La parabola dell’amministratore disonesto e la disposizione all’umiltà

Di Don Francesco Giordano

(Originale in Inglese)

La parabola dell’amministratore disonesto (Luca 16, 1-13) ci presenta alcuni personaggi poco edificanti. In sintesi, la parabola narra la storia di un uomo ricco che ordina al suo amministratore di liberarlo dalla sua cattiva gestione. Poiché amministratore è chi gestisce i beni di un altro, si tratta di un’accusa molto grave, anche se non implica necessariamente una frode. Infatti, proprio perché non c’è un’accusa di frode, l’amministratore ha ancora un po’ di tempo per gestire alcuni affari e rimediare alla sua cattiva gestione. L’amministratore conclude con scaltrezza alcuni accordi all’insaputa del suo padrone. Quando il padrone lo scopre, elogia l’amministratore per la sua astuzia.

Il Signore riassume il senso della parabola: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Luca 16, 8). Il contrasto tra i miscredenti, figli di questo mondo, e i credenti, figli in Dio, non potrebbe essere più palese. Il problema è che l’astuzia di solito appartiene non ai credenti ma ai miscredenti. Essi si muovono con facilità in questo mondo, mentre i credenti non riescono a destreggiarsi né nelle cose di questo mondo né in quelle dell’altro, e dovrebbero essere quest’ultime quelle di cui si preoccupano!

Don Francesco Giordano, Direttore di VUI Italia

Il Signore ci incoraggia a essere generosi con i nostri talenti in questa vita, affinché nella vita futura possiamo essere accolti “nelle dimore eterne” (Luca 16, 9). Questo è molto in linea con ciò che ha detto prima nel Discorso della Montagna su quei tesori che dovremmo accumulare in cielo (Cfr. Matteo 6, 19-21). Non siamo noi a possedere i beni corporali, materiali e spirituali che Dio ci ha donato. Li amministriamo. Un giorno, il Maestro verrà da ciascuno di noi a chiederci conto di come abbiamo gestito i doni che ci ha elargito. Ciò emerge in molte parabole che Nostro Signore ci ha narrato. Che uso abbiamo fatto della bocca, degli occhi e delle mani? In genere come abbiamo usato tutto il nostro corpo? Come abbiamo impegnato la nostra mente, il nostro intelletto e la nostra volontà? Che ne abbiamo fatto dei doni delle virtù teologali, delle virtù infuse e i doni dello Spirito Santo? Di tutto questo dovremo rispondere un giorno, e non dimentichiamoci che il giudizio personale si prolungherà nel giudizio universale, quando saranno resi noti gli effetti stessi delle nostre opere e della nostra corrispondenza alle grazie di Dio. Penso a questo ogni volta che celebro la Messa in un convento fondato 310 anni dopo la morte di San Francesco. Quel convento, pur non essendo stato fondato direttamente da lui, è indirettamente un frutto del suo carisma, dei Francescani nati dalla sua opera fedele a Dio e alla Sua chiamata.

Tutto questo ci mostra che dobbiamo avere una disposizione particolare verso Dio per permettere allo Spirito Santo di operare nella nostra vita, cioè nella Chiesa. Dobbiamo essere generosi, ma anche distaccati e umili. Infatti, la sollecitudine di Dio può agire in un uomo umile. Che cos’è l’umiltà se non la verità e la disposizione a radicarsi nella realtà? L’etimologia stessa della parola infatti rimanda alla terra.

Mi viene in mente un’immagine legata alla difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale: il cordone ombelicale. Come un bambino nel grembo materno dipende dalla madre, così noi dipendiamo da Dio in tutto e per tutto. In effetti, la vita terrena è una vita embrionale che ci prepara alla nascita nella vita eterna. L’umiltà è una disposizione assolutamente fondamentale e una virtù necessaria per la vita terrena. È una virtù che consiste nella vigilanza sul nostro rapporto con Dio. Secondo San Benedetto, è il fine per cui viviamo la nostra vita terrena.

San Benedetto usa l’immagine della Scala di Giacobbe per articolare il suo discorso sull’umiltà. Questo sogno riguarda il legame che Giacobbe ha con Dio Padre. Tale legame sarà ulteriormente approfondito da Nostro Signore Gesù Cristo, che ha messo ancor più in evidenza la relazione che esiste proprio nell’umiltà tra realismo e mediazione. Una persona umile è realista ed è quindi mediatrice tra le diverse realtà: quella umana e quella divina. L’umiltà ci permette di crescere nella nostra umanità, conformandoci alla nostra natura, permettendoci di vivere meglio la nostra esistenza terrena ma indirizzandoci verso la nostra patria celeste.

Si scopre che praticare la virtù dell’umiltà come disposizione per tutto quello che si fa, significa impegnarsi nella battaglia più importante della propria vita. La Scala di Giacobbe ricorda il terribile combattimento tra i demoni e Dio: essi rivendicano i loro diritti, la loro indipendenza e fondamentalmente la loro autonomia da Dio. Ad essi si contrappongono gli angeli e i santi legati umilmente a Dio e al suo Verbo Divino come un bambino è legato alla madre nel grembo materno grazie al cordone ombelicale. L’unica differenza tra gli angeli e i santi e il bambino è che loro si legano volontariamente. Scelgono di farlo. Sono liberi di farlo e in questa libertà trovano la loro vera eccellenza perché si ritrovano in Dio loro Padre e Creatore.

È dal Verbo che si è formata la Civiltà Cattolica. La fedeltà al Verbo l’ha resa la più perfetta delle società. Negare questo significa essere apertamente contro il Verbo e l’azione santificante e perfezionatrice dello Spirito Santo nella storia della Chiesa. Non dimentichiamo che mentre il Verbo entra nell’intelletto, è lo Spirito che entra nella volontà e nel cuore. È lo Spirito che ha guidato i cuori dei santi in tutta la storia della Chiesa, dagli Apostoli a Pentecoste in poi; negare l’ispirazione della loro opera, significa negare la loro cooperazione con Dio, il che a sua volta significa negare l’opera di Dio nella storia. Una tale negazione non può che essere frutto di orgoglio, anche se pretende di essere umile, poiché pone le opere della Chiesa sullo stesso piano delle opere dei miscredenti. Infatti, mentre le prime traggono origine da un’ispirazione soprannaturale e alimentano i desideri naturali, le seconde derivano esclusivamente da un desiderio naturale, come appare chiaramente. Non ci sono religioni pagane, del resto, che possano valutare l’importanza della Passione del Figlio di Dio nella Sua natura umana.

Dobbiamo essere grati a Nostro Signore Gesù Cristo, agli angeli e ai santi, a tutti i mediatori presso il Mediatore tra noi e Dio. Essi sono i veri legami tra noi e la nostra vita eterna, la vera vita che aspettiamo come bambini nel grembo materno di questa vita terrena. Onorare il nostro Padre Celeste e la genealogia del nostro passato – la fede dei nostri padri e delle nostre madri – che va di pari passo con tale onore, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno oggi in questa società confusa, frammentata e morente, se vogliamo rinascere. Non abbiamo bisogno di cancellare la cultura per rimediare ai nostri problemi. Dobbiamo onorare la nostra cultura, capire da dove veniamo per sapere chi siamo e dove stiamo andando. Solo allora saremo saggi, e non solo scaltri, amministratori delle grazie che Dio ci ha donato. Solo allora saremo felici grazie alla ricompensa della vita eterna.

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