Il mondo solitario della vita contemporanea

Di Mitchell Kalpakgian (12 Ottobre 2016)  (Fonte: truthandcharityforum.org)

Prof. Mitchell Kalpakgian, professore di letteratura e scrittore
Prof. Mitchell Kalpakgian, professore di letteratura e scrittore

Nella sua celebre definizione di uomo concepito come “animale politico”, Aristotele riconosce la natura sociale degli esseri umani che cercano un senso di appartenenza e di partecipazione a una famiglia e a una società come elemento essenziale per una vita felice. Perché l’essere umano non è autosufficiente quando è isolato, e non è né una bestia né un dio, “l’uomo è, quindi, destinato per sua natura ad essere una parte di un tutto politico”. L’uomo non è né un lupo solitario che non ha alcun bisogno del consorzio umano, né un dio olimpico al di sopra dell’esistenza mortale. Anche la Bibbia definisce la natura dell’uomo come intrinsecamente sociale. Nel libro della Genesi, Dio crea l’uomo e la donna come compagni perché “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. (Gen. 2, 18). E nel libro dell’Ecclesiaste, Salomone, insegna che è “meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. Infatti, se vengono a cadere, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi.” (Eccl. 4, 9-10). La visione classica e quella biblica dell’uomo spiegano le origini della società umana come naturali ed organiche, non come un contratto sociale ideato dall’uomo per proteggere il debole dal forte come Thomas Hobbes sostiene ne “Il Leviatano”. Gli esseri umani vivono in famiglie e appartengono alle società ai fini del vicendevole aiuto e del godimento reciproci.

Nell’Odissea, Omero presenta questa immagine dell’uomo facente parte di una società fondata sulla base del reciproco aiuto e del godimento reciproco come l’apice della civiltà o dell’arte di vivere bene. Quando Ulisse visita i Feaci e riceve il benvenuto tipico dell’ospitalità del mondo antico, capisce che i Feaci vivono in armonia e in pace perché tutti contribuiscono al bene della società: il re e la regina che comandano, i contadini che coltivano il grano e fanno crescere l’uva, le donne che tessono bei vestiti, gli uomini che costruiscono navi robuste, i giovani ballerini che dilettano il loro pubblico, e il bardo la cui lira muove i cuori con la sua musica. Mentre intrattengono Ulisse come un ospite regale, ascoltano le storie delle sue avventure, e lo invitano a partecipare alle loro Olimpiadi, Ulisse si meraviglia della pienezza della gioia e dell’abbondante prosperità degli abitanti. Egli dice al suo ospite: “Sento che non c’è niente di più piacevole quando lo stato d’animo della festa regna nei cuori di un gruppo di persone e i convitati ascoltano un bardo dai loro posti in sala, quando i tavoli davanti a loro sono carichi di pane e carne, e un servo verso a loro il vino che ha tratto dalla giara e riempie i loro boccali. Questa, nel mio modo di pensare, è la perfezione.” La natura sociale dell’uomo di far parte di una società attraverso il lavoro con cui contribuisce al bene comune e di godere di tutti i talenti degli altri e delle benedizioni della festa, il ballo, la musica, la narrazione, l’atletica, gli donano una vita sovrabbondante e colma di felicità.

Tuttavia, la natura sociale dell’uomo soffre quando egli conduce una vita solitaria in isolamento, escluso dai benefici del contatto con il prossimo e dall’appartenenza a una società più grande. Nel raffigurare i Ciclopi, mostri con un occhio che vivono in grotte e divorano le loro vittime, Omero descrive la natura dei barbari che non vivono in una società con governi e leggi, ma sono relegati nel buio di grotte che condividono con gli animali. Vivono come individui o emarginati senza alcuna responsabilità verso un re, non contribuiscono in nessun modo al bene comune di tutto il popolo, e passano il loro tempo solo a mangiare, bere e dormire con appetito goloso.

Polifemo
Polifemo

Sull’isola dove Ulisse è in cerca di cibo, vivono là vicino diversi Ciclopi, ma essi sono senza unità, senza un obiettivo comune, né si aiutano vicendevolmente. Vivere in grotte trasandate va bene per le bestie, ma essi permangono in uno stato di perenne ignoranza simboleggiata dal loro solo occhio che percepisce solo la dimensione fisica della vita, la lotta per la sopravvivenza, ma non gli aspetti gioiosi, estetici, o sociali che l’arte di vivere bene coltiva. La loro natura solitaria e asociale genera un modo di vivere rozzo e barbaro in cui essi né danno né ricevono aiuto o godimento reciproci.

