Il socialismo e la famiglia sono incompatibili

Di padre Shenan J. Boquet da www.hli.org

«La Chiesa ha respinto le ideologie totalitarie e atee associate, in epoca moderna, al “comunismo” o al “socialismo”. Allo stesso modo, ha rifiutato di accettare, nella pratica del “capitalismo”, l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano».

― Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2425

Secondo un sondaggio Gallup pubblicato il mese scorso, il 43 per cento degli americani dichiara ora di avere un’opinione positiva del socialismo, il dato più alto registrato da Gallup da quando, nel 2010, ha iniziato a porre questa domanda. Tra gli americani di età compresa tra i 18 e i 34 anni la percentuale sale al 57 per cento, il che significa che in quella fascia d’età il socialismo è ora più popolare del capitalismo (43 per cento).

In un certo senso, ciò non sorprende. I sondaggi mostrano che i giovani sono preoccupati per lo stato dell’economia. L’affitto è sempre più fuori portata, per molti l’acquisto di una casa è fuori discussione e la spesa alimentare costa ogni mese di più. Molti dichiarano di non avere alcun interesse a sposarsi e a mettere su famiglia, in parte perché temono di non poterselo permettere. Quando un politico promette di congelare gli affitti e di rendere gratuiti gli autobus, come ha fatto lo scorso anno il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che si autodefinisce socialista, la proposta può sembrare allettante.

Eppure, da oltre un secolo e mezzo, i papi hanno condannato il socialismo, in modo coerente e insistente, in un’enciclica dopo l’altra. Lo fecero Pio IX nel 1849, così come Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Perché?

La risposta è complessa. Parte della risposta, che potrebbe sorprendere alcuni lettori, sta nel fatto che la Chiesa ha sempre compreso che il socialismo in realtà non aiuta i poveri. Per una serie di ragioni, li rende anzi più poveri. Una delle ragioni principali è che il socialismo spesso prende di mira direttamente la famiglia, l’unica istituzione da cui dipendono ogni società sana e ogni economia sana.

Una guerra alla famiglia

Nel Manifesto del Partito Comunista Karl Marx e Friedrich Engels invocarono apertamente «l’abolizione della famiglia» (p. 59). Riconobbero che «anche i più radicali si indignano di fronte a questa infame proposta», ma insistettero sul fatto che essa fosse centrale per il comunismo, sostenendo che la famiglia si basa «sul capitale, sul guadagno privato. Nella sua forma pienamente sviluppata, questa famiglia esiste solo tra la borghesia».

Proseguivano:

La retorica borghese sulla famiglia e sull’educazione, sul sacro legame tra genitori e figli, diventa tanto più ripugnante quanto più, per effetto dell’industria moderna, tutti i legami familiari tra i proletari vengono lacerati e i loro figli trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro (p. 59).

Quando i comunisti salirono al potere in Russia, passarono rapidamente dalla teoria alla pratica.

Entro due mesi dalla rivoluzione, nel dicembre 1917, il matrimonio religioso fu privato di efficacia giuridica e il divorzio fu reso possibile su richiesta di uno dei due coniugi. Nell’aprile del 1918 l’eredità fu abolita definitivamente, cosicché i beni di un uomo, alla sua morte, passavano allo Stato anziché ai figli. Nel 1920 la Russia divenne il primo paese al mondo a legalizzare l’aborto. Nello stesso anno Alexandra Kollontai, la principale teorica della famiglia tra i bolscevichi, spiegò che «la famiglia sta scomparendo» perché «lo Stato non ha bisogno della famiglia» e che sotto il comunismo «sarà la società a nutrire, allevare ed educare il bambino».

Nell’attacco alla famiglia, l’istruzione ebbe un ruolo centrale. Se la famiglia non poteva essere abolita in un giorno, i bambini potevano almeno esserne allontanati per gran parte della giornata e veniva loro insegnato che la loro prima lealtà era verso il Partito piuttosto che verso i propri genitori. A scuola, i bambini venivano immersi nella propaganda comunista, al punto da essere incoraggiati a diventare informatori contro i propri genitori.

La propaganda comunista celebrò un giovane contadino di nome Pavlik Morozov, il quale, secondo la versione ufficiale, nel 1932 denunciò il proprio padre alla polizia segreta e per questo fu assassinato dai suoi parenti. Fu commemorato con statue e scuole che portavano il suo nome, e in un famoso dipinto è raffigurato in piedi sotto un ritratto di Lenin.

I comunisti cinesi impararono la stessa lezione e l’applicarono con altrettanta brutalità e sistematicità, dapprima durante la Rivoluzione Culturale, quando i bambini venivano incoraggiati a denunciare i propri genitori e insegnanti, e poi con la politica del figlio unico, imposta con aborti e sterilizzazioni forzati, di cui ho scritto molte volte in queste rubriche.

