La coscienza non è quello che credi, Parte 2
Di don Francesco Giordano tradotto da catholicexchange.com
Come intendiamo oggi la coscienza? Spesso essa viene utilizzata come scusa per giustificare il relativismo morale o il soggettivismo. Ma non è così. La coscienza, e il nostro dovere di formarla nella verità a beneficio della nostra libertà, costituiscono un compito fondamentale della vita morale.
La coscienza deve essere unita alla virtù
Per san Tommaso, la coscienza non è mai separata dalla vita morale in senso più ampio. Un buon atto morale coinvolge l’oggetto, le circostanze e il fine (ST I-II, q. 18, a. 4), e richiede anche che la ragione ordini rettamente la volontà verso il bene (ST I-II, q. 18, aa. 5–6). Ecco perché la coscienza deve essere unita alla virtù, specialmente alla prudenza. La prudenza non è timidezza o cautela, ma la virtù che giudica rettamente ciò che deve essere fatto nei casi concreti. Più profondamente, la prudenza dipende dall’amore per il bene e per la giustizia. Una delle verità che l’uomo moderno fatica ad accettare è questa: non pecchiamo solo perché pensiamo male; pensiamo male anche perché pecchiamo.
Una persona moralmente compromessa non vedrà chiaramente. Il vizio confonde il giudizio, altera la percezione e rende più difficile riconoscere la realtà Un uomo dominato dalla lussuria non vedrà chiaramente la castità. Un uomo dominato dall’ambizione non giudicherà chiaramente la giustizia. Un uomo che mente abitualmente perderà la capacità di riconoscere facilmente la veridicità. Il problema, quindi, non è solo intellettuale, ma morale e spirituale. San Tommaso lo afferma chiaramente quando si chiede se la cecità della mente sia un peccato (ST II-II, q. 15, a. 3) e se la follia sia causata dalla lussuria (ST II-II, q. 46, a. 8). Nel trattato sulla temperanza, egli va oltre, elencando tra le “figlie della lussuria” la cecità della mente, la sconsideratezza e l’avventatezza (ST II-II, q. 153, a. 5). Il vizio, quindi, non ci porta semplicemente a scegliere male; può farci vedere male.
Ecco perché la coscienza non si forma solo con l’informazione, ma attraverso la conversione. Il beato Columba Marmion lo esprime in modo memorabile quando avverte che la vita spirituale non può essere governata dai soli sentimenti, non più di quanto una forchetta possa essere usata per bere l’acqua. I sentimenti hanno il loro posto, ma non sono strumenti adeguati per giudicare le realtà divine e morali. Se una persona si affida solo a ciò che le dà conforto, pace o emozioni forti, resterà spiritualmente superficiale e poco saldo sul piano morale
Sant’Agostino ci aiuta ad andare ancora più in profondità. Nelle Confessioni, specialmente nella sua meditazione sul tempo, egli mostra che la persona umana non viene sanata tutta in una volta. Viviamo immersi nel tempo, e la conversione di solito si svolge all’interno di quella condizione piuttosto che al di fuori di essa. Non diventiamo sinceri in un solo istante semplicemente perché abbiamo ascoltato la verità; dobbiamo convertirci ad essa gradualmente. Agostino è profondamente realista su questo punto. Anche dopo la sua conversione, il richiamo delle vecchie tentazioni non svanisce semplicemente. Le abitudini disordinate della vecchia vita continuano a persistere, e l’anima deve essere pazientemente purificata.
In questo senso, la sua esperienza è vicina al racconto di San Paolo in Romani 7: l’uomo può gioire della legge di Dio e tuttavia sperimentare ancora dentro di sé la resistenza del peccato. San Paolo fa un monito simile in 1 Corinzi 10, dopo aver ricordato il passaggio di Israele attraverso il mare e il deserto: «Chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere» (1 Cor 10,12). Un popolo formato per generazioni nella mentalità dell’Egitto non è diventato interiormente libero dall’oggi al domani. Ci vuole tempo per disimparare le cattive abitudini, e ci vuole tempo per acquisire quelle buone.
Ecco perché non possiamo accettare la teoria della «scelta fondamentale», come se un orientamento di base verso Dio potesse rimanere intatto nonostante particolari atti gravi. Come insiste San Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor, il nostro orientamento morale più profondo si esprime e si verifica nelle scelte concrete, e può essere contraddetto da esse (Veritatis Splendor, 67–70). La coscienza, quindi, si forma non solo attraverso l’istruzione, ma anche attraverso il pentimento, la grazia, la preghiera e il paziente riordino del cuore. San John Henry Newman viene spesso frainteso su questo punto. Egli non intendeva la coscienza come un lasciapassare per un giudizio privato contro la verità o la dottrina. La intendeva come la testimonianza interiore dell’obbligo morale, sacra proprio perché lega la persona alla verità davanti a Dio.
