Ciò che angeli e demoni possono e non possono fare, Parte 2
Di padre Francesco Giordano, da catholicexchange.com
Nel primo articolo abbiamo visto come angeli e demoni agiscano sul mondo materiale e in che modo la loro esistenza spirituale differisca sia dalla vita umana nel tempo sia dall’eternità di Dio. Passiamo ora dalla loro influenza sul mondo che ci circonda a quella che esercitano dentro di noi, dove distinguere l’immaginazione dall’intelletto, la passione dalla volontà e la tentazione dal consenso è essenziale per comprendere sia il loro potere sia la nostra libertà.
Angeli e demoni possono costringerci ad agire?
La questione più delicata riguarda ciò che gli angeli possono fare dentro di noi. Qui Tommaso parte da una verità sulla persona umana che il pensiero moderno talvolta offusca: non siamo né puri spiriti né semplici corpi. Siamo creature razionali incarnate. La nostra vita intellettuale comincia di norma attraverso la sensazione. Vediamo, udiamo, ricordiamo, immaginiamo, proviamo attrazione o avversione, e poi giudichiamo e scegliamo.
Poiché l’immaginazione e le passioni sono legate alla nostra condizione incarnata, le creature angeliche possono agire su di esse in modo indiretto. San Tommaso è esplicito: «sia l’angelo buono sia quello cattivo, con la propria potenza naturale, possono muovere l’immaginazione umana» (ST I, q. 111, a. 3). Un angelo buono può dunque disporre le facoltà immaginative e sensibili verso ciò che è vero e buono, mentre un demone può sfruttare lo stesso terreno vulnerabile, suscitando immagini e passioni in modo da attirarci verso un bene apparente. Ma questa influenza ha un limite decisivo. Anche se un angelo può suscitare le passioni e in tal modo inclinare la volontà, Tommaso insiste che la volontà «rimane sempre libera di acconsentire alla passione o di resisterle» (ST I, q. 111, a. 2). Il demone può tentare, ma non può trasformare la tentazione in consenso.
Tommaso affronta la questione in modo esplicito quando si domanda se il diavolo possa indurre una persona a peccare per necessità. La sua risposta non potrebbe essere più chiara: il diavolo «non può in alcun modo costringere l’uomo a peccare» (ST I-II, q. 80, a. 3). Può turbare l’immaginazione, stimolare l’appetito sensibile e far apparire un bene apparente insolitamente irresistibile; ma dove la ragione resta libera, la persona resta capace di resistere. Se la ragione è del tutto impedita, come Tommaso osserva che può accadere in un caso straordinario quale la possessione, l’atto che ne deriva non viene imputato alla persona come peccato.
Questa distinzione ha una profonda importanza pastorale. Si può avere un pensiero orribile senza desiderarlo. Il peccato richiede il consenso. Per questo «è stato il diavolo a farmelo fare», per quanto la frase possa far sorridere, è cattiva teologia morale. Un demone può tentarmi a fare qualcosa. Può ingannarmi sul bene apparente in cui è coinvolto. Può approfittare delle debolezze che ho coltivato in anni di cattive abitudini. Ma l’atto moralmente responsabile resta mio.
I demoni possono leggere nella nostra mente?
Questa distinzione aiuta anche a rispondere a un’altra domanda che mi è stata posta più volte in Malesia: i demoni possono leggere nella nostra mente? Non come fa Dio. Dio conosce il cuore umano perché è il Creatore e la causa che sostiene la persona umana. Nessuna creatura possiede un’intimità di conoscenza simile.
Tommaso distingue con cura. Un pensiero segreto può essere conosciuto attraverso i suoi effetti, e in questo senso un angelo può dedurre molto più di noi. Ma i pensieri, finché restano nell’intelletto, e gli affetti, finché restano nella volontà, sono conosciuti direttamente da Dio solo (ST I, q. 57, a. 4).
Sarebbe però un errore concludere che i demoni sappiano ben poco di noi. Possiedono un’intelligenza angelica. Osservano, deducono, riconoscono schemi ricorrenti. Anche gli esseri umani lo fanno di continuo, sia pure in modo imperfetto. Una madre capisce dal volto del bambino che qualcosa non va. Un confessore comincia a riconoscere dei ricorsi nella vita spirituale di un penitente. Un interrogatore esperto coglie le esitazioni. Un amico sa quale battuta farà ridere e quale invece ferirà.
Immaginate ora la capacità di osservazione di un’intelligenza superiore alla nostra e dotata di una lunga esperienza del comportamento umano. Un demone non ha bisogno di leggere direttamente nel profondo dell’anima per sapere quali tentazioni hanno funzionato più volte. Osserva ciò che ci fa arrabbiare. Vede ciò che attira la nostra attenzione. Nota quali offese ci rifiutiamo di perdonare. Osserva le abitudini che rafforziamo. Può quindi fare deduzioni straordinariamente acute senza possedere l’onniscienza divina.
