Dal dono al prodotto: la logica della fecondazione in vitro, dell’aborto, dell’eugenetica e del transumanesimo
Di don Francesco Girodano, originale in inglese tradotto da catholicexchange.com
È utile chiarire fin dall’inizio alcune definizioni. Con il termine FIV, ovvero fecondazione in vitro, intendo la generazione di embrioni umani al di fuori del corpo, solitamente in ambiente di laboratorio, con successivo trasferimento nell’utero (Donum Vitae II.B; Dignitas Personae 12–18). Con il termine aborto intendo l’interruzione deliberata della vita del nascituro (Evangelium Vitae 58, 62; Dignitas Infinita 47). Con il termine «eugenetica» intendo lo sforzo di migliorare la popolazione umana selezionando alcune vite ed escludendone o eliminandone altre, sia attraverso politiche pubbliche che tecniche private (Dignitas Personae 22; Evangelium Vitae 14, 63). E per transumanesimo intendo il progetto moderno di superare i limiti dati della natura umana attraverso la tecnologia, sia mediante potenziamento, riprogettazione o rifacimento tecnico del corpo stesso (Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? 46–49).
Molte persone trattano la fecondazione in vitro, l’aborto, l’eugenetica e il transumanesimo come dibattiti morali separati. La fecondazione in vitro viene spesso presentata come una risposta compassionevole all’infertilità. L’aborto viene discusso in termini di autonomia o di diritti. L’eugenetica appartiene, ci viene detto, a un capitolo oscuro del XX secolo. Il transumanesimo suona come una speculazione futuristica sul potenziamento, sugli uteri artificiali o sulla riprogettazione della specie umana.
Ma non si tratta di universi morali separati: essi sono profondamente collegati. Derivano da un modo comune di concepire la persona umana, la libertà, il corpo, la tecnologia e persino il significato stesso della generazione. Al centro di tutto ciò c’è una domanda: la vita umana è un dono da ricevere o un progetto da gestire?
Come ho sostenuto in un recente articolo sugli inizi dell’essere umano, molto dipende dal fatto che l’embrione sia riconosciuto fin dal concepimento come un essere umano già presente, piuttosto che come materiale biologico in attesa di uno status morale successivo. Una volta che quell’inizio viene oscurato, le prime fasi della vita diventano vulnerabili alla sperimentazione, al congelamento, allo smaltimento e alla selezione. E una volta concessa tale autorizzazione, inizia a dispiegarsi una logica più ampia.
Dalla generazione alla creazione
Il primo passo è la sostituzione della generazione con la creazione. Qui è importante operare un’attenta distinzione teologica. La confessione del Credo secondo cui il Figlio è «generato, non creato» appartiene propriamente e unicamente alla teologia trinitaria; non può essere trasferita in modo univoco alla generazione umana. Tuttavia, getta comunque una luce analogica su una verità essenziale riguardo alla persona umana. Un bambino non viene fabbricato come un prodotto. È generato dai suoi genitori e creato da Dio, il cui dono immediato dell’anima spirituale colloca ogni vita umana al di là della logica della produzione.
Nella generazione naturale, il bambino è generato attraverso l’unione coniugale degli sposi e accolto come frutto della loro comunione. Nel contesto tecnologico, tuttavia, il bambino appare sempre più come il risultato di una procedura. Ecco perché la fecondazione in vitro è così decisiva. Non è solo un trattamento tra gli altri. Rappresenta un trasferimento simbolico della generazione stessa. Sposta la nostra attenzione dal dono di sé corporeo dei coniugi al laboratorio, dalla procreazione alla produzione.
Una volta accettato tale trasferimento, cambia il modo stesso di concepire l’origine della vita umana. Gli embrioni possono essere generati in eccesso, classificati, congelati, scartati o utilizzati per la ricerca. Se alcune vite embrionali o fetali possono essere giudicate indegne a causa di disabilità, difetti, onere o tempistica, allora l’aborto diventa uno strumento di selezione. Se la selezione diventa la norma, riemerge l’eugenetica — non necessariamente nella sua vecchia forma statalista, ma in una nuova forma privatizzata, medicalizzata e consumistica. Se la vita umana può essere selezionata, ottimizzata e riprogettata nelle sue fasi più precoci, allora il transumanesimo non è una strana rottura. È il culmine.
