È tempo di ripensare alla questione dell’aborto

Del Rev. P. James V. Schall, S.J.  (Fonte: www.crisismagazine.com)

“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?” (Isaia 49,15)

“Ogni uomo è in una relazione diretta con Dio. La fede non pretende nulla di più dal primo uomo che da ciascuno di noi, e viceversa nulla di più da noi che dal primo uomo. Ogni persona è più che un prodotto di eredità e ambiente; nessuno è solo il prodotto di fattori calcolabili e terrestri; il segreto della creazione aleggia su ognuno di noi […] L’uomo è stato voluto da Dio in un modo specifico; non solo come una creatura che è “lì”, ma come una creatura che lo conosce, non solo come un’idea che ha pensato, ma come una creatura che può, a sua volta, pensare a lui”. (Joseph Ratzinger, 1977)

I.

Siamo ormai abituati, negli ultimi decenni, alle statistiche dei milioni di bambini abortiti in certi paesi e nel mondo: 61 milioni negli Stati Uniti dal 1973; 1,5 miliardi nel mondo dal 1980. Molti sono inorriditi; altri sostengono questa procedura come un “diritto”. Inoltre, ora vediamo in molti stati, come in Virginia e New York, la rimozione di qualsiasi restrizione all’aborto, a volte inclusa l’uccisione del bambino indesiderato se sopravvive all’aborto.

La giustificazione filosofica di queste concezioni antitetiche riguardo l’aborto può essere fatta risalire allo sviluppo della legge naturale e della ragione naturale e al rifiuto sistematico di essa nei tempi moderni. La legge naturale, comunque venga definita, indica che nelle cose esistenti c’è un ordine oggettivo. L’uomo scopre questa legge; non la “crea”. Questo ordine di cose, se seguito, porta a sostenere tutta la vita umana. Il rifiuto di questo ordine conduce passo dopo passo all’“abolizione dell’uomo”, come descritto da C.S. Lewis. Ironia della sorte, la conseguenza logica è un allontanamento graduale dai normali rapporti sessuali. La generazione di bambini da parte dei genitori è rimpiazzata dal lavoro di scienziati e di ri-programmatori dell’uomo nei laboratori.

Rev. P. James V. Schall, S.J.
Rev. P. James V. Schall, S.J.

La moderna negazione dell’ordine naturale è basata sull’eliminazione delle cause finali e formali dalla natura. Questo rifiuto significa che la mente si rifiuta di interrogare la natura per individuare l’azione giusta. È “libero” dal giudizio dell’ordine naturale. Al contrario, la libertà nel pensiero classico significava che l’uomo era “libero” quando seguiva la verità delle cose che già esistevano. Le cause formali e finali erano quelle che ci indicavano lo scopo e la funzione propria della cosa presa in esame.

La libertà stessa era ordinata alla verità. L’uomo, esercitando il suo libero arbitrio, doveva riconoscere questo ordine comprendendolo e seguendolo. Poteva liberamente rifiutarsi di riconoscerlo o seguirlo. Non era “costretto”. Questa libertà era la gloria del suo status nella gerarchia dell’essere. Quando questo ordine naturale fu rifiutato, si mise in moto la progressiva eliminazione di tutte le istituzioni e le consuetudini che sostenevano la procreazione e l’educazione degli esseri umani. Logicamente, questa libertà senza limiti ha permesso all’uomo di pensare che il suo obiettivo fosse quello di rifare se stesso, sia la sua anima che il suo corpo, secondo il suo stesso agire. La sua “rivoluzione” radicale avrebbe migliorato il suo essere a “immagine di Dio” che aveva originariamente definito lo status umano nel suo stato naturale.

II.

Se si considera l’aborto per quello che è, si può osservare, con una certa ironia, che innanzitutto nessun bambino dovrebbe mai essere abortito. Gli aborti sono infatti la conseguenza di concepimenti peccaminosi, che, in quanto tali, non dovrebbero mai avvenire. Il bambino abortito, in primo luogo, non sarebbe mai dovuto essere concepito. Il peccato iniziale che ha portato al suo concepimento doveva essere evitato. Da questo punto di vista ogni bambino nato in questo mondo dovrebbe avere un padre e una madre e una famiglia, in cui è concepito e in cui vive come essere umano ben radicato. Il mondo dovrebbe ospitare solo bambini voluti in un contesto domestico appropriato.

