Il piccolo Gabriel e la clausola sull’aborto: la cruda realtà della maternità surrogata

Di padre Shenan J. Boquet da www.hli.org, tradotto dall’inglese

Mercoledì 12 agosto, in un ospedale vicino a Dallas, è nato un bambino con tre settimane di anticipo. Un evento tutt’altro che insolito. Eppure la nascita di questo bimbo è stata quasi un miracolo. Il piccolo Gabriel era finito al centro di un complotto contro la sua vita, che ha rischiato di stroncarla sul nascere e che ha portato l’attenzione internazionale su uno degli aspetti più oscuri, e meno discussi, dell’industria della maternità surrogata.

La donna che lo ha messo al mondo lo aveva chiamato Gabriel. Ma non le è stato permesso di prenderlo in braccio. McKenna West è un’infermiera dell’Alaska, madre single di due figli. L’anno scorso ha firmato un contratto per portare in grembo il figlio di una coppia californiana, tramite un’agenzia del Connecticut, la Worldwide Surrogacy Specialists. È rimasta incinta nel dicembre 2025.

Ad aprile un’ecografia ha rivelato che il bambino era affetto da sindrome del cuore sinistro ipoplasico, un difetto per cui la parte sinistra del cuore non riesce a pompare il sangue come dovrebbe. È una condizione grave, ma curabile: richiede una serie di interventi chirurgici, il primo dei quali subito dopo la nascita.

Wow. La madre surrogata McKenna, 28 anni, rivela che per il piccolo Gabriel era stato programmato un aborto a Seattle.

È scappata in Texas per partorire e gli ha salvato la vita.

«La sua vita non ha prezzo» pic.twitter.com/55jxxwM6x7

— Anna Lulis (@annamlulis), August 13, 2026

La coppia che l’aveva ingaggiata come madre surrogata le ha imposto di abortire. Per quanto assurdo, sul piano legale ne aveva tutto il diritto: quel «diritto» era previsto espressamente nel contratto firmato con la West.

Scampato all’aborto, Gabriel affronta un futuro incerto

Per fortuna del piccolo Gabriel, in Alaska nessun medico avrebbe eseguito un aborto alla ventiduesima settimana. La coppia ne ha fissato uno a Seattle, poi lo ha rinviato a maggio, quando Gabriel sarebbe stato alla ventiquattresima settimana. La West ha rifiutato e ha proposto invece che a adottare il bambino fossero suo fratello e sua cognata. La coppia ha smesso di pagarla, le ha chiesto la restituzione delle somme già versate e l’ha citata in giudizio per oltre centomila dollari.

Lila Rose di Live Action e la podcaster Ellen Fisher hanno aiutato la West a raggiungere il Texas e un ospedale disposto a operare Gabriel. L’11 agosto il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha ottenuto un’ordinanza d’urgenza che imponeva di garantire le cure salvavita alla nascita e vietava a chiunque di ostacolarle o ritardarle. Il Dipartimento federale della Salute e dei Servizi Umani ha scritto agli ospedali di Dallas ricordando che la legge sulla disabilità vieta di negare le cure sulla base del giudizio che la vita di un paziente disabile «valga meno» o che «costituirebbe un peso per gli altri».

Gabriel è nato il giorno dopo ed è sopravvissuto. Ma la storia è tutt’altro che finita. Per un paradossale colpo di scena, poiché un tribunale californiano ha riconosciuto i committenti come suoi genitori legali, le due persone che per quattro mesi hanno cercato di farlo uccidere ora ne hanno la custodia, mentre la donna che gli ha salvato la vita potrebbe non poterlo nemmeno visitare. Lei ha dichiarato che, se necessario, lotterà per ottenere la custodia fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Aborto forzato: un «contratto da sicario»

Così il suo avvocato, Lincoln Wilson, ha descritto l’accordo firmato dalla sua assistita:

«Queste clausole di aborto forzato, che obbligano una donna ad abortire in una fase avanzata della gravidanza, sono piuttosto comuni nei contratti di maternità surrogata. Ci sono contratti che la legge non fa rispettare, così come non fa rispettare un contratto da sicario. Questo è, in sostanza, un contratto da sicario. E riteniamo che, anche accettando una visione liberale del diritto all’aborto, il diritto di abortire comporti anche il diritto di non abortire.»

Il fatto che Wilson usi il termine «sicario» mi ricorda famosi commenti senza mezzi termini, di Papa Francesco, secondo cui abortire è come «affittare un sicario per risolvere un problema». In questi accordi di maternità surrogata troviamo però un esempio particolarmente spietato di ciò a cui alludeva Francesco: costringere una donna che porta in grembo una vita a far uccidere quel bambino.

Questo è il modo più eclatante in cui simili contratti violano l’integrità fisica delle madri surrogate, ma è solo l’inizio. Valerie Hudson, docente alla Texas A&M University, ha letto il contratto di West e ne ha elencato gli obblighi. Non poteva allontanarsi da casa per più di settantacinque miglia senza permesso, né lavorare di notte, né mangiare brie o mousse. Le era vietato allattare il bambino. Il suo nome non sarebbe mai comparso sul certificato di nascita e lei si impegnava a non contattarlo mai. I danni causati dalla gravidanza erano affar suo, con una sola eccezione: un’isterectomia valeva diecimila dollari.