Il Concilio Vaticano II non ha insegnato il soggettivismo morale
Molti cattolici parlano come se il Concilio Vaticano II avesse in qualche modo canonizzato la nozione moderna di coscienza. Non è così. Gaudium et Spes descrive magnificamente la coscienza come il «nucleo più segreto e il santuario» dell’uomo (GS 16). Ma lo stesso passo dice che nella coscienza l’uomo scopre una legge «che non si impone da sé, ma che lo tiene in obbedienza». Questo è decisivo. La coscienza non è la fonte della verità morale. È il luogo in cui la persona la riconosce e vi risponde. Purtroppo, nei decenni successivi al Concilio, gran parte del dibattito cattolico ha mantenuto il linguaggio della coscienza, tralasciando silenziosamente l’esigenza che la coscienza fosse correttamente formata. Dopo la Humanae Vitae, ad esempio, a molti cattolici è stato detto che se non erano d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione, potevano semplicemente «seguire la propria coscienza».
Quella formula ha causato un danno enorme. Ha indebolito la catechesi, ha svuotato la dottrina della sua forza e ha insegnato a generazioni di cattolici a pensare alla coscienza come a un diritto di esentarsi dall’insegnamento della Chiesa. La coscienza non è una giustificazione automatica.
Coscienza, verità e libertà
San Giovanni Paolo II ha affrontato direttamente questa confusione in Veritatis Splendor. La coscienza, insegnava, non è una fonte privata di verità morale. La sua dignità sta nella sua apertura alla verità (Veritatis Splendor, 54, 60–64). La libertà di coscienza, quindi, non significa libertà dalla verità. Significa libertà nella verità.
Joseph Ratzinger dice qualcosa di simile in Sulla coscienza. Parla di anamnesi, una sorta di memoria morale scritta nel cuore umano. La coscienza non è l’ego che parla a se stesso. È la persona che ascolta la verità che viene prima delle proprie preferenze e le giudica. Non creiamo il bene. Siamo chiamati a riconoscerlo e a obbedirgli.
Questo spiega anche perché la coscienza non si limita a rassicurare. A volte turba. A volte accusa. A volte ferisce prima di guarire. Le persone moderne spesso trattano il senso di colpa come un nemico, ma il senso di colpa può essere misericordioso. Il silenzio della coscienza è spesso più inquietante del suo richiamo. Una coscienza che non ci turba mai potrebbe non essere serena, ma in realtà essere assopita.
Questo non è solo un dibattito per i teologi morali, né riguarda semplicemente il moralismo. È in gioco la comunione con Dio. Essere separati da Dio non è solo una questione morale; è una questione ontologica. Il peccato non si limita a infrangere una regola. Ferisce il nostro rapporto con il Dio vivente e deforma l’anima.
Se la coscienza si riduce alla sincerità personale, allora la confessione diventa poco più che un’espressione terapeutica di sé. Ma sappiamo che nel sacramento della Penitenza, la materia del sacramento non è il peccato, ma la contrizione per il peccato. Dobbiamo pentirci davanti a Dio per il peccato che abbiamo commesso. Non possiamo offrire qualcosa di male a Dio. Ciò che offriamo a Lui è il bene della contrizione per i peccati che abbiamo commesso. Per essere contrito, la mia coscienza ben formata deve dirmi che lo sono.
Se la coscienza è compresa correttamente, tutto cambia. La domanda non è più: «Con cosa mi sento a posto?», ma «Cosa è veramente buono?». Allora l’esame di coscienza diventa serio. La confessione diventa liberatoria e l’insegnamento morale diventa significativo. La direzione spirituale diventa possibile e la libertà diventa qualcosa di più ricco dell’affermazione di sé ostinata. Una coscienza ben formata non ci imprigiona, ma ci libera dall’illusione.
Il vero compito: formare la coscienza
La tradizione cattolica offre qualcosa di molto più esigente e molto più umano del mito moderno della coscienza. Ci dice che la coscienza è sacra perché ordinata alla verità. Deve essere obbedita, ma deve anche essere educata. Impone, ma non governa come un legislatore privato.
Formare la propria coscienza non significa diventare più autonomi. Significa diventare più sinceri, più umili e quindi più liberi. Tale formazione richiede studio, preghiera, virtù, pentimento e la disponibilità a essere corretti. Richiede la Parola di Dio, l’insegnamento della Chiesa, i sacramenti e l’aiuto di guide sagge. Richiede l’umiltà di ammettere che la sincerità da sola non basta.
La vera domanda non è semplicemente: «Cosa dice la mia coscienza?». La vera domanda è: la mia coscienza è stata formata dalla verità? Questo è ciò che la coscienza dovrebbe essere: non il trionfo dell’io, ma il luogo in cui la verità viene ascoltata, accolta e obbedita.
Nota dell’editore: Questo articolo fa parte di una serie originale di CE su Bioetica e Cultura di P. Francesco Giordano, che affronta le impegnative questioni morali del nostro tempo.

