Adolescenti e calo LGBT: l’analisi dei dati e il ruolo dei social
Di Padre Shenan J. Boquet
Originale in inglese: www.hli.org
Secondo una nuova analisi dei dati di un’indagine governativa, il numero di ragazze adolescenti americane che dichiarano di essere lesbiche o bisessuali è diminuito drasticamente negli ultimi anni. Il calo è stato così marcato che il Washington Post ha recentemente pubblicato un titolo in cui si afferma che il numero di adolescenti che si identificano come omosessuali o bisessuali è in «caduta libera».
L’analisi è stata condotta da Jean Twenge, psicologa presso la San Diego State University, che da anni studia gli effetti degli smartphone sui giovani. La Twenge ha utilizzato i dati grezzi del 2025 Youth Risk Behavior Survey del CDC — un’indagine che ogni due anni interroga un ampio campione di studenti delle scuole superiori americane — e li ha confrontati con i risultati degli anni precedenti.
I dati parlano chiaro: nel 2023 il 27% delle ragazze delle superiori si identificava come lesbica, gay o bisessuale, ma due anni dopo la percentuale è scesa al 22%. Tra i ragazzi il calo è stato più contenuto, passando dal 9% al 7%.
Il dato più drammatico, tuttavia, si registra proprio tra le giovanissime. Nel 2021 quasi una ragazza su tre del primo anno delle superiori (9th grade, 30%) dichiarava di essere lesbica o bisessuale, mentre nel 2025 la quota è scesa al 17%. In particolare, la percentuale di studentesse del primo anno che si identificavano specificamente come bisessuali è crollata dal 26% al 13%, dimezzandosi nel giro di soli quattro anni.
Un grafico che mostra l’andamento di questa tendenza è visivamente impressionante.

È importante sottolineare che la Twenge non si è limitata a esaminare l’autoidentificazione delle adolescenti, ma ha analizzato anche i loro comportamenti. Dallo studio emerge che la percentuale di ragazze sessualmente attive che riferiscono di aver avuto un partner dello stesso sesso ha raggiunto il picco nel 2021, per poi registrare un forte calo negli anni successivi, con le diminuzioni più marcate ancora una volta tra le giovanissime. In altre parole, non si tratta semplicemente di ragazze frenate dal timore di usare una determinata etichetta in un sondaggio ufficiale.
Il politologo Eric Kaufmann ha formulato un’osservazione molto simile, osservando che: «Quando esaminiamo il comportamento omosessuale, scopriamo che è cresciuto molto meno rapidamente rispetto all’identificazione LGBT».
Gran parte dell’enorme aumento di giovani che hanno fatto “coming out” nell’ultimo decennio ha avuto dunque pochissimo a che fare con un reale cambiamento nel loro stile di vita, e moltissimo a che fare con le etichette che hanno scelto di darsi.
Perché in molti sono perplessi di fronte a questo calo?
«Sembra davvero una caduta libera», ha dichiarato la Twenge al Post. Interrogata sulle ragioni di questo fenomeno, la studiosa ha ammesso candidamente: «Devo confessarlo: non ne ho idea».
La notizia ha disorientato anche diversi esponenti della sinistra. «Gli adolescenti stanno davvero tornando ad essere eterosessuali?» si è chiesto in un saggio il biologo e noto blogger ateo PZ Myers. «Non ha alcun senso».
Myers ha ragione nel dire che la cosa non ha senso, almeno finché si accetta la narrazione che ci viene ripetuta da trent’anni: ovvero che l’orientamento sessuale sia una componente innata e immutabile dell’identità, qualcosa che i giovani “scoprono” in se stessi piuttosto che un condizionamento del mondo circostante.
Se fosse così, la percentuale di quattordicenni che si definiscono lesbiche o bisessuali dovrebbe rimanere stabile di anno in anno, e di certo non dovrebbe raddoppiare in sei anni per poi dimezzarsi nel quadriennio successivo.
Lo stesso Myers tenta una spiegazione originale, tirando in ballo l’«oppressione»: «Questo non è un buon momento per esprimersi onestamente, perché quei maledetti repubblicani stanno calpestando le scuole, l’istruzione e la scienza», ha scritto.
Peccato per lui che il calo delle identificazioni LGBT sia iniziato sotto l’amministrazione Biden, e non sotto quella di Trump, in un periodo in cui la presidenza promuoveva attivamente ogni iniziativa a favore delle istanze trans e LGBT. Quando in tutto il Paese le scuole pubbliche e le istituzioni espongono regolarmente la bandiera arcobaleno, i media sono saturi di contenuti arcobaleno e il “matrimonio” egualitario è legge dello Stato, l’idea che sia l’“oppressione” a frenare gli adolescenti dal dichiararsi LGBT risulta semplicemente ridicola.