Il ragionamento dietro questa visione si basa in primo luogo sullo scopo della vita umana. Ogni essere umano concepito è specificamente voluto da Dio per essere la persona che egli è. Ogni persona è insostituibile e le viene offerta la stessa vita eterna. Questa cognizione della persona include i bambini abortiti a cui non è mai stato permesso di vedere la luce del sole. Quindi, se l’umanità osservasse la legge naturale, non ci sarebbero mai stati aborti. I bambini che sono uccisi con l’aborto non sarebbero così mai stati concepiti. In breve, non esisterebbe il problema dell’aborto.

III.

Ma, naturalmente, sappiamo che il peccato è entrato nel mondo, reso possibile dalla libertà che ci è stata donata come elemento fondamentale della nostra natura di esseri razionali. Non condivideremo la vita Trinitaria a meno che non scegliamo di vivere giustamente in questa vita. Questo approccio ricorda quello che io chiamo il “problema dell’altra Eva” nella sua epoca moderna. La Eva della Genesi, la prima madre della nostra specie, dopo il suo peccato sembra sia tornata sulla retta via e abbia riconosciuto la sua colpa. Non si è ribellata all’essere donna in quanto tale. Lei ha avuto dei figli. Tuttavia, la capacità di rifiutare ciò, rimase come possibilità per lei e per tutte le donne che vennero dopo. Lei, così come Adamo, poteva negare ciò che era per natura. Questa negazione sarebbe consistita, essenzialmente, nel rifiutare quell’ordine naturale secondo cui doveva concepire, dare alla luce e prendersi cura di ciò che era stato generato in lei.

In termini moderni, questo diniego comporterebbe un lecito “diritto” ad uccidere qualsiasi cosa sia stata generata in lei. Così, ora vediamo miriadi di donne in marcia “per” l’aborto sotto l’egida dei “diritti riproduttivi”. Questa espressione è una totale falsità, ma deve essere usata poiché nessuno può agire senza un qualche bene che giustifichi ciò che fa. Questo scenario equivale a quello delle donne che rifiutano ciò che significa essere donna, cioè portare nuova vita di generazione in generazione.

Le donne che sostengono questa visione – non tutte lo fanno – arrivano a questo punto logicamente dal rifiuto sistematico del bene nell’ordine naturale. (Vedi Robert Reilly, “The Culture of Vice” nel numero del 29 novembre 1966 di National Review.) Il processo, se analizzato, consiste in una linea retta che parte dal divorzio, dalla contraccezione e dall’aborto per arrivare al “matrimonio” omosessuale, alla fecondazione in vitro, alla maternità surrogata e alla creazione di bambini su misura e ora al rifiuto di continuare a crescere e moltiplicarsi attraverso il transessualismo, il declino demografico e, in fine, l’eutanasia. Ci sono persino degli esperimenti scientifici riguardo la vita umana che hanno poca attinenza con la sessualità. Nei laboratori, gli scienziati fertilizzano gli ovuli con gli spermatozoi donati per poterli gestire completamente al di fuori della madre.

Questi programmi sono presentati come un modo per migliorare la razza umana, consentendo all’uomo il pieno controllo del processo di generazione. Questo criterio in ultima analisi sottrae il processo di generazione alla famiglia amorevole e lo consegna allo stato, a sua volta modellato sulla libertà assoluta. Ogni rifiuto sistematico del bene è collegato a quello precedente, quando anche il passaggio precedente sembra fallire. L’uccisione legale dei bambini vivi che sopravvivono all’aborto è la conclusione logica di un “diritto” a non essere gravato da qualsiasi cosa che abbia a che fare con la vita concepita nell’utero.