Quindi la domanda più profonda non è semplicemente se si approvi o si disapprovi una determinata procedura. La domanda più profonda è questa: che cos’è la persona umana? L’essere umano è una creatura che riceve la vita come dono? Oppure l’essere umano è un progetto di volontà sovrana — qualcosa da produrre, selezionare, migliorare e, alla fine, riprogettare secondo il desiderio e il potere tecnico? Questa è la vera questione.
La verità dell’atto coniugale
La tradizione cristiana insiste sul fatto che il matrimonio e la sessualità possiedono un’intelligibilità intrinseca.
L’atto coniugale non è una materia moralmente neutra alla quale la volontà possa imporre qualsiasi significato scelga. Esso possiede già una struttura ordinata dalla natura, illuminata dalla ragione ed elevata dalla grazia.
Per questo motivo, la Chiesa ha sempre insegnato che l’atto coniugale porta in sé due significati inscindibili: quello unitivo e quello procreativo. Questi non sono due valori aggiunti esternamente all’atto. Essi appartengono alla sua stessa verità (Humanae Vitae 12; Evangelium Vitae 23). Questo è l’insegnamento riaffermato dalla Humanae Vitae, approfondito dalla teologia del corpo di san Giovanni Paolo II e dalla Gaudium et Spes 24, e presupposto dalla Donum Vitae, che insegna che la procreazione umana è propriamente il frutto del matrimonio e non il prodotto di una tecnica che sostituisce l’atto coniugale (Donum Vitae II.B.4–5).
In questo ambito, san Tommaso d’Aquino rimane indispensabile. Gli atti morali non sono giustificati semplicemente da un’intenzione sincera. La loro moralità dipende soprattutto dal loro oggetto — ciò che l’atto è nella sua natura — oltre che dall’intenzione e dalle circostanze. In altre parole, una buona intenzione non può giustificare un atto che ne falsifica il significato stesso. Questa distinzione riveste grande importanza nell’etica sessuale. L’atto coniugale è ordinato, per la sua stessa natura, sia all’unione tra marito e moglie sia alla generazione della prole. Non si tratta di mere funzioni biologiche. Esse appartengono alla verità personale e sociale del matrimonio. Anche se i coniugi intendono qualcosa di buono — l’amore, l’intimità, persino la genitorialità — tale intenzione non può giustificare un atto che ne falsi il significato intrinseco.
Questo è esattamente il problema sia della contraccezione che della fecondazione in vitro, sebbene in modi opposti. La contraccezione persegue l’aspetto unitivo escludendo deliberatamente quello procreativo. La fecondazione in vitro persegue la procreazione aggirando l’unione coniugale come contesto concreto e proprio della generazione. In entrambi i casi, la volontà non accoglie più l’atto secondo la sua verità, ma interviene per ristrutturarlo.
Il problema della fecondazione in vitro, quindi, è più profondo della tecnica. La questione decisiva è se la tecnologia aiuti l’atto coniugale a raggiungere il suo fine proprio, oppure sostituisca l’atto coniugale come sede della generazione. Questa differenza è fondamentale. Una tecnica che aiuti i coniugi a concepire rispettando l’integrità della loro unione è una cosa. Una tecnica che si sostituisca all’atto e trasferisca la generazione in laboratorio è un’altra. In quest’ultimo caso, la generazione diventa produzione.
Il bambino è un dono, non un prodotto
San Giovanni Paolo II ha approfondito la visione classica della Chiesa sul matrimonio e sulla procreazione riflettendo sul corpo, sulla persona e sulla logica del dono. Il corpo non è uno strumento esterno semplicemente posseduto dalla persona. Esso esprime la persona e rivela la vocazione alla comunione. Ecco perché è tornato ripetutamente al Gaudium et Spes 24: l’uomo «non può trovare pienamente se stesso se non attraverso un sincero dono di sé».
Il matrimonio è una forma privilegiata di tale dono. Nell’atto coniugale, i coniugi realizzano corporalmente il dono reciproco delle loro persone. Il bambino è destinato a nascere da e all’interno di quel dono di sé come suo frutto. Non è qualcosa di dovuto. Non è oggetto di una pretesa. È un dono.
Ecco perché la tradizione insiste sul fatto che un bambino non è mai un prodotto. Un dono si riceve con gratitudine e riverenza. Un prodotto viene pianificato, controllato, misurato e valutato in base ai risultati desiderati. Una volta che la procreazione viene trasferita in laboratorio, il bambino rischia di essere sottilmente riposizionato dall’orizzonte del dono a quello della produzione.
