La coscienza non è quello che credi, Parte 1
Di don Francesco Giordano tradotto da catholicexchange.com
Poche parole nel discorso cattolico contemporaneo vengono usate più spesso, e con maggiore disinvoltura, di «coscienza». Quante volte l’abbiamo sentita? «Devo seguire la mia coscienza». Molto spesso, questa frase viene trattata come se mettesse fine alla discussione. Nessuna correzione è possibile. Non si può presentare alcun ricorso. La coscienza individuale viene presentata come una corte d’appello definitiva, al di là di ogni critica e persino al di là della verità.
Tuttavia, questa non è la concezione cattolica della coscienza. La Chiesa insegna che la coscienza è reale, sacra e vincolante. Insegna anche che la coscienza deve essere formata, che può sbagliare e che non è una legge a sé stante. Se la coscienza è distaccata dalla verità, allora la moralità crolla in mere buone intenzioni, e le buone intenzioni non sono mai sufficienti a salvarci. Come recita un vecchio detto: «L’inferno è lastricato di buone intenzioni».
La confusione sulla coscienza sta causando un grave danno. Influisce sulla catechesi, sulla confessione, sull’insegnamento morale e persino sul modo in cui i cattolici comuni pensano alla libertà. Se la coscienza significa semplicemente «ciò con cui mi sento in pace», allora quasi tutto può essere giustificato. Questo non porta libertà, ma caos.
LA COSCIENZA NON È UNA PREFERENZA PERSONALE
La cultura moderna di solito distorce la coscienza in uno dei due modi seguenti. Da un lato, la coscienza viene ridotta alla psicologia. Diventa nient’altro che una voce interiorizzata dei genitori, degli insegnanti, dei sacerdoti o della pressione sociale. Dall’altro lato, la coscienza viene gonfiata fino a diventare autenticità personale: se mi sento sincero, se mi sento in pace, se mi sento fedele a me stesso, allora la mia scelta deve essere giusta. Nessuna delle due visioni è cattolica.
La tradizione cristiana non tratta la coscienza come un’emozione residua, né come un oracolo interiore sovrano. La Scrittura indica già una direzione diversa. San Paolo scrive che anche i gentili, che non hanno la legge mosaica, possono comunque dimostrare che «la legge è scritta nei loro cuori», mentre la loro coscienza ne rende testimonianza (Rm 2,14–15). La coscienza, quindi, non è qualcosa che inventiamo per noi stessi. È radicata nella struttura morale della persona umana. Ecco perché la coscienza è sacra: non perché è privata, ma perché si fonda sulla verità.
SAN TOMMASO D’AQUINO
San Tommaso d’Aquino ne offre la classica interpretazione cattolica. Per lui, la coscienza non è una facoltà separata o una voce interiore mistica. È un atto della ragione, cum scientia — letteralmente, «con la conoscenza». Come egli spiega, la coscienza implica l’applicazione della conoscenza a qualcosa di concreto.
Conscientia, secundum ipsam nominis originem, importat ordinem scientiae ad aliquid: dicitur enim conscientia quasi cum alio scientia. (ST I, q. 79, a. 13)
In altre parole, la coscienza è il giudizio mediante il quale riconosco che qualcosa che sto facendo, ho fatto o sto per fare è giusto o sbagliato, obbligatorio o proibito. Questa definizione è importante perché restituisce alla coscienza la sua giusta dignità. La coscienza è nobile non perché esprime il mio io interiore, ma perché è ordinata alla verità sul bene.
Tommaso d’Aquino distingue questo dalla synderesis, la comprensione abituale dei primi principi morali — soprattutto, che il bene va fatto e perseguito, e il male evitato (cfr. ST I, q. 79, a. 12; I-II, q. 94, a. 1). La coscienza non genera quei principi; li applica. Ma tale applicazione non è automatica. Richiede la prudentia, la prudenza, che Tommaso d’Aquino definisce come recta ratio agibilium — la retta ragione riguardo alle cose da fare (ST II-II, q. 47, a. 2). Pertanto la synderesis fornisce l’orientamento morale di base, la coscienza (cum scientia) applica tale conoscenza morale a un atto particolare, e la prudenza giudica rettamente all’interno delle condizioni concrete dell’azione.
