«My voice, My choice » e il silenzio che si cela dietro
Di Don Francesco Giordano
(Originale in inglese: catholicexchange.com )
L’Europa si sta nuovamente mobilitando attorno a uno slogan: «La mia voce, la mia scelta». La frase è tornata di recente al centro del dibattito politico europeo, soprattutto ora che il Parlamento europeo sta portando avanti iniziative volte a garantire l’accesso transfrontaliero all’aborto nei casi in cui esso sia limitato nel Paese di residenza della donna. Nel linguaggio della politica dell’UE, ciò viene presentato come una garanzia dell’accesso all’«assistenza sanitaria riproduttiva oltre i confini nazionali».
Più francamente, equivale all’istituzionalizzazione di ciò che è stato definito “turismo dell’aborto”. Lo slogan in sé è retoricamente brillante. Fa appello alla dignità, all’autodeterminazione, all’autonomia e alla partecipazione democratica. Suggerisce che mettere in discussione lo slogan significhi sopprimere la voce di qualcuno. Chi vorrebbe mettere a tacere un altro essere umano?
Eppure gli slogan non sono mai neutri. Essi rivelano non solo ciò in cui crediamo, ma anche come intendiamo la persona umana. Dietro a “La mia voce, la mia scelta” si cela un’antropologia molto specifica, che merita un attento esame.
LA METAFISICA DELLA VOCE E DELLA GIUSTIZIA
La questione non è innanzitutto politica. È metafisica. Una voce non ha origine in sé stessa. Presuppone l’esistenza, il linguaggio e la relazione. Nessuno si inventa da sé. Ognuno di noi riceve la vita prima di esercitare la libertà. La nostra voce scaturisce da un corpo che non abbiamo creato, all’interno di una storia che non abbiamo progettato e in un mondo la cui grammatica precede la nostra volontà. La vita viene prima ricevuta prima di essere espressa; la libertà non consiste nell’inventare la realtà, ma nel partecipare liberamente alla realtà che ci è stata data.
La tradizione latina definisce quindi la giustizia come ius suum cuique tribuere — rendere a ciascuno ciò che gli spetta. Ma questo presuppone che qualcosa sia già “dovuto”, qualcosa di dato, qualcosa di precedente alla nostra scelta.
Il cambiamento moderno è stato sottile ma decisivo. Siamo passati dal comprendere la libertà come partecipazione alla verità al comprenderla come affermazione della volontà. Nella teoria giuridica questo cambiamento è spesso inquadrato come il trionfo dell’autonomia. In termini filosofici, è volontarismo: la volontà distaccata dalla natura. In termini teologici, riecheggia l’antica tentazione di essere «come dei», non attraverso la comunione ma attraverso l’indipendenza.
Quando «La mia voce, la mia scelta» diventa assoluto, la voce viene trattata come auto-fondante e la scelta diventa creativa piuttosto che reattiva. Eppure, se la persona umana non ha origine in sé stessa, nemmeno l’autorità morale ce l’ha. La nostra voce è significativa proprio perché corrisponde alla realtà, non perché la prevale.
Uno scandalo ancora più profondo emerge dallo stesso slogan. Se la legittimità morale dipende dalla voce, dall’udibilità, dall’articolazione e dal riconoscimento, che ne è di coloro che non hanno voce? Il nascituro è silenzioso, non in senso metaforico ma letteralmente privo di voce. Se il criterio dei diritti diventa la capacità espressiva, allora i più piccoli e i più deboli restano al di fuori dell’orizzonte giuridico. Siamo passati silenziosamente da un quadro di diritti fondato sull’essere a uno fondato sulla prestazione. Storicamente, il linguaggio dei diritti si è sviluppato per proteggere i vulnerabili dai potenti. Sempre più spesso, tuttavia, i diritti sono legati all’autonomia e alla capacità espressiva, cosicché il soggetto dei diritti diventa colui che è in grado di rivendicarli.
La giustizia, tuttavia, non può essere ridotta all’udibilità. Se così fosse, i comatosi, i gravemente disabili e i neonati si troverebbero tutti su un terreno instabile. La dignità della persona umana non può dipendere dal livello dei decibel.
Da una prospettiva cristiana, è proprio qui che interviene la Rivelazione. Il Dio che con la sua parola crea l’universo ascolta anche il grido di coloro che non possono difendersi da soli. L’Incarnazione stessa è l’identificazione radicale di Dio con i piccoli e i vulnerabili. Cristo è entrato nella storia non come un sovrano che afferma il proprio potere, ma come un bambino dipendente dal sì di una madre. Se fosse la sola voce a determinare il valore, Betlemme stessa diventerebbe incomprensibile.
IL SENSO DELLA MATERNITÀ
Allo stesso tempo, l’eco del motto «My Voice, My Choice» non può essere compresa senza riconoscere le vere ferite che vi stanno dietro. Molte donne vivono la gravidanza non come un sostegno, ma come un isolamento. Precarietà economica, relazioni instabili, pressioni culturali e penalizzazioni professionali spesso accompagnano l’esperienza della maternità. In un contesto del genere, la «scelta» appare come l’unica forma di controllo a disposizione. Non si tratta semplicemente di un fallimento morale, ma di un fallimento della civiltà.