L’identificazione LGBT appresa “come per osmosi”
Qual è, dunque, la vera chiave di lettura?
Nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, Papa Francesco scriveva:
«La famiglia è la prima scuola dei valori umani, dove impariamo l’uso saggio della libertà. Alcune inclinazioni si sviluppano nell’infanzia e diventano così profondamente radicate da rimanere per tutta la vita, sia come attrazione verso un particolare valore, sia come naturale repulsione verso certi modi di agire. Molte persone pensano e agiscono in un certo modo perché lo ritengono giusto sulla base di ciò che hanno appreso, quasi per osmosi, fin dai primi anni di vita: “A me hanno insegnato così”. “Questo è ciò che mi hanno inculcato.” (n. 274).
Il Santo Padre aggiungeva inoltre:
«Nell’ambito familiare si può anche imparare a discernere in modo critico i messaggi dei vari mezzi di comunicazione. Purtroppo, molte volte alcuni programmi televisivi o alcune forme di pubblicità incidono negativamente e indeboliscono valori ricevuti nella vita familiare.» (n. 274).
Le ragazze che all’inizio degli anni 2020 hanno iniziato a definirsi LGBT in numero record avevano dodici o tredici anni quando è scoppiata la pandemia: scuole chiuse e milioni di adolescenti confinati in casa, senza altra distrazione se non quella di fissare gli schermi di smartphone e computer.
Cosa facevano su quei dispositivi? Secondo gli ultimi dati del Pew Research, circa sei adolescenti americani su dieci usano TikTok, e il 19% delle ragazze dichiara di esserlo «quasi costantemente».
Nel gennaio del 2022 ho scritto un articolo per mettere in guardia i genitori sui pericoli di TikTok. All’epoca, il Daily Mail aveva appena pubblicato un’inchiesta che mostrava come i video con l’hashtag #Trans avessero superato i 26 miliardi di visualizzazioni sulla piattaforma. Si trattava spesso di contenuti patinati e accattivanti, realizzati da coetanei o giovani adulti, che spiegavano come procurarsi ormoni per la transizione e interventi chirurgici. I genitori che avevano lanciato l’allarme parlando di una sorta di «contagio sociale» tra i figli vennero liquidati come semplici bigotti.
I riscontri di questo contagio sociale, del resto, non mancano. In un caso limite nel Regno Unito, ben 17 studenti di uno stesso istituto si sono improvvisamente identificati come transgender (molti dei quali, incidentalmente, nello spettro autistico). Le ragazze, in particolare, sembrano particolarmente vulnerabili a quella che gli scienziati sociali definiscono «disforia di genere a insorgenza rapida»: una confusione identitaria che insorge all’improvviso, spesso sotto la forte pressione del gruppo dei pari.
Come ammoniva il Pontificio Consiglio per la Famiglia, a volte «talora si giunge ad una vera deformazione delle coscienze » (Sessualità umana: Verità e significato n. 1). Non vi è descrizione più calzante per ciò che è accaduto a tante ragazze a cui i loro telefoni (mentre i genitori, troppo spesso, restavano in silenzio) hanno fatto credere che la normale confusione della prima adolescenza fosse il sintomo di un orientamento queer.
È iniziata la reazione contro la transizione medicalizzata
Un altro tassello fondamentale per comprendere il quadro è la tempistica: questo calo coincide inevitabilmente con la crescente reazione pubblica contro le derive più estreme del movimento LGBT e, in particolare, contro la fretta di sottoporre a “transizione” medica i minori confusi sulla propria identità.
La svolta è partita soprattutto dal Regno Unito. Nel 2020 Keira Bell — una giovane donna a cui, all’età di 16 anni, il servizio di identità di genere della clinica londinese Tavistock aveva somministrato bloccanti della pubertà, e che in seguito si era amaramente pentita del percorso — ha citato in giudizio la struttura. Nel frattempo, diversi informatori interni denunciavano che i trattamenti farmacologici venissero prescritti ai minori dopo valutazioni estremamente superficiali.
Nel 2022 il rapporto provvisorio della Cass Review — un’inchiesta indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale britannico (un argomento già trattato in questa rubrica), ha definito il modello di cura della clinica «né sicuro né sostenibile», portando alla decisione di chiudere definitivamente la struttura nel marzo del 2024. Poche settimane dopo, la versione definitiva del rapporto ha confermato che le prove a sostegno dei bloccanti della pubertà e degli ormoni per i minori erano estremamente deboli, spingendo il governo britannico a rendere definitivo il bando sulla prescrizione di tali farmaci per la disforia di genere.