La Chiesa lo aveva previsto

I papi avevano messo in guardia da questi rischi molto prima che si instaurasse il primo regime comunista.

Nel 1878, papa Leone XIII avvertì nella Quod Apostolici Muneris che i socialisti «disonorano l’unione naturale dell’uomo e della donna, rispettata come sacra perfino dai barbari, e indeboliscono e anche lasciano in balìa della libidine il vincolo coniugale per il quale principalmente si mantiene unita la società domestica., che è considerata sacra persino tra i popoli barbari; e il suo vincolo, grazie al quale la famiglia è principalmente tenuta insieme, lo indeboliscono o addirittura lo consegnano alla lussuria». Aggiunse, nella stessa frase, che essi «impugnano il diritto di proprietà stabilito per legge di natura» (n. 1).

È interessante notare che, in questo passaggio, Leone XIII concorda con i comunisti sul fatto che il diritto alla proprietà non riguardi in primo luogo la ricchezza, ma la famiglia. Le conclusioni che ne trae, tuttavia, sono opposte a quelle dei comunisti. Anziché considerarlo una prova a favore dell’abolizione della proprietà privata, egli sosteneva che il suo legame con la famiglia fosse la prova che il diritto alla proprietà privata è sacrosanto.

Un padre e una madre che possiedono qualcosa possono provvedere ai propri figli senza diventare dipendenti dallo Stato. Senza questa possibilità, la famiglia finisce per dipendere dall’assistenza dello Stato. Un padre, scrive Papa Leone XIII nella Rerum Novarum ha il dovere di provvedere ai bisogni dei propri figli, e «cosa impossibile a ottenersi se non mediante l’acquisto dei beni fruttiferi, ch’egli poi trasmette loro in eredità» (n. 10).

Pio XI, scrivendo nel 1937, fu ancora più schietto. Nella Divini Redemptoris descrisse esattamente ciò che il comunismo fa alla famiglia una volta ottenuto il potere:

Negando alla vita umana qualsiasi carattere sacro o spirituale, una tale dottrina rende logicamente il matrimonio e la famiglia un’istituzione puramente artificiale e civile, frutto di uno specifico sistema economico. … La cura della casa e dei figli ricade quindi sulla collettività. Infine, ai genitori viene negato il diritto all’educazione, poiché essa è concepita come prerogativa esclusiva della comunità (n. 11).

Questo è stato scritto quasi novant’anni fa. Eppure, quante delle battaglie che i genitori stanno combattendo oggi – su ciò che viene insegnato ai propri figli a scuola riguardo al sesso e al «genere», o sul fatto stesso che abbiano il diritto di sapere, ad esempio, se i propri figli abbiano fatto «coming out» (identificandosi come gay o transgender) – si riducono proprio a questa questione: se l’educazione spetti ai genitori o alla «comunità».

La famiglia è la prima economia

In un clima di incertezza economica, ai giovani viene detto che sarà lo Stato a prendersi cura di loro. Ciò che non viene loro insegnato è che tutte le migliori evidenze sociologiche dimostrano in modo conclusivo che la protezione più efficace contro la povertà è rappresentata da una famiglia con entrambi i genitori sposati.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti sulla povertà in America, nel 2024 solo il 6 per cento dei bambini che vivevano con genitori sposati si trovava al di sotto della soglia di povertà. Tra i bambini che vivevano con una madre single, la percentuale era quasi del 36 per cento, ovvero sei volte superiore.

Perché dovrebbe essere così? La famiglia è, in piccolo, una vera e propria unità economica. Due genitori possono guadagnare, risparmiare e pianificare insieme, e occuparsi a turno dei figli in modo che nessuno dei due debba pagare un estraneo per farlo. In altre parole, il fondamento di un’economia sana non è un qualche grandioso programma sociale, ma piuttosto famiglie solide.

Quando la famiglia si disgrega, tutto il lavoro silenzioso e invisibile dei genitori svanisce, e l’unica istituzione abbastanza grande da cercare di colmare il vuoto è lo Stato. Ma essendo grande e impersonale, lo Stato tende a farlo in modo inefficiente. E così ha inizio un circolo vizioso.

Negli ultimi 150 anni, la campagna contro la famiglia ha determinato un aumento senza precedenti dei divorzi, un enorme aumento delle famiglie senza padre e della povertà tra le famiglie con madri single, nonché un’enorme crescita della spesa pubblica per l’assistenza sociale. L’ideologia che si propone di indebolire la famiglia, in altre parole, finisce per creare la povertà che poi si propone di curare.

