L’eutanasia di un bambino piccolo: le conseguenze della svalutazione della vita umana
Di padre Shenan J. Boquet tradotto dall’inglese da www.hli.org
Alla fine dello scorso anno, in un ospedale dei Paesi Bassi, un medico ha posto fine alla vita di un bambino di quasi due anni.
Il bambino era nato alla 26ª settimana di gravidanza con gravi danni cerebrali. Gli erano state diagnosticate la paralisi cerebrale, una grave disabilità visiva e una forma di epilessia infantile che provocava crisi epilettiche più volte al giorno.
I genitori del bambino avevano chiesto al medico di porre fine alla vita del figlio, richiesta che questi aveva infine accettato. Attraverso una flebo, gli aveva somministrato dosi crescenti di midazolam (un sedativo) e di morfina, finché il piccolo non si era addormentato. Successivamente aveva somministrato propofol e tiopentale, farmaci utilizzati per indurre il coma. Il bambino, per usare le parole del verbale ufficiale, «raggiunse uno stato di sedazione molto profonda e morì».
Il medico ha segnalato l’eutanasia alla commissione governativa incaricata di esaminare tali casi. Poco più di un mese fa, il 9 settembre, la ha pubblicato la propria sentenza: il medico «aveva agito con la dovuta diligenza».
Era la prima volta che nei Paesi Bassi veniva praticata l’eutanasia su un bambino di età compresa tra uno e dodici anni. Fino a febbraio del 2024, un atto simile sarebbe stato un reato. In quel mese è entrata in vigore una nuova normativa governativa che consente ai medici di porre fine alla vita dei bambini di questa fascia d’età su richiesta dei genitori. Ora il primo caso è stato approvato e, se il passato insegna qualcosa, non sarà l’ultimo.
La commissione governativa esamina il caso
Leggendo il verdetto, diversi aspetti saltano all’occhio. Il primo è che il bambino era effettivamente gravemente malato. Il rapporto descrive un piccolo che soffriva di crisi dolorose, dormiva poco e faticava a respirare e a deglutire.
Questa dev’essere stata una prova durissima per i genitori. Non si può negarlo. Qualsiasi genitore di un bambino con esigenze mediche particolari sa che l’assistenza continua, 24 ore su 24, può comportare un logorio fisico e psicologico notevole.
Eppure, anche se dovrebbe essere superfluo dirlo, nulla di tutto ciò giustifica l’uccisione di un bambino piccolo (o di chiunque altro, del resto). Anzi, diverse altre conclusioni del rapporto della commissione evidenziano quanto questo atto di infanticidio sia moralmente riprovevole.
Innanzitutto, il bambino non era in fin di vita. I medici ritenevano che vi fosse «una probabilità altissima che il bambino morisse in tenera età a causa delle complicanze». Tuttavia, sebbene fosse gravemente disabile e sofferente, non era una persona morente.
In secondo luogo, altri medici non concordavano con il collega che ha praticato l’eutanasia. I primi specialisti indipendenti consultati dal medico curante gli avevano riferito che il bambino «non soffriva in modo continuo e insopportabile» e che «esistevano ancora alternative ragionevoli», tra cui le cure palliative e altri farmaci per l’epilessia.
Il medico aveva provato un nuovo farmaco salvo poi interromperlo per via degli effetti collaterali. Si era quindi rivolto a un altro medico fuori dalla sua regione, il quale aveva convenuto con lui che non restasse altro da fare se non sopprimere il bambino. (È lo stesso fenomeno del “medico compiacente” che si ripresenta ovunque l’eutanasia venga legalizzata sotto la copertura di “linee guida rigorose”).
In terzo luogo, non esisteva alcun protocollo per la soppressione di un bambino piccolo. La commissione annota che il medico «aveva cercato un protocollo per eseguire la procedura con la dovuta cura medica, ma senza successo». La stessa normativa, ammette la commissione, «non contiene ancora criteri di diligenza» per i minori tra uno e dodici anni. La sequenza di farmaci descritta in precedenza è frutto della sola improvvisazione del medico, che la commissione ha comunque approvato.
Negli Stati Uniti, poche settimane fa, abbiamo assistito a un’esecuzione giudiziaria finita male e dai risvolti macabri. Senza voler confondere i due ambiti, il punto è semplicemente che, se il medico avesse agito con analoga imperizia, avrebbe potuto soltanto infliggere ulteriore sofferenza al bambino.
Il pendio scivoloso dell’eutanasia
I Paesi Bassi hanno legalizzato l’eutanasia per gli adulti nel 2002. Nel giro di tre anni, i medici di un ospedale di Groninga avevano messo a punto un protocollo per porre fine alla vita dei neonati con gravi disabilità, adottato poi dalla società pediatrica olandese nel 2005. Per quanto folle possa sembrare, i minori dai dodici anni in su potevano già richiederla in base alla legge del 2002 (con il consenso dei genitori fino a sedici anni).