In Nord America il cambiamento è stato più graduale ma costante. Nel giugno dello scorso anno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato il divieto del Tennessee sulle cure di transizione per i minori. Successivamente, come ho riportato a febbraio, l’American Society of Plastic Surgeons (ASPS) ha raccomandato di attendere almeno i 19 anni prima di effettuare interventi chirurgici legati al genere, citando prove insufficienti sui benefici rispetto ai rischi. Anche l’Associazione Medica Americana, tra le voci più forti a favore delle cure di affermazione di genere, ha dichiarato di concordare sul fatto che gli interventi chirurgici sui minori vadano rimandati all’età adulta.
Pochi giorni prima, una giuria di New York aveva riconosciuto 2 milioni di dollari di risarcimento a Fox Varian, una giovane donna privata del seno sano a sedici anni, nel primo verdetto per negligenza medica di questo tipo negli Stati Uniti. Persino in Canada, la dottoressa Karine Khatchadourian, pioniera della medicina di genere pediatrica, ha ammesso pubblicamente che oggi «contesterebbe la medicalizzazione della maggior parte dei giovani» che si presentano nelle cliniche.
Anche l’opinione pubblica si sta muovendo in questa direzione. Secondo i dati Gallup, solo il 38% degli americani ritiene oggi che cambiare genere sia moralmente accettabile (otto punti in meno rispetto al 2021). La stessa Twenge ha rilevato che la percentuale di giovani tra i 18 e i 22 anni che si identificano come transgender o non binari si è dimezzata tra il 2022 e il 2024: «Per ora», ha scritto, «sembra che il picco dell’identificazione trans sia alle nostre spalle».
Se l’esplosione delle identità LGBT è stata il frutto di un contagio sociale, il graduale raffreddamento dell’entusiasmo culturale spiega perfettamente l’inversione di tendenza tra gli adolescenti. Per un breve periodo identificarsi come trans è stato “di moda”; oggi, tuttavia, i gravi danni subiti da chi ha affrontato la transizione vengono ampiamente documentati dai media.
La famiglia è la cura
La Chiesa cattolica non si stancherà mai di proclamare che una formazione umana sana e integrale comincia tra le mura domestiche, e che i genitori hanno l’enorme responsabilità morale di non delegare la crescita dei propri figli a influenze esterne.
L’ammonimento del Pontificio Consiglio per la Famiglia del 1995 è più attuale che mai:
«Consci di ciò, e delle difficoltà reali che oggi esistono in non pochi paesi per i giovani, specialmente in presenza di fattori di degrado sociale e morale, i genitori sono sollecitati ad osare di chiedere e di proporre di più. Non possono accontentarsi di evitare il peggio – che i figli non si droghino, o non commettano delitti – ma dovranno impegnarsi nell’educarli ai valori veri della persona, rinnovati dalle virtù della fede, della speranza e dell’amore» (n. 49).
Una ragazza adolescente che ha smesso di definirsi bisessuale ha, nella migliore delle ipotesi, evitato il peggio. È un ottimo risultato, ma non equivale certo ad aver ricevuto una chiara educazione sul significato autentico della propria sessualità. Questo compito spetta in primis ai genitori. Come scrisse San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio, l’educazione sessuale in famiglia dev’essere « veramente e pienamente personale: la sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona – corpo, sentimento e anima – e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell’amore » (n. 37).

Si tratta di un percorso profondamente diverso dalle sommarie “informazioni” dispensate in tante aule scolastiche. Richiede tempo, dedizione e la presenza costante dei genitori. «È necessario che i genitori trovino il tempo di stare con i figli e di intrattenersi a dialogare con loro.», ricorda il Pontificio Consiglio per la Famiglia. «I figli, dono e impegno, sono il loro compito più importante, sebbene apparentemente non sempre molto redditizio: lo sono più del lavoro, più dello svago, più della posizione sociale.». Nello scambio quotidiano, gli adulti devono imparare «ad ascoltare attentamente i propri figli, a sforzarsi di comprenderli e a riconoscere quel frammento di verità che può essere presente in alcune forme di ribellione» (n. 51).
Quante ragazze, durante i lockdown, hanno assunto un’identità bisessuale semplicemente perché cercavano dagli adulti quell’attenzione amorevole che ogni minore desidera, finendo invece per trovarla tra gli estranei su TikTok?
La Twenge ha osservato che questo calo recente «potrebbe essere il presagio di un’imminente ondata di cambiamento, oppure rivelarsi un semplice episodio passeggero». La mia convinzione è che l’esito dipenderà da ciò che accadrà attorno al tavolo della cucina nelle famiglie di tutti i giorni. Gli ideologi hanno avuto anni di tempo e miliardi di visualizzazioni per plasmare i nostri figli; ora spetta alle famiglie riprendere in mano il loro futuro.
Human Life International