Tuttavia, esiste anche un problema più profondo. Papa Benedetto XVI lo ha individuato nella sua prima enciclica, Deus Caritas Est:

Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. (n. 28).

Questa, dunque, è la povertà ultima che produce la guerra del socialismo contro la famiglia: non una povertà di beni, ma di amore.

La radice dell’errore

Papa San Giovanni Paolo II, che trascorse gran parte della sua vita adulta sotto un governo comunista, lo espresse in questi termini nella Centesimus Annus : «l’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico». Il socialismo, spiegò, «considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, in modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale» (n. 13).

Tuttavia, se un essere umano è solo una molecola nell’organismo sociale, allora conta solo nella misura in cui l’organismo lo ritiene utile. E cosa succede a coloro che non sono utili? Cosa succede al bambino nel grembo materno, all’uomo con la sindrome di Down o all’anziana affetta da demenza nella casa di cura?

Ora conosciamo la risposta, al di là di ogni ragionevole dubbio. Nelle ultime settimane, questa rubrica si è concentrata sugli orribili abusi che seguono la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. In Canada, un decesso su venti è ora un’iniezione letale somministrata dallo Stato. E, come ora sappiamo, la pressione sui malati e sugli anziani affinché «scelgano» la via più economica e facile è immensa.

Questa pressione sugli anziani è spesso accentuata dal fatto che molti di loro hanno pochi figli, o non ne hanno affatto, che possano prendersi cura di loro. E i figli che spesso mantengono legami solo labili con la famiglia (sia a causa del divorzio, della distanza o di una miriade di altre ragioni), il che significa che gli anziani stanno soffrendo una terribile epidemia di solitudine. Si innesca così il circolo vizioso della cultura della morte che continua ad alimentarsi.

I limiti del capitalismo

Prima di concludere, vale la pena notare che le critiche della Chiesa al socialismo non equivalgono a un sostegno incondizionato al capitalismo. Anche in questo caso, la Chiesa evita contrapposizioni semplicistiche, fondando la propria riflessione su una visione articolata della persona umana.

Lo stesso Leone XIII che respinse la «comunità dei beni» dedicò gran parte della Rerum Novarum ai peccati del datore di lavoro. Egli scrisse che «esercitare pressioni sugli indigenti e sui bisognosi a scopo di lucro, e trarre profitto dal bisogno altrui, è condannato da tutte le leggi, umane e divine», e che privare un lavoratore del proprio salario «è un grave crimine che grida vendetta all’ira del Cielo» (n. 20).

Il Catechismo, nel brano che ho riportato all’inizio di questa rubrica, respinge «il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano» proprio nella stessa frase in cui respinge il socialismo.

Leone XIII riconosceva pienamente che vi sono casi in cui i programmi finanziati con fondi pubblici non solo sono accettabili, ma necessari. «È vero», scrisse, «se una famiglia si trova in estrema difficoltà, completamente priva del consiglio degli amici e senza alcuna prospettiva di uscirne, è giusto che l’estrema necessità sia soddisfatta dall’aiuto pubblico, poiché ogni famiglia è parte del bene comune» (n. 14).

È importante notare, tuttavia, su che cosa Leone XIII pone l’accento. C’è spazio per l’intervento dello Stato a sostegno delle famiglie. Il suo compito è aiutare la famiglia, non cercare di sostituirla. A volte è necessaria o richiesta una rete di sicurezza per la famiglia. Ma un sostituto della famiglia non lo è.

Pregate per i giovani

È significativo che Papa Leone XIV abbia scelto il proprio nome in onore del pontefice che affrontò per primo la “questione sociale”, come disse  ai cardinali due giorni dopo la sua elezione. La questione è oggi la stessa di quella affrontata nel 1891, così come resta attuale la risposta della Chiesa.

I giovani che si stanno orientando verso il socialismo non sono malvagi. Molti di loro (anche se, purtroppo, il loro numero sta diminuendo… argomento per un altro articolo) desiderano ancora ciò che ogni generazione prima di loro ha desiderato: un lavoro, una casa, un marito o una moglie e dei figli. Questi sono desideri buoni. La tragedia è che viene loro proposta un’ideologia che, ovunque sia stata messa in pratica, ha minato proprio quelle cose a cui aspirano.

Nell’ambito del ministero dell’HLI, i giovani vengono formati sui temi della difesa della vita.

La risposta della Chiesa affonda le sue radici nell’idea che la famiglia sia «la cellula originaria della vita sociale» (CCC, n. 2207). Rafforzando la famiglia si rafforza tutto il resto. Se la famiglia si indebolisce, nessuna spesa pubblica potrà risolvere il problema. Anzi, è più probabile che la «soluzione» non faccia altro che peggiorare le cose.

Human Life International

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