Mancava solo un tassello: i bambini tra uno e dodici anni, e nel 2024 il governo ha colmato questa lacuna.
Man mano che i criteri di accesso all’eutanasia si sono allargati, il numero dei decessi è cresciuto di pari passo. Secondo l’utimo rapporto annuale lo scorso anno nei Paesi Bassi 10.341 persone sono state eutanasizzate, pari al sei per cento di tutti i decessi nel Paese. Tra queste figuravano 499 persone affette da demenza e 174 la cui sofferenza era di natura «psichiatrica», ossia legate a malattie mentali. Altre 475 sono state uccise per un “accumulo di patologie legate all’età”, il che, a quanto mi risulta, significa semplicemente che erano anziane.
Lord David Alton, il pari britannico e difensore della vita, non ha usato mezzi termini: «Si comincia con un po’ di eutanasia, ed è inevitabilmente a questo che si arriva” ha affermato. «Basta renderla legale e diventa semplicemente un’altra “opzione”».
Peter Singer aveva ragione su una questione
Quando si affronta il tema dell’infanticidio, un nome salta sempre fuori: Peter Singer, il filosofo di Princeton che ne sostiene apertamente la pratica. Come ha scritto nel suo libro, Practical Ethics:
«Attualmente i genitori possono scegliere se tenere o sopprimere i propri figli disabili solo se la disabilità viene rilevata durante la gravidanza. Non esiste alcuna base logica per limitare la scelta dei genitori a queste particolari disabilità. Se ai neonati disabili non venisse riconosciuto il diritto alla vita fino, diciamo, a una settimana o a un mese dopo la nascita, ciò consentirebbe ai genitori, d’intesa con i medici, di scegliere sulla base di una conoscenza delle condizioni del neonato ben più approfondita di quella possibile prima della nascita».
A Singer concedo almeno questo: ha ragione nel definire arbitraria la linea di demarcazione della nascita. Se possiamo sopprimere legalmente un bambino pochi istanti prima che nasca, perché non dovremmo poterlo fare subito dopo? Il bambino è lo stesso; l’unica variabile è dove si trova.
Il mio disaccordo con Singer riguarda la conclusione che trae da questa premessa. Anziché spostare arbitrariamente il limite a una settimana o un mese dopo la nascita, dovremmo invece riconoscere e rispettare la dignità intrinseca di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. E dobbiamo ribadire che non è mai lecito uccidere un bambino non nato: sempre, in ogni circostanza, senza eccezioni.
Il fondatore dell’HLI, padre Paul Marx, OSB, lo aveva intuito cinquant’anni fa: «La logica dell’aborto esige l’eutanasia», scrisse nel 1975. «Eticamente, aborto e eutanasia sono gemelli inseparabili».

Una frase della sentenza olandese mostra cosa intendesse padre Marx. Il medico curante, vi si legge, «era del parere che il bambino soffrisse in modo insopportabile senza prospettive di miglioramento, e che avrebbe continuato a farlo anche se l’epilessia fosse stata tenuta sotto controllo».
Anche qualora le crisi fossero state domate, secondo il medico la vita del bambino non valeva la pena di essere vissuta a causa della sua totale dipendenza dagli altri. La commissione ha concordato. La sofferenza è stata giudicata insopportabile a causa delle «minime possibilità per il bambino di fare esperienze di vita positive».
In altre parole, i genitori, il medico e la commissione hanno decretato se un determinato tipo di vita umana meriti o meno di essere vissuta.
La Chiesa ha sempre respinto questo presupposto, ossia che il valore di una persona dipenda da ciò che essa è in grado di compiere. Come recita il Catechismo della Chiesa Cattolica:
«Quali che siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o moribonde. Essa è moralmente inaccettabile. Pertanto, un’azione o un’omissione che, da sé o intenzionalmente, cagioni la morte, allo scopo di inibire il soffrire, costituisce un omicidio gravemente contrario alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore» (CCC, n. 2277).
Che aspetto ha la vera misericordia
Il cardinale Willem Eijk, presidente della Conferenza episcopale olandese, era medico prima di diventare sacerdote e ha discusso una tesi di dottorato proprio sull’eutanasia nei Paesi Bassi.
«Il termine “misericordioso” viene spesso impiegato oggi per giustificare azioni eticamente discutibili», dichiarato il cardinale a Crux all’indomani della soppressione. «Tuttavia, è forse misericordioso violare la dignità fondamentale della persona umana ponendo fine alla sua vita?».
«Ciò che è veramente misericordioso», ha proseguito, «è assicurare cure adeguate, in questo caso rappresentate dalle cure palliative. Qualora le cure palliative standard risultino insufficienti ad attenuare la sofferenza entro una soglia tollerabile, la sedazione palliativa può offrire una via d’uscita».