Anche la vita contemporanea genera le sue forme attuali di solitudine che impoveriscono le vite degli uomini. Così la gran parte della società moderna si compone di vite frammentate e individui atomizzati che esaltano l’assoluta libertà di comportarsi e di vivere come vogliono, senza limiti, vincoli o impegni. A causa dell’ossessione per la diversità e per il multiculturalismo, concepiti come beni supremi e incondizionati, nessun terreno comune o consenso morale guida la società nei problemi sociali e culturali. Il matrimonio, la famiglia, e i bambini non hanno lo status di beni oggettivi e desiderabili che arricchiscono la vita di una persona. Il divorzio, la contraccezione, l’aborto, la convivenza e le unioni civili non portano con loro l’infamia del disonore o la vergogna. In breve, l’antica distinzione greca tra il civile e il barbaro, il vivere e il vivere bene, è stata abolita. Molti gruppi vivono nella loro caverna dell’ideologia scollegata dal comune obiettivo di una società umana fondata sulla natura sociale dell’uomo del reciproco dare e ricevere per uno scopo più alto dell’autogratificazione. L’idea di un bene comune dipende dalla conoscenza di un popolo della giustizia e dalla formazione nella virtù e nella morale, verità fondate sui pilastri di leggi senza tempo e criteri universali conosciuti come legge naturale o come i Dieci Comandamenti. Il concetto di bene comune, che significa il fiorire delle famiglie, il benessere dei bambini, e le prospettive delle future generazioni, non ha alcun peso nel pensiero politico o economico moderno.

Come fanno un governo con un debito pubblico di 19 miliardi di dollari, una cultura della carta di credito che rende schiave tante persone costringendole ad una vita di pagamenti degli interessi, una società che costringe entrambi i genitori a lavorare per permettersi il costo della vita a scapito della cura dei bambini, e le scuole che promuovono stili di vita alternativi e l’ideologia del gender per le giovani generazioni, ad avere il benché minimo senso del bene comune? Come possono le organizzazioni finanziate con il denaro pubblico, come Planned Parenthood che corrompono gli studenti con la contraccezione, con l’aborto, e con una sessualità disordinata, a contribuire in qualche modo alla responsabilità morale o a una società stabile, una civiltà formata da famiglie forti che plasmano i cuori e le coscienze dei loro figli? Come possono farlo le politiche di controllo della popolazione che mettono in pericolo la salute umana con prodotti chimici, interventi chirurgici e droghe che non portano la felicità agli uomini o al bene comune di una società, soprattutto quando le nazioni occidentali non riescono a rimpiazzare se stesse a causa dei tassi dei bassa natalità di 1,2 figli per famiglia?

La solitudine abbonda ovunque. I bambini nelle famiglie distrutte dal divorzio patiscono l’assenza di uno dei loro genitori. Come vittima del divorzio o di una famiglia senza un genitore, il coniuge abbandonato subisce l’isolamento delle famiglie monoparentali che non hanno più l’aiuto di un compagno o il sostegno dell’altro (“Meglio essere in due che uno solo”). Poiché le famiglie sono frammentate e subiscono attacchi sotto molte forme insidiose, la loro perdita di unità e di stabilità ovviamente colpisce tutta la società che si trasforma in un coacervo di individui tesi a perseguire i propri interessi o la propria causa ideologica senza preoccuparsi dei suoi effetti sui bambini o sullo stato della famiglia, cellula della società. Invece di una società unificata da un consenso morale che rispetti la sacralità della vita umana e la famiglia composta da madri e padri che hanno a cuore i loro bambini come centro della propria vita, la cultura degenera in una serie di caverne isolate, gruppi che non pensano mai al di là del loro immediato appagamento o appetito egoista, che non hanno il senso di una società civile, e che vivono solo nel buio del momento presente senza alcun senso del futuro o con nessuna responsabilità verso la generazione futura.

La terapia per la solitudine, come rivelano le parole di Dio nella Genesi, sono il matrimonio, i figli, e la famiglia. Le famiglie che onorano il matrimonio e apprezzano i figli creano una cultura della vita, i rapporti del vicendevole donare e ricevere, l’aiuto e il godimento reciproci, che danno ad ogni persona un senso dell’appartenenza, l’affetto, e il dovere che indirizza la vita verso un bene universale più grande e verso una felicità sovrabbondante che supera l’individualismo e l’interesse egoistico di un gruppo particolare a scapito di tutta la società e della generazione futura. Mariti e mogli si aiutano e sostengono reciprocamente, i figli si prendono cura dei loro genitori nella loro vecchiaia, i fratelli e le sorelle diventano i migliori amici e i confidenti l’uno dell’altro, e le famiglie diventano sorgenti di grazia per le altre famiglie. Ovunque le persone e le società sostengono la natura della famiglia come cellula della società e come il centro della civiltà, l’isolamento e la solitudine non sottraggano le persone alla vita abbondante che Cristo ha promesso a tutti quelli che Lo seguono.

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