Intervista a Don Francesco Giordano sul caso Charlie

di Cristiano Lugli, 8 luglio 2017  (Fonte: chiesaepostconcilio.blogspot.it)

Reverendo, oltre ad essere un docente di teologia lei è anche Direttore di Vita Umana Internazionale Italia. Approfittando della sua grande esperienza in questo campo vorremmo cogliere l’occasione per capire meglio la vicenda del piccolo Charlie Gard. In questo caso pare esserci stato un ulteriore passo oltre a ciò che è spesso chiamato “suicidio assistito con consenso informato”. È così?

Sì, si può certamente dire che abbiamo fatto un passo ulteriore in questa direzione. Per portare avanti questa ideologia, si devono togliere i diritti dei parenti del malato. Come si vede in questo caso, il malato può anche essere un neonato. Nessuno sarà protetto da questa cultura di morte in continua crescita. Non possiamo certamente meravigliarci perché queste sono conseguenze della mentalità abortista, come quella mentalità è conseguenza della mentalità contraccettiva. Il comune denominatore a tutte queste mentalità è proprio la cultura della morte che proviene dal rifiuto di Dio, il Dio della vita. Il caso del bambino Charlie Gard ha le conseguenze più gravi per i diritti dei genitori e l’autonomia della famiglia. Questo assalto contro la famiglia e la vita si estende oltre i confini del Regno Unito e tutti dovremmo essere molto preoccupati.

Come siamo potuti arrivare a tutto questo? I medici hanno decretato che andare avanti con queste cure sarebbe “accanimento terapeutico” contro il bambino, il quale dovrebbe soffrire troppo senza ottenerne alcun beneficio. 

Per coloro che non conoscono il caso in questione, Charlie Gard è nato nel Regno Unito nel 2016 con una sindrome di deplezione del DNA mitocondriale, una condizione grave che lo ha lasciato a lottare per la vita. A marzo i medici hanno informato i genitori che non c’era più niente da fare. Hanno raccomandato di rimuovere il suo ventilatore e lasciarlo morire.

I genitori, Chris Gard e Connie Yates, non si sono lasciati condizionare. Hanno cercato alternative, e hanno scoperto un trattamento sperimentale che ha offerto una piccola possibilità di una cura. Il caveat? È estremamente costoso e viene offerto solo negli Stati Uniti.

Con tenacia, i genitori di Charlie hanno lanciato una campagna di finanziamento online e hanno ricevuto decine di migliaia di donazioni. In tutto, i genitori hanno raccolto più di 1,3 milioni di sterline inglesi – più che sufficienti per pagare il trattamento. Per la prima volta si è aperto uno spiraglio di speranza per Charlie. Poi, in modo inspiegabile, l’ospedale nel quale sta fin’ora Charlie – l’ospedale di Great Ormond Street a Londra – ha rifiutato di rilasciare Charlie. Le autorità hanno detto di aver deciso che il trattamento proposto era improbabile che aiutasse il ragazzo e avrebbe solo prolungato la sua sofferenza.

I genitori di Charlie Gard
I genitori di Charlie Gard

Scioccati, i genitori di Charlie si sono appellati alla decisione del tribunale che ha stabilito che a Charlie dovrebbe essere permesso di “morire con dignità” (una frase frivola, per chi ha familiarità con la retorica pro-morte). Hanno fatto appello al caso fino alla Corte Suprema del Regno Unito. Ad ogni passo, hanno perso. Poi, la scorsa settimana, l’ultimo ricorso dei genitori – alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – la quale ha rifiutato di revocare la sentenza della corte britannica.

Con quella decisione, il caso di Charlie è esploso sulla scena internazionale. Si è prodotto un feroce dibattito pubblico, coinvolgendo figure dal peso mondiale tra cui il presidente Trump, Papa Francesco e molti altri. Charlie è rimasto in vita, però in qualsiasi momento l’ospedale potrebbe decidere di rimuovere il suo ventilatore.

Purtroppo, una certa confusione ha contribuito a complicare questo caso sconvolgente. Anche alcuni pro-vita sembra che siano stati ingannati dalla retorica dell’ospedale e dal sistema giudiziario, mentre la questione principale – i diritti naturali dei genitori a prendere questa decisione per il loro bambino – è stata persa di vista.

Inoltre, molti sono stati sconvolti dopo una dichiarazione iniziale della propria Pontificia Accademia Vita del Vaticano (PAV) che sembrava sostenere la posizione dell’ospedale. C’è stata una dura reazione da parte dei sostenitori di Charlie. Per fortuna, poco dopo, Papa Francesco ha pubblicato la propria dichiarazione. Il Santo Padre ha giustamente centrato l’attenzione del Vaticano dal problema complesso della natura del trattamento proposto (affrontato dalla PAV), ai diritti dei genitori di Charlie. Parlando dei genitori, nella dichiarazione ha detto: “Per loro [Papa Francesco] prega, sperando che la loro voglia di accompagnare e curare il proprio figlio fino alla fine non venga ignorata.”

Inoltre, il Vaticano ha dato seguito alla dichiarazione con azioni concrete, quando il Bambino Gesù, ospedale del Vaticano, ha offerto di prendere Charlie e prendersi cura di lui, gratuitamente. Questo è stato un gesto forte e molto necessario.