E se le fosse stato chiesto di abortire e lei avesse obbedito, avrebbe ricevuto altri duemila dollari. Duemila dollari: ecco la cifra a cui il mercato ha fissato la morte di Gabriel.

La causa intentata dalla stessa West denuncia qualcosa di peggio: un conflitto di interessi che l’ha lasciata senza alcuna tutela legale. Il suo stesso avvocato, sostiene, era sul libro paga dei genitori committenti e rispondeva al legale dell’agenzia. Quando lei ha rifiutato di abortire, il suo avvocato si è schierato contro di lei e le ha fatto recapitare una lettera in cui lo affermava. Aveva ceduto il controllo del proprio corpo, della propria alimentazione, dei propri spostamenti e del proprio bambino, senza che nella stanza ci fosse nessuno che lavorasse per lei.

L’orrore della clausola sull’aborto

Non è la prima volta che il rifiuto di una madre surrogata di rispettare una «clausola sull’aborto» ha creato uno scenario distopico: la donna che ha prestato il proprio corpo per dare la vita a un bambino si ritrova contrapposta a chi il bambino l’ha semplicemente comprato e ne pretende la morte. In Ontario una coppia omosessuale ha citato in giudizio la propria madre surrogata per circa seicentomila dollari. Due anni prima, un’ecografia alla ventiduesima settimana aveva mostrato che il bambino aveva un labbro leporino, con la possibilità di una palatoschisi o di un lieve problema cardiaco. La coppia le aveva inviato una lettera formale:

«Considerato che gli esami medici indicano che il feto presenta, o potrebbe presentare, un’anomalia o un difetto genetico, cromosomico o di altro tipo, e in conformità all’articolo 8.5 (a) del nostro contratto di maternità surrogata… desideriamo comunicarLe la nostra volontà di interrompere la gravidanza. Per quanto molto difficile, questa decisione è libera e consapevole.»

La madre surrogata rifiutò l’aborto e chiese ulteriori accertamenti. Gli specialisti di Toronto confermarono che il bambino, per il resto, era sano, e la coppia fece marcia indietro. La denuncia che alla fine hanno presentato non fa alcun cenno alla richiesta di interrompere la gravidanza, ma si basa sul modo in cui lei ha gestito le decisioni mediche. Sia lei sia la sua agenzia fanno risalire la rottura con i committenti al giorno in cui si è rifiutata di abortire. «Non hanno avuto il bambino perfetto che volevano», ha detto, «e mi hanno buttata via». Il bambino viene cresciuto da loro.

Maternità surrogata: un bambino ordinato su misura

Quando nel 2024 Papa Francesco ha chiesto un divieto universale della maternità surrogata, ha affermato: «Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto commerciale».

Gabriel era l’oggetto di un contratto commerciale. Ogni circostanza della sua venuta al mondo era stata stabilita prima ancora che esistesse: chi lo avrebbe portato in grembo, che cosa avrebbe potuto mangiare lei, se avrebbe potuto allattarlo, se avrebbe mai saputo il suo nome e a quali condizioni sarebbe stato ucciso prima della nascita, con tanto di bonus da versare a cose fatte. Era stato ordinato su misura e, quando le specifiche non sono state rispettate, il contratto prevedeva un rimedio.

Se la storia di Gabriel ha fatto scalpore, la realtà è che ogni anno si stimano tra le 20.000 e le 30.000 nascite da madri surrogate. Nella maggior parte dei casi il contratto contiene una clausola sull’aborto e, il più delle volte, la madre surrogata la rispetta quando i committenti gliela chiedono.

La Chiesa aveva previsto tutto questo molto tempo fa. Nel 1987 la Congregazione per la Dottrina della Fede scriveva nella Donum Vitae che la maternità surrogata «offende la dignità e il diritto del figlio a essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori» e che «instaura, a detrimento delle famiglie, una divisione tra gli elementi fisici, psichici e morali che le costituiscono» (n. 3).

È esattamente il caso di Gabriel. Una donna ha messo a disposizione il corpo, un’altra parte i geni, una terza le pratiche burocratiche. Poi un tribunale ha assegnato il bambino a chi vantava il diritto legale più forte, e l’unica persona coinvolta nell’accordo che lo amava è stata accompagnata alla porta.

Il mondo sta aprendo gli occhi sulla cupa realtà della maternità surrogata

Molti considerano l’opposizione alla maternità surrogata una posizione tipicamente cattolica, ma la realtà è che è in corso un cambiamento epocale, man mano che gli abusi evidenti e ricorrenti di questa pratica diventano più noti.

