La croce e il bicchiere d’acqua fresca
Di padre Francesco Giordano, tradotto dall’inglese da catholicexchange.com
Il Vangelo mette spesso a confronto realtà che, a prima vista, appaiono del tutto sproporzionate. Nella riflessione precedente abbiamo considerato la sorprendente dichiarazione di Cristo: Egli è venuto non per portare la pace, ma la spada. Quella spada non si oppone alla pace di Cristo; è la verità che squarcia le false armonie, mette a nudo le nostre lealtà divise e svela la distanza tra la vita che professiamo e quella che viviamo realmente. Eppure, la spada non si limita a smascherare il cuore diviso: lo prepara alla Croce.
All’interno dello stesso discorso, Cristo parla di perdere la propria vita, di prendere la Croce e di anteporre la fedeltà a Lui persino agli affetti naturali più profondi. Si tratta di richieste severe, quasi travolgenti. Eppure, proprio alla conclusione di quel passaggio, Egli parla di qualcosa di straordinariamente piccolo: un bicchiere d’acqua fresca offerto a uno dei Suoi piccoli.
Quale legame può esserci tra la spada, la Croce e un semplice bicchiere d’acqua? Come può la resa dell’intera vita esprimersi in un gesto così ordinario, alla portata di chiunque?
La risposta svela qualcosa di essenziale sul discepolato cristiano. La spada della verità mette anzitutto in luce ciò che è diviso dentro di noi; la Croce ci chiama poi a rinunciare agli attaccamenti e alle lealtà disordinate che la spada ha portato alla luce. Ma questo dono totale di sé non inizia quasi mai in un singolo momento eroico: si apprende attraverso gli atti nascosti di fedeltà con cui la grazia ricompone gradualmente il cuore diviso.
Il cuore diviso è forse uno dei drammi spirituali centrali dell’uomo contemporaneo. Vogliamo Dio, ma pretendiamo anche il controllo assoluto. Vogliamo Cristo, a patto che non interferisca con certi attaccamenti. Vogliamo le consolazioni della fede senza la spada della verità. Vogliamo la pace di Cristo senza la purificazione che la verità richiede. Vogliamo la Risurrezione senza la Croce.
Cristo rifiuta questo compromesso. Ci dice:
«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà».
(Mt 10,38–39)
Qui ci imbattiamo in un altro dei paradossi apparenti del cristianesimo. Il mondo ci insegna che la vita si realizza attraverso l’autoconservazione: mettiti al sicuro, proteggiti, fatti valere, organizza la tua esistenza in modo che ti venga richiesto il meno possibile. Ecco perché «My Way» è una canzone così celebre; eppure Cristo ci rivela che una vita disperatamente preservata finisce inevitabilmente per andare perduta. Non perché il cristianesimo disprezzi la persona umana, ma perché la comprende più profondamente: l’uomo è stato creato per il dono. Diventiamo davvero noi stessi non chiudendoci all’infinito in noi stessi, ma uscendo da noi nell’amore. Chi vive perennemente in difesa di sé finisce prigioniero della paura: paura del sacrificio, della sofferenza, dell’obbedienza, paura di perdere il controllo e, infine, della morte stessa.
Cristo ci mostra un’altra via perché è il primo a percorrerla. Non chiede ai Suoi discepoli di intraprendere un cammino che Egli stesso si è rifiutato di battere. Il Figlio si dona interamente al Padre e interamente per noi.
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» .
(Gv 15,13)
Il chicco di grano cade in terra e muore: la Croce sembra la distruzione della vita, eppure in Cristo diventa il passaggio verso la vita.
Dopo tutto questo — la spada, le famiglie divise, la Croce e la perdita della vita — il Vangelo si chiude con un’immagine di una dolcezza quasi sorprendente. Cristo parla di un bicchiere d’acqua fresca:
«Chiunque darà da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
(Mt 10,42)
Un bicchiere d’acqua sembra stranamente poco dopo la Croce. Eppure, forse è proprio questo il punto. Il dono totale di una vita si impara di solito attraverso piccoli gesti d’amore. Il discepolato eroico è molto spesso nascosto nella fedeltà ordinaria. Alla maggior parte dei cristiani non verrà mai chiesto di versare il proprio sangue nel martirio, ma ogni cristiano deve imparare a morire a se stesso ogni giorno.