Diventa inevitabile farsi travolgere dall’emotività davanti ad un simile fatto internazionale. Eppure, in tutta questa vicenda, i mass media hanno voluto calcare la mano solo sulla volontà dei genitori, i quali erano assolutamente contrari alle decisioni dei medici e dei tribunali. Certo questo è un passo in più. Ora però ci chiediamo, il fatto non è grave indipendentemente dalla volontà dei soggetti? Così è parso quasi trascurato il bambino in se stesso: l’attenzione tutta spostata sui genitori, dimenticandosi del bambino come persona oggettiva. Cosa ci vede in questo modus operandi?

È importante essere chiari su ciò che è universalmente giusto: la distinzione tra cura “aggressiva” o “straordinaria” e cura ordinaria. La Chiesa Cattolica è sempre stata molto chiara perché non esiste alcun obbligo morale di usare mezzi “straordinari,” che possono includere la respirazione artificiale, per prolungare la vita. Come scrisse il Papa Giovanni Paolo II in Evangelium Vitae 65:

“…In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi»…Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.”

Tuttavia, allo stesso tempo, la Chiesa non ha mai affermato che esiste un obbligo morale di non perseguire mezzi straordinari. Questo deve essere valutato caso per caso. Ancora più importante, la decisione se esercitare la cura straordinaria o no debba spettare alla legittima autorità – in questo caso, chiaramente i genitori di Charlie.

Quindi qual è il problema fondamentale? Una sola cosa: una lotta per il potere. L’ospedale e il governo britannico credono che lo Stato — e non i genitori di Charlie — debba avere il potere di decidere cosa è meglio per Charlie (e, presumibilmente, per altri come lui). E per affermare questo punto, sono stati disposti a portare questo caso fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

L’ingiustizia è che Charlie morirà quando — e come — l’amministrazione ospedaliera vuole. I suoi genitori sono stati privati ​​del diritto di sorvegliare il caso del proprio figlio. Non hanno potuto portarlo negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. Non hanno potuto portarlo a casa a morire in pace. Charlie essenzialmente è stato rapito, affinché le autorità potessero essere sicure che sarebbe morto in orario.

Don Francesco Giordano, Direttore di VUI Roma

La Chiesa Cattolica ha sempre difeso i diritti fondamentali dei genitori per il benessere e l’educazione dei propri figli. Laddove questi diritti sono stati erosi, il totalitarismo non era molto lontano. Infatti, non è un caso che il comunismo e le altre ideologie totalitarie abbiano sempre cercato di troncare il legame tra genitori e figli. Una volta che la famiglia è stata smantellata, è facile per lo Stato totalitario riempire il vuoto.

L’ospedale e le corti credono di fare ciò che è meglio per Charlie. Ma in realtà, le loro azioni hanno una radice totalitaria. Essi hanno derubato i genitori dei loro diritti naturali, e hanno posto lo Stato come arbitro finale della vita e della morte.

Ciò che è in gioco nel caso di Charlie è “universale,” non solo britannico. Saranno i genitori a prendere decisioni per i loro figli, oppure saranno i funzionari ospedalieri, i giudici e i burocrati governativi? Dato che in Inghilterra il diritto è “Common Law,” ogni caso ha una valenza di diritto, per quanto sia positivista. Non si basa né sul codice, né tantomeno di sicuro sulla legge naturale. Questo si vede già da tempo. Siamo di fronte ad un altro atto giudiziario che determina in maniera volontarista, cioè per volontà del dittatore di turno, questioni di vita o di morte. Qui non si parla più di ciò che è giusto, base fondamentale del Diritto Romano, del diritto classico e perenne.

Si può dire che questa non è affatto una questione liberale, conservatrice o politica. È una questione di diritti umani. È la semplice ipotesi che i genitori non debbano essere esclusi dalle decisioni critiche che influenzino la salute e il futuro dei loro figli.

Le preoccupazioni e le domande morali su questo caso continueranno. Nel frattempo, Charlie e i suoi genitori meritano il nostro sostegno e preghiera costanti. I genitori di Charlie hanno a cuore il migliore interesse del loro figlio e dobbiamo chiedere che il governo rispetti la loro decisione, oltre a riconoscere e assicurare la dignità intrinseca di Charlie.

A volte sembrerebbe lecito chiedersi se questo qui in terra non sia già un pezzo di Inferno. Cosa dovremo vedere ancora? Pensa che questo caso così straziante avrà delle ripercussioni sul dibattito italiano circa l’eutanasia e il “diritto” a morire?

Certamente avrà delle ripercussioni sul dibattito italiano circa l’eutanasia ed il cosiddetto “diritto” a morire. Lo si è visto tante volte in passato. Basta pensare al divorzio, all’aborto, al cosiddetto “matrimonio gay.” Tutte queste leggi vengono imposte sempre più intensamente e velocemente sul popolo spesso indifeso, ingenuo, o indifferente perché impegnato nella sopravvivenza quotidiana in un mondo sempre più barbaro.

Grazie, Reverendo, per la sua gentile disponibilità e per aver trattato in modo esaustivo un tema così delicato.

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