E questo conduce a una comprensione più profonda della tentazione stessa. Il male raramente si presenta a noi semplicemente come male. La volontà si muove verso ciò che appare buono. Di solito, dunque, la tentazione opera staccando un bene autentico ma parziale dall’ordine più ampio che gli dà significato. Il piacere è un bene, ma il piacere separato dall’amore diventa distruttivo. La libertà è un bene, ma la libertà separata dalla verità si rivolta contro chi la esercita. La giustizia è un bene, ma la giustizia separata dalla misericordia può diventare vendetta. Lo zelo è un bene, ma lo zelo separato dalla carità può diventare crudeltà. L’identità è un bene, ma l’identità separata dalla natura e dalla comunione può rinchiudere la persona in sé stessa.
La strategia demoniaca è dunque spesso una strategia di frammentazione. Ciò che è fatto per stare insieme viene forzatamente separato. L’immaginazione viene contrapposta alla ragione, la passione alla prudenza, la libertà alla verità, la giustizia alla misericordia, l’individuo alla comunione. La tentazione raramente comincia con le parole «Scegli il male». Comincia in modo molto più seducente: «Prendi questa cosa buona, ma prendila senza l’ordine che la renderebbe davvero buona».
In questo senso la normale battaglia spirituale è molto meno teatrale di quanto suggerisca la cultura popolare. L’opera demoniaca più importante può non avere nulla di appariscente. Un rancore coltivato con cura per dieci anni può essere spiritualmente più devastante di un fenomeno spettacolare che dura dieci minuti.
La responsabilità del peccato
È anche per questo che il linguaggio tradizionale della Chiesa sul mondo, la carne e il diavolo resta così equilibrato. Non ogni tentazione viene direttamente da un demone. «La carne» non significa che il corpo sia cattivo: indica la condizione ferita della natura umana, in cui appetito e ragione non sono più perfettamente ordinati. «Il mondo» indica la rete di pressioni sociali, abitudini culturali, falsi valori e strutture che possono far apparire normale il vizio e strana la virtù. Il diavolo può sfruttare entrambi, ma nessuno dei due richiede il suo intervento diretto in ogni momento.
A volte commettiamo un peccato perché abbiamo imparato a commettere peccati. Questo non vuol dire sminuire la lotta spirituale, ma mettersi al riparo dalla superstizione. Dare la colpa di tutto al diavolo può diventare un altro modo di sottrarsi a ogni responsabilità. La stessa sobrietà dovrebbe guidare il nostro approccio ai fenomeni demoniaci straordinari. La Chiesa riconosce la possibilità di forme gravi di attività demoniaca, che si descrivono abitualmente con termini come oppressione, ossessione o possessione. Ma i presunti casi richiedono discernimento, e il discernimento comprende un’adeguata valutazione medica e psicologica.
In tutto questo non c’è nulla di non cattolico. Il cattolicesimo non ci ha mai chiesto di scegliere tra causalità naturale e causalità spirituale, come se ammettere l’una escludesse automaticamente l’altra. La grazia non distrugge la natura. E la possibilità di una causalità spirituale non ci autorizza a ignorare le spiegazioni naturali.
Anche nella possessione il demone non diventa l’anima della persona. La persona resta se stessa. Le facoltà spirituali restano sue. Un demone può esercitare un’influenza straordinaria sulle facoltà corporee, immaginative o sensibili, ma la responsabilità morale continua a dipendere dalla conoscenza e dal consenso.
A questo punto il discorso deve tornare agli angeli buoni, perché una trattazione dell’attività angelica che si lasci affascinare soprattutto dai demoni ha già perso il proprio centro. Gli angeli custodi, che la Chiesa celebra a ottobre, operano proprio all’interno di questo ordine della divina Provvidenza. Tommaso spiega che, poiché la conoscenza e l’affetto umani possono venir meno al bene in molti modi, gli angeli ci sono dati «per regolarli e muoverli al bene» (ST I, q. 113, a. 1). La loro custodia non abolisce la libertà: la sostiene nel suo cammino verso il bene che le è proprio.
La loro influenza rispetta la libertà umana invece di aggirarla. Gli angeli buoni non sostituiscono la prudenza, la coscienza o la grazia sacramentale, né impongono il pentimento o la fede. Il loro ministero è orientato alla verità, all’umiltà, alla carità, alla pace e alla giusta armonia della persona sotto Dio. Ne ricaviamo un utile criterio di discernimento: ciò