Di fatto è quasi impossibile dichiararsi «pro-choice» in nome della centralità dell’«autonomia corporea» e difendere al tempo stesso una pratica che trasforma letteralmente il corpo di una donna in un’incubatrice per il figlio di qualcun altro: un’incubatrice che si compra e si vende a prezzo di mercato e si controlla con contratti legali redatti con cura.

Chinasa, studentessa di infermieristica in Nigeria, aveva intenzione di fare la madre surrogata. Pochi giorni prima della procedura ha partecipato, insieme ad altre infermiere (nella foto), al programma di formazione pro-vita di HLI Nigeria, dove ha scoperto l’ingiustizia della maternità surrogata. «Ringrazio davvero Dio per aver usato HLI per salvarmi da quello che sarebbe stato il più grande errore della mia vita», ha detto ai missionari di HLI.

Lo scorso ottobre Reem Alsalem, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro donne e ragazze, ha presentato all’Assemblea Generale un rapporto in cui chiedeva che fosse abolita in tutto il mondo, paragonandola alla tratta di esseri umani. Tra i danni per i bambini nati in questo modo indicava «l’interruzione arbitraria e forzata della loro vita in utero a discrezione dei genitori committenti».

Il 22 giugno, a margine del Consiglio dei diritti umani a Ginevra, Italia, Cile, Camerun e Santa Sede hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui chiedevano una moratoria internazionale. L’Italia ha vietato la maternità surrogata nel 2004 e, nel 2024, ha reso reato universale il ricorso alla pratica all’estero da parte di cittadini italiani. Germania, Austria, Finlandia, Norvegia e Slovacchia la vietano già, e più di cinquanta Paesi la proibiscono sia nella forma commerciale sia in quella cosiddetta altruistica.

Non sono mancate però le resistenze. Parlando a nome di ventisei Stati membri dell’Unione Europea, l’Irlanda ha sostenuto che limitare la maternità surrogata «cancellerebbe realtà diverse» e «rafforzerebbe gli stereotipi di genere». E gli Stati Uniti? Siamo oggi, insieme all’Ucraina e Messico, tra i pochi Paesi in cui la pratica è di fatto priva di regole. Come afferma la professoressa Hudson, «in alcuni Stati un salone di toelettatura per animali è più regolamentato di un’agenzia di maternità surrogata». Spesso i genitori committenti non subiscono alcun controllo sui precedenti. Finché hanno i soldi per pagare, praticamente tutto è permesso.

Che cos’è una madre? Smentire la menzogna alla base della maternità surrogata

Quando McKenna West scrisse all’agenzia per spiegare che non avrebbe portato a termine l’aborto, disse questo:

«Dopo averci pensato a lungo, ho deciso che non posso interrompere questa gravidanza. Questo bambino è nel mio corpo e gli voglio molto bene. Temo che non riuscirei a vivere con me stessa se portassi a termine l’aborto di questo bambino prezioso, che ormai è diventato parte di me.»

Ed ecco, in poche frasi, la follia dell’industria della maternità surrogata. L’intero apparato della surrogata gestazionale – il vocabolario delle «portatrici» e dei «genitori intenzionali», la clausola che le vieta di allattarlo, quella che tiene il suo nome fuori dal certificato di nascita – esiste per cancellarla dalla scena. È costruito per produrre una donna capace di consegnare un bambino senza provare nulla, ridotta a semplice incubatrice.

Non funziona, perché poggia su una menzogna su che cosa sia una madre.

Tremila anni fa due donne si presentarono davanti a Salomone rivendicando lo stesso neonato, e il re chiese una spada (1 Re 3,16-28). La vera madre era quella che avrebbe preferito perdere il figlio piuttosto che vederlo diviso. Ciò che la distingueva era la sua disponibilità a rinunciare a lui perché potesse vivere.

Gaspar de Crayer, Il giudizio di Salomone (1620-1622 circa)

McKenna West si era offerta di cedere Gabriel al fratello perché nascesse. Poi ha volato per tremila miglia perché fosse curato. Per questo si è ritrovata con una causa legale e un ordine restrittivo, mentre il bambino è con le persone che lo volevano morto.

I nostri tribunali hanno smarrito ciò che Salomone sapeva. La Chiesa no e, sempre più, nemmeno il mondo. La maternità surrogata non può essere regolamentata fino a renderla dignitosa, perché il danno non sta nei suoi abusi ma nelle sue premesse di fondo: che un bambino possa essere commissionato, una madre assunta con un contratto e che le due cose possano essere separate con un accordo preventivo. Può solo essere abolita.

Preghiamo questa settimana per Gabriel, che ha davanti a sé interventi chirurgici e una lunga battaglia. Per McKenna West, per Kyla Simpson e per la madre dell’Ontario di cui non conosciamo il nome. Per le donne povere il cui grembo è in affitto e che hanno firmato documenti che non è mai stato loro permesso di capire. E per i mariti e le mogli che desiderano ardentemente dei figli e non riescono ad averli, il cui dolore è reale e il cui desiderio è buono, perché possano trovare una Chiesa disposta ad accompagnarli, anziché un’industria pronta a sfruttarne la vulnerabilità.

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