Non intendo tacere in queste riflessioni sulla negligenza maschile. Probabilmente è vero che più spesso ci troviamo di fronte a un “parlamento di donne” come reazione a iniziative irresponsabili e ai peccati degli uomini. La responsabilità degli uomini è soggetta a un’analisi diversa; ma almeno voglio menzionarla. Nel caso dei maschi e delle femmine, il rifiuto di vivere una vita virtuosa (vedi Aristotele e Tommaso d’Aquino) si concretizza in molti disordini, il più ovvio in questo periodo è quello degli aborti senza restrizioni. In questo senso, l’“ombra di Eva”, come la vedo io (anche Adamo ha la sua “ombra” propria), è la realizzazione di quel peccato originale di Eva, per cui inizialmente ella scelse di accettare la bugia del diavolo e preferì la sua volontà a quella del gentile comando che le era stato dato. Abbiamo qui, per così dire, un mondo di Eve impenitenti.

Quello che vediamo oggi, tuttavia, non è più l’atto peccaminoso privato di una singola persona, ma il portare nell’ordine pubblico questo rifiuto implicito di ciò che una donna è per sua natura. Il peccato dell’uomo è stato il peccato più grande, se si accetta questa visione formata dall’ideologia odierna. I due non erano ugualmente colpevoli. Dentro entrambi, l’uomo e la donna, rimaneva l’opzione di rifiutare nelle loro vite sia l’ordine naturale sia quello soprannaturale dell’essere. Una volta che questo ordine viene respinto, implicitamente o esplicitamente, ci si ritrova a seguire il percorso che conduce a una deformità sia dell’anima che del corpo, di solito sotto l’impulso di un movimento politico legittimato a rafforzare una visione distorta dell’uomo.

IV.

Se consideriamo queste riflessioni in un’altra prospettiva, vediamo che gli uomini e le donne peccano; fanno quello che non dovrebbero fare. Inventano elaborate giustificazioni per i loro cattivi comportamenti. L’aborto di questo o quel bambino in particolare, in ogni modo, non sarebbe accaduto senza il peccato iniziale per cui un bambino è stato concepito. Questa consapevolezza non significa che il bambino sia cattivo o sbagliato. Il peccato non è del bambino. Nei termini della realtà in cui ci troviamo, dobbiamo riconoscere che ogni bambino abortito fosse anche destinato alla vita eterna. Dio era la fonte dell’esistenza di quel bambino tanto quanto lo è in qualsiasi altro concepimento.

L’ordine in cui ora viviamo include un fattore redentivo. I nostri peccati richiedono che ci assumiamo la responsabilità delle loro conseguenze. In realtà i loro effetti perdurano sia se siamo perdonati sia se non lo siamo. Così, ecco un mondo in cui milioni di bambini vengono uccisi. Dobbiamo occuparci di chi ha causato questa distruzione. Viviamo in un ordine redentivo che non elimina le conseguenze dei nostri peccati, ma trae il bene dal bene dal quale i nostri peccati hanno deviato. Nessuno può peccare senza avere una buona intenzione che vuole seguire. Il suo peccato consiste nell’agire volontariamente contro al giusto ordine delle cose. Il male morale provoca una mancanza nell’ordine dell’essere. Il male in quanto tale è la mancanza di qualcosa che dovrebbe esserci, una mancanza causata dalle persone umane nelle loro anime.

Il fatto è che i nostri peccati alla fine non fanno fallire il piano o il fine per cui Dio ci ha creati e dotati di anime immortali destinandoci alla vita eterna. Quelli che sono nati dal peccato dei loro genitori erano destinati a esistere e non sarebbero potuti nascere senza l’atto peccaminoso dei loro genitori. Ogni essere umano esistente, per quanto generato, rimane libero e deve accettare o rifiutare il giusto ordine del suo essere naturale e l’invito a vivere la vita eterna a lui offerta.

Se volessimo eliminare l’aborto, dovremmo smettere liberamente di commettere quei peccati che danno inizio a concepimenti disordinati. Di nuovo questo implica una conversione radicale dell’anima. Senza questa conversione, continueremo sullo stesso sentiero su cui ora siamo incamminati. In definitiva, dobbiamo praticamente e intellettualmente ripensare il problema dell’aborto in modo da porre l’accento sui peccati che generano quelli che ora vengono definiti bambini indesiderati. I bambini abortiti, che non sarebbero esistiti senza i nostri peccati, ci sono e sono sotto l’azione della Divina Provvidenza. L’eliminazione dell’aborto deve farci invertire quei passi che, uno alla volta, ci portano inesorabilmente lontano dal bene naturale e soprannaturale che guida un uomo e una donna sposati nella loro casa con i loro figli.

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