Il cardinale Eijk ha osservato che ciò dimostra come «molte persone nella società occidentale preferiscano la morte a una vita segnata dalla disabilità».
«La cultura odierna tollera meno la sofferenza e la disabilità. Ciò si riflette chiaramente nella tendenza prevalente a considerare la perfezione estetica come un ideale. Anche in assenza di vere imperfezioni visibili, in molti ricorrono alla chirurgia plastica pur non essendovi alcuna necessità reale», ha aggiunto.
Il verdetto della commissione attesta inoltre che ai genitori era stata proposta la sedazione per il bambino ed essi l’avevano rifiutata, con la motivazione che si trattava di una «sedazione continua» che «avrebbe finito per causare la morte del bambino per disidratazione e inanizione».
È importante sottolineare come l’insegnamento della Chiesa in materia di cure terminali sia particolarmente articolato. Il Catechismo considera lecito «l’uso di analgesici per alleviare le sofferenze dei morenti, anche a rischio di abbreviarne i giorni», purché «la morte non sia voluta, né come fine né come mezzo». Tuttavia, specifica altresì che «anche se la morte è giudicata imminente, le cure ordinarie dovute a un ammalato non possono essere legittimamente interrotte» (CCC, n. 2279; Direttive etiche e religiose per i servizi sanitari cattolici, n. 63). Acqua e cibo rientrano nelle cure ordinarie e sono dovuti al malato, anche mediante ausili artificiali, finché nutrono, come ho spiegato l’anno scorso nel mio articolo su Terri Schiavo. Una sedazione concepita al fine di far morire di sete un bambino costituisce eutanasia camuffata. Ma non è questo il caso che si sarebbe verificato.
Come ha spiegato il Cardinale: «Qualora, nonostante l’impiego di antidolorifici e di altri strumenti per contenere i sintomi angoscianti entro limiti tollerabili, possa essere lecito sopire la coscienza somministrando sedativi nella misura richiesta per rendere i sintomi tollerabili. Talvolta può rendersi necessario sopprimere totalmente la coscienza».
«In tale eventualità, il paziente non assumerà più cibo né liquidi, spegnendosi dopo qualche tempo. La morte, tuttavia, non costituisce lo scopo dell’azione, bensì un effetto secondario che risulta giustificato dall’assenza di altri rimedi terapeutici», ha chiarito il cardinale Eijk.
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La cultura della morte genera altra morte
Nelle ultime settimane ho scritto anche del voto con cui la Camera dei Comuni britannica ha bocciato un disegno di legge sul suicidio assistito, del caso di Brigitte Stegemann – la nonna ottantatreenne dell’Ontario che, secondo i familiari, sarebbe deceduta per iniezione letale stringendo le mani in preghiera – e di papa Leone XIV a Lourdes, il quale ha ricordato ai malati che «ciò che è legale non è necessariamente morale».
Come ho spesso ribadito in questa rubrica, la morte tira altra morte. Nei Paesi Bassi si è partiti dagli adulti malati terminali che ne facevano richiesta; oggi si arriva a comprendere persone con demenza, malati psichiatrici, grandi anziani, neonati e un bambino di due anni.
La cultura della morte, scriveva san Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, «avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate» (n. 64).
Papa Leone XIV ha espresso concetti analoghi il mese all’UNESCO di Parigi: «La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore», ha affermato, «né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.»

Gli olandesi, al pari di ogni altra nazione occidentale, hanno trascorso cinquant’anni a ricorrere alla contraccezione e all’aborto falcidiando le nuove generazioni, e ora si ritrovano con una popolazione anziana e disabile sempre più numerosa da accudire e un numero sempre esiguo di giovani per farlo. Un bambino piccolo non è un anziano. Ma la medesima logica che bolla gli anziani come un peso superfluo finisce inevitabilmente per puntare lo sguardo su tutti i soggetti parimenti vulnerabili.
Per contraltare, la Chiesa continua a riaffermare che ogni essere umano, per quanto piccolo, malato o disabile, è plasmato a immagine e somiglianza di Dio. Si potrebbe anzi sostenere che il valore del bambino malato, in questa vicenda, risieda proprio nell’appello che rivolge a noi, persone sane, affinché rispondiamo al suo dolore con amore, compassione e pazienza.
Questo è il messaggio di Cristo nei Vangeli: i poveri, i derelitti, gli oppressi occupano un posto speciale agli occhi di Dio. La sofferenza, se accolta nel modo giusto, ci umanizza. Scegliendo la morte come scorciatoia, sfuggiamo alle difficoltà ma ci sbarazziamo anche di ciò che ha il potere di intenerire i nostri cuori e dilatare le nostre anime.
Human Life International