Questo non significa che i genitori che ricorrono alla fecondazione in vitro non amino i propri figli. Spesso li amano, profondamente. Ma il significato oggettivo del processo rimane comunque rilevante. Ciò che viene prodotto può essere selezionato, classificato, congelato o scartato. Un bambino non può essere trattato in questo modo senza che ciò comporti una violenza morale. La distinzione tra generare e creare non è quindi retorica, ma metafisica: creiamo oggetti per il nostro uso, ma generiamo persone che sono uguali in dignità e mai riducibili ai nostri progetti.
Ciò aiuta anche a spiegare perché la fecondazione in vitro e l’aborto siano più vicini di quanto sembri a prima vista. La fecondazione in vitro è spesso vista come a favore del bambino perché è ricercata da chi desidera ardentemente un figlio. L’aborto è visto come contro il bambino perché pone fine alla vita di un bambino già concepito. Ma il contrasto è incompleto. Entrambi possono operare secondo lo stesso principio di fondo: la vita umana è accolta quando corrisponde al desiderio e può essere rifiutata quando diventa un peso, difettosa, inopportuna o indesiderata.
Nell’aborto, il bambino non ancora nato può essere ucciso perché non è voluto, perché è stato concepito in circostanze dolorose o perché gli è stata diagnosticata una disabilità. Nella fecondazione in vitro, l’embrione può essere generato in eccesso, classificato, congelato, scartato, ridotto a materiale di ricerca o distrutto perché non soddisfa i criteri stabiliti dal processo. La retorica è diversa, e l’atteggiamento emotivo degli adulti può variare, ma in entrambi i casi la vita del bambino è sottoposta al giudizio di un’altra volontà. Il bambino non è più semplicemente accolto come qualcuno che deve essere amato. Viene innanzitutto valutato come qualcuno che deve dimostrarsi all’altezza.
Ecco perché l’eugenetica non è solo una reliquia del XX secolo. È tornata in una nuova forma. La vecchia eugenetica era schietta, statalista e coercitiva. La nuova eugenetica è più individualizzata, più medicalizzata, più orientata al mercato e spesso rivestita del linguaggio della compassione, della salute, della libertà dei genitori e della prevenzione della sofferenza. Eppure la premessa di fondo è inquietantemente simile: alcune vite umane sono benvenute mentre altre vengono silenziosamente escluse in base alla salute, allo stato genetico, al sesso o alla conformità agli standard desiderati.
Una volta che gli embrioni vengono generati al di fuori del corpo e in numero plurale, diventano disponibili per la valutazione. Alcuni vengono designati come «di buona qualità», altri come «di scarsa qualità». Alcuni vengono trasferiti, altri congelati. Alcuni vengono conservati, altri abbandonati. Una volta che entrano in gioco i test genetici preimpianto, la dinamica diventa ancora più esplicita: gli embrioni vengono sottoposti a screening in modo che solo quelli giudicati idonei possano proseguire il percorso verso la nascita. In questa ottica, la fecondazione in vitro e l’aborto non sono tanto opposti quanto espressioni affini della stessa logica più profonda: la vita sotto controllo, la vita sotto giudizio, la vita sotto selezione.
Libertà distaccata dalla verità: dall’eugenetica al transumanesimo
Dietro l’intero campo della bioetica si cela una crisi filosofica più profonda: il moderno distacco della libertà dalla verità. Gran parte della cultura contemporanea identifica la libertà con la pura autoaffermazione, il potere della volontà di scegliere senza alcuna norma al di fuori di sé stessa. Ma la tradizione cristiana concepisce la libertà in modo diverso. Per Tommaso d’Aquino, la libertà si realizza non inventando il bene, ma riconoscendo e scegliendo ciò che è veramente buono. Ecco perché san Giovanni Paolo II ha insistito nella Veritatis Splendor sul fatto che la verità non è nemica della libertà, ma la sua condizione.
Ciò è rilevante in bioetica perché, una volta che la libertà viene separata dalla verità, la vita umana non viene più accolta per ciò che è, ma giudicata in base al fatto che soddisfi o meno il desiderio. L’embrione diventa usa e getta, i disabili diventano vulnerabili all’esclusione e il corpo stesso diventa materia prima da riprogettare. Il nascituro non è quindi solo la vittima di questa falsa libertà, ma anche il suo caso di prova più evidente: se la libertà riconosca ancora beni superiori alla preferenza, al potere e al controllo.