Un tempo l’Europa considerava la maternità non solo come un fardello privato, ma come un bene sociale. La devozione mariana ha plasmato una cultura in cui la maternità non era riducibile alla biologia, ma era intesa come vocazione e partecipazione alla generatività di Dio. Oggi la maternità è spesso inquadrata principalmente in termini economici: interruzione, costo, responsabilità. Finanziamo più prontamente l’eliminazione che il sostegno. Lo slogan promette empowerment, eppure spesso maschera l’abbandono. Una società che dice a una donna: «È una tua scelta», mentre le nega una solidarietà concreta, non sta difendendo l’autonomia; sta privatizzando la responsabilità.
La tradizione cristiana non idealizza la maternità. Riconosce la sofferenza, il sacrificio e la paura. Tuttavia, insiste anche sul fatto che la generatività non è un ostacolo alla libertà, ma una delle sue massime espressioni. In linguaggio teologico, la persona umana è immagine di un Dio trinitario che è relazionale e generatore di vita. Separare la libertà dalla fecondità significa, in ultima analisi, separare l’antropologia dalla teologia.
TECNOCRAZIA E GESTIONE PROCEDURALE
Si sta verificando anche un altro cambiamento: la riduzione della tragedia morale a una mera gestione procedurale. Ciò che un tempo veniva considerato una grave questione morale viene sempre più spesso inquadrato come un problema di accesso. Se qualcosa è legalmente disponibile e gestibile dal punto di vista medico, viene considerato moralmente neutro. Ciò riflette una tentazione tecnocratica che trasforma la riflessione etica in una regolamentazione tecnica. La bioetica diventa gestione dell’accesso; la legge diventa l’arbitro supremo di ciò che è lecito; e la questione più profonda di ciò che è giusto viene messa in secondo piano.
Eppure la legalità non è identica alla giustizia. L’ordine giuridico presuppone un ordine morale. Quando la legge si distacca dall’antropologia, rischia di diventare uno strumento della volontà piuttosto che un riflesso della ragione. Nella tradizione classica, San Tommaso d’Aquino definisce la legge come «un’ordinanza della ragione per il bene comune, promulgata da chi ha cura della comunità» (Summa Theologiae I–II, q. 90, a. 4). La legge presuppone quindi sia la ragione che l’autorità legittima. Se la ragione stessa viene ridotta a consenso procedurale, la legge diventa facilmente uno specchio del potere piuttosto che una guida alla giustizia.
LA NATURA È ORIENTATA VERSO DEI FINI
Al centro del dibattito si trova un concetto ormai dimenticato: la teleologia. Il pensiero classico concepiva la natura come orientata verso dei fini. Il corpo non è materia prima, ma una struttura dotata di significato. La sessualità non è solo una funzione biologica, ma partecipazione alla generatività. La gestazione non è un caso fortuito, ma il dispiegarsi di un orientamento naturale verso la vita. Se si nega la teleologia, la gravidanza appare come un’intrusione; se si riconosce la teleologia, la gravidanza appare come un compimento — anche quando è difficile.
Questo riconoscimento non elimina la tragedia o le difficoltà. Piuttosto, le colloca all’interno di un orizzonte di significato. Il cristianesimo approfondisce quell’orizzonte rivelando che la sofferenza stessa può diventare redentrice. Come scrive San Paolo, siamo invitati alla «partecipazione alle sue sofferenze» (Fil 3,10) e persino a completare «nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24) – non perché la sofferenza sia buona in sé, ma perché l’amore può trasformarla. Una cultura che ha perso la teleologia fatica a sostenere questa visione. Oscilla tra slogan emotivi e soluzioni burocratiche.
La questione più profonda sollevata da «My Voice, My Choice» è quindi quella della libertà stessa. Se libertà significa indipendenza dalla realtà, allora la scelta diventa suprema. Se libertà significa partecipazione alla verità, allora la scelta deve corrispondere a ciò che è. La teologia cristiana offre una risposta esigente ma liberatrice: la libertà non è il potere di ridefinire il bene e il male, ma la capacità di allinearsi al bene. La grazia non abolisce la natura; la perfeziona. La persona umana fiorisce non negando la struttura, ma realizzandola.
Per questo motivo la Chiesa non può rispondere solo a livello politico. Deve proporre un’antropologia. Deve difendere non solo un divieto, ma una visione: la persona umana come dono, la vita come vocazione, la libertà ordinata alla comunione. Dire questo pubblicamente non significa mettere a tacere la voce di nessuno. Significa insistere sul fatto che ogni voce, compresa la più piccola e fragile, merita di essere ascoltata.
LIBERTÀ E REALTÀ
Gli slogan semplificano, ma la realtà resiste alla semplificazione. «La mia voce, la mia scelta» risuona forte, eppure sotto di essa si nasconde un silenzio: il silenzio dei nascituri, il silenzio delle madri abbandonate, il silenzio di una cultura che ha dimenticato come parlare del dono. L’Europa non ha bisogno di meno voci. Ha bisogno di voci più profonde, di una concezione della libertà più ricca dell’autonomia, di una concezione della giustizia più profonda della procedura e di una concezione della dignità fondata sull’essere piuttosto che sull’espressione.
La tradizione cristiana non impone questa visione con la forza; la propone attraverso la testimonianza. Ricorda al mondo moderno che la voce stessa è un dono, ricevuto prima di essere esercitato. Forse la domanda più urgente non è quale voce prevarrà, ma se ricordiamo ancora Colui che ci ha creati con la sua parola.