La coscienza, quindi, non è sufficiente di per sé. È parte della vita morale, ma non ne costituisce la totalità. Deve essere formata dalla verità e rafforzata dalla virtù.
Spesso lo esprimo in questo modo: la vita morale integra il bene e il giusto nella prudenza — bonum iustum in prudentia. Questo è ciò che permette di giudicare l’atto morale concreto nella sua totalità: oggetto, circostanze e fine (cfr. ST I-II, q. 18, a. 4). Non è mai sufficiente isolare un solo elemento. Troppo spesso le persone giustificano un’azione facendo appello alle sole circostanze, trascurando se l’atto sia intrinsecamente male o se l’intenzione sia rettamente ordinata. La prudenza tiene insieme tutti e tre questi elementi nell’unità del giudizio morale.
SÌ, BISOGNA SEGUIRE LA COSCIENZA, MA C’È DI PIÙ…
Tommaso d’Aquino insegna notoriamente che una persona deve seguire la propria coscienza, anche quando essa è in errore (ST I-II, q. 19, a. 5). Questa frase viene spesso citata oggi come se risolvesse tutto, ma chiaramente non è così. Perché bisogna seguire la propria coscienza? Perché agire contro ciò che si giudica buono significa volere contro il bene così come lo si vede. Tuttavia, ciò non significa che il giudizio stesso sia corretto.
Tommaso d’Aquino chiarisce immediatamente che la coscienza può essere errata e che una volontà che segue una ragione errata non è quindi sempre buona (ST I-II, q. 19, a. 6). Questo è il punto che oggi viene spesso trascurato. La conformità alla coscienza è una condizione necessaria per un atto buono, ma non è sufficiente. La mia coscienza non deve solo essere sincera, ma deve anche essere vera. Quindi, la coscienza è vincolante, ma non è sovrana.
Ecco perché la formazione della coscienza è molto importante. Una coscienza errata non giustifica tutto. Tommaso d’Aquino insegna che se l’ignoranza è veramente inevitabile, allora una persona può non essere moralmente colpevole. Tuttavia, se l’ignoranza deriva da negligenza, incuria, vizio o rifiuto di cercare ciò che si è obbligati a conoscere, allora tale ignoranza è di per sé biasimevole (ST I-II, q. 19, a. 5; ST I-II, q. 6, a. 8).
Ciò è particolarmente importante nelle questioni morali gravi. Tommaso d’Aquino afferma addirittura che la mancata conoscenza della legge divina può essere di per sé colpevole (ST I-II, q. 88, a. 6 ad 2). Ciò è particolarmente vero nei diversi stati di vita. Ad esempio, in quanto sacerdote sono tenuto a conoscere gli insegnamenti della Chiesa. Non posso presentarmi davanti a un tribunale ecclesiastico e dire che non sapevo, per essere scusato dai miei errori nel guidare un’anima. Sono responsabile delle anime che Dio mette sul mio cammino. Il Catechismo dice la stessa cosa con parole diverse: la coscienza deve essere informata e il giudizio morale illuminato; «l’ignoranza simulata e la durezza di cuore» non scusano (CCC 1783–1785; 1859–1860).
Questo dovrebbe farci riflettere. Viviamo in una cultura che ci tenta costantemente a giustificarci. Facciamo appello alla confusione, alla complessità, alla pressione, all’educazione ricevuta o a una cattiva catechesi. A volte questi fattori attenuano la colpa, ma non cancellano la responsabilità. Ci sono verità che siamo tenuti a cercare. Un cattolico non può semplicemente dire: «La mia coscienza mi dice che va bene», e considerare la questione chiusa.
Nota dell’autore: Nella seconda parte approfondiremo la necessità che la coscienza sia unita alla virtù; il suo rapporto con la verità e la libertà; e il nostro dovere di formare le nostre coscienze.
Nota dell’editore: Questo è il primo articolo di una nuova serie originale di CE su Bioetica e Cultura, a cura di P. Francesco Giordano, che affronta le impegnative questioni morali del nostro tempo.

