente quello di rispettare qualsiasi scelta compia il paziente. Il CAMH, senza alcun “interesse personale” cattolico, afferma che, almeno in questo ambito, il quadro dell’autonomia crolla. Proprio la condizione necessaria per una scelta autonoma, ovvero una volontà non alterata dalla patologia, è esattamente ciò che la professione medica non è in grado di verificare in modo affidabile.
In altre parole, il CAMH ha riconosciuto che non ogni «scelta» è libera. Una scelta deformata dalla malattia, che danneggia la persona che la compie, non è la stessa cosa di una scelta compiuta in piena lucidità, che favorisce la salute e la guarigione del paziente. Alcune «libertà» sono in realtà forme di schiavitù. Ci sono dei limiti.
Ma se questo è vero per la malattia mentale, perché non dovrebbe esserlo anche altrove?
Non è forse vero che la scelta deformata dalla dipendenza non è libera? La scelta influenzata dall’entusiasmo ideologico non è libera. La scelta guidata dalla disperazione non è libera. Una volta ammesso che alcune scelte non sono libere perché non scaturiscono da una volontà umana che opera come dovrebbe, la questione non è più se la libertà abbia dei limiti, ma dove si trovino tali limiti.
E rispondere a questa domanda ci impone di fare qualcosa che il mondo moderno cerca disperatamente di evitare: riflettere onestamente su cosa sia un essere umano e su cosa lo realizzi.
Aristotele sulla vera libertà
Ventiquattro secoli fa, Aristotele insegnò che il bene umano, ciò che egli chiamava eudaimonia e che solitamente viene tradotto come «felicità» o «prosperità», non è la soddisfazione di qualunque desiderio si presenti più forte in quel momento. È la vita vissuta in accordo con la virtù, la realizzazione di ciò che un essere umano è realmente.
L’uomo libero, secondo Aristotele, è colui che si è formato abbastanza bene da desiderare ciò che è veramente buono. Lo schiavo non è l’uomo incatenato. Lo schiavo è l’uomo incatenato dai propri appetiti disordinati.
La tradizione cattolica ha fatto propria questa intuizione e l’ha approfondita. La grazia e la virtù liberano. Il peccato rende schiavi. Ma il punto fondamentale, ovvero che la libertà umana richiede una visione oggettiva della natura umana e della sua piena realizzazione, non è un’idea esclusivamente cattolica. Questa idea affonda le sue radici nelle prime testimonianze del pensiero umano.
Ciò che fa la definizione moderna di libertà è eludere il duro lavoro. Si rifiuta di chiedersi che cosa sia un essere umano, cosa lo realizzi, cosa gli nuoccia. Finge che quelle domande non abbiano risposta o che non siano affare di nessuno. Poi, dopo essersi sbarazzata della questione, sostiene che siamo «liberi» purché nessun altro ci ostacoli. E poi, paradossalmente, dà la caccia come eretici a chiunque abbia un’idea diversa di libertà.
Questa non è libertà. È pigrizia intellettuale e spirituale mascherata dal linguaggio della liberazione. E come attestano, ciascuno a modo proprio, CAMH, Aristotele, Sant’Anselmo, San Tommaso d’Aquino e il Catechismo, prima o poi ogni ricerca onesta si scontra con lo stesso muro.