Impariamo questa morte attraverso la pazienza quando siamo stanchi, la gentilezza verso chi ci irrita, la fedeltà a un dovere che nessuno nota, il tempo dedicato a chi è solo, il perdono quando il risentimento sembra più appagante, e gli atti di servizio per i quali non ci aspettiamo alcun riconoscimento. Queste cose sembrano insignificanti agli occhi del mondo, ma non lo sono per Cristo. Il bicchiere d’acqua fresca e la Croce vanno di pari passo.
Raramente siamo in grado di dare tutto in un unico momento drammatico: è la grazia che educa il cuore. Chi impara a donarsi nelle piccole cose viene preparato a una donazione più grande. Chi rifiuta ogni piccolo sacrificio non dovrebbe immaginare di diventare improvvisamente eroico quando arriverà la grande prova.
La vita cristiana è plasmata da migliaia di atti nascosti in cui il cuore diviso viene gradualmente ricomposto. È qui che Isaia e il Vangelo si incontrano finalmente. Isaia ci insegna che l’adorazione senza conversione diventa vuota. Cristo ci insegna che il discepolato senza abbandono è impossibile. Il bicchiere d’acqua fresca ci mostra dove la conversione diventa concreta. La metanoia non può rimanere un astratto riordino di idee: deve farsi carne nella misericordia, nella pazienza, nel coraggio, nella sincerità, nella giustizia e nell’amore.
La domanda, quindi, non è semplicemente se siamo religiosi. Il popolo con cui si confrontò Isaia era profondamente religioso: offriva sacrifici, osservava le feste e moltiplicava le preghiere. La domanda è se la nostra religione abbia portato alla conversione. L’incontro con Cristo ha cambiato il nostro modo di pensare? Ha cambiato il modo in cui parliamo di coloro che ci irritano? Ha cambiato il nostro uso del denaro, del tempo, dell’autorità e dell’influenza? Ci ha resi più sinceri e più misericordiosi? Stiamo diventando più coraggiosi e più capaci di sacrificio?
Probabilmente ognuno di noi ha qualche angolo del cuore che ancora protegge da Cristo. Ci sono attaccamenti che preferiremmo che Egli non mettesse in discussione, risentimenti che non vorremmo particolarmente che Egli sanasse e compromessi che speriamo Egli sorvoli. Gli offriamo molte cose mentre, in silenzio, poniamo dei confini attorno all’unica cosa che non siamo ancora pronti a cedere. Cristo rifiuta un cuore diviso perché ci ama troppo per lasciarci divisi dentro di noi.
«Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» .
(Mt 22,37)
Non una parte del cuore. Non la parte religiosa del cuore. Non la parte che rimane dopo che ogni altra fedeltà è stata soddisfatta. Il cuore intero.
Eppure, la severità di questa richiesta non dovrebbe mai indurci alla disperazione. Dio svela ciò che è diviso per poterlo sanare. Subito dopo la terribile condanna di Isaia nei confronti del falso culto di Israele, segue uno degli inviti più belli delle Scritture:
«Poi venite, e discutiamo», dice il Signore; «anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana.»
(Is 1,18).
Dio smaschera il peccato non perché si compiaccia della nostra umiliazione, ma perché desidera la nostra purificazione. Egli svela ciò che è falso affinché possa renderci veri. La spada di Cristo è quindi, in definitiva, la spada del medico divino. Essa recide l’illusione, l’ipocrisia e il compromesso affinché la pace che Egli dona possa raggiungere i luoghi più profondi del cuore umano. Il Principe della Pace porta la spada perché non può esserci vera pace senza verità, né riconciliazione senza conversione, né Risurrezione senza la Croce.
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