Una volta che alcune vite possono essere scartate e altre prodotte tecnologicamente, il transumanesimo non appare più come una strana deviazione futuristica. Diventa il passo coerente successivo. La fecondazione in vitro trasferisce la generazione alla tecnica. L’aborto permette l’eliminazione della vita indesiderata. L’eugenetica normalizza la selezione. Il transumanesimo porta la stessa logica al suo punto più estremo: la natura umana stessa diventa disponibile per essere riprogettata.
Ciò che nasce come controllo della riproduzione finisce per trasformarsi in un rifiuto di ciò che è dato. La creatura non desidera più semplicemente ricevere se stessa, ma rimodellarsi. Ecco perché la vera questione non è solo la tecnologia, ma l’antropologia che ne governa l’uso. La risposta cristiana deve quindi essere più profonda della semplice paura delle macchine. Ciò che va recuperato è una visione in cui l’essere precede il fare, il dono precede il progetto e la condizione di creatura è riconosciuta come un bene.
La vera alternativa
L’alternativa cristiana non è un semplice divieto. È il recupero di un’intera visione morale e spirituale della persona. Ciò che va recuperato è un’etica della ricezione piuttosto che del dominio. La realtà non è innanzitutto qualcosa da conquistare, ma qualcosa da ricevere. Ciò vale in modo particolare per la vita stessa. Non siamo noi a darci l’essere. Non siamo noi gli autori della nostra esistenza. Siamo ricevuti da un Altro, e pertanto l’atteggiamento più consono alla vita umana non è la sovranità, ma la gratitudine.
Ciò significa recuperare un’antropologia del dono piuttosto che del possesso, un concetto di libertà ordinato alla verità piuttosto che alla volontà arbitraria, una medicina della cura piuttosto che della selezione, una famiglia intesa come comunione piuttosto che come accordo, e una società che misura la grandezza non in base all’efficienza, ma alla sua disponibilità a proteggere i deboli.
Non si possono difendere i nascituri in astratto mentre si abbandonano le donne in situazioni di gravidanza difficile. Non si può condannare l’eugenetica mentre si lasciano i genitori di bambini disabili all’isolamento e all’esaurimento. Non si può parlare contro la riproduzione assistita rispondendo con freddezza alle coppie infertili. E non si può proclamare il male dell’aborto senza offrire un percorso di guarigione a chi ne porta le ferite.
Il Vangelo della vita non può essere difeso solo con le argomentazioni. Deve diventare visibile nelle comunità dove i deboli non vengono nascosti, dove la sofferenza non viene affrontata con l’eliminazione, dove i bambini sono accolti, dove i disabili sono onorati e dove al pentimento si risponde con la misericordia.
Infatti, la fecondazione in vitro, l’aborto, l’eugenetica e il transumanesimo non sono semplicemente quattro diverse controversie. Sono espressioni collegate di un’unica e più profonda lotta sul significato della persona umana. Se l’uomo è una creatura, allora la vita è dono, la verità è oggettiva, la libertà è ordinata al bene, il corpo ha un significato, i bambini sono accolti piuttosto che prodotti, e la tecnologia deve rimanere entro i limiti morali. In quel mondo, la dipendenza non è umiliazione, la finitezza non è assurdità e la vulnerabilità non è un segno che una vita abbia perso il proprio valore.
Se invece l’uomo è l’autore sovrano di se stesso, allora la vita diventa materia prima, la procreazione diventa produzione, la libertà diventa volontà, la tecnologia diventa salvezza e i deboli diventano vulnerabili alla selezione e all’eliminazione. Ecco perché questi dibattiti sono così importanti. Non si tratta di discussioni su procedure isolate. Si tratta di discutere se la vita umana sarà ancora riconosciuta come sacra, donata e inviolabile — oppure se sarà riorganizzata secondo le categorie del controllo, dell’utilità e della progettazione.
E, in definitiva, questa non è solo una questione bioetica. È una questione che riguarda il fatto di sapere ancora come accogliere la persona umana prima di misurarla.
Nota della redazione: Questo articolo fa parte di una serie originale di CE su Bioethics & Culture a cura di padre Francesco Giordano, che affronta le complesse questioni morali del nostro tempo.
Foto di Jonathanborba su www.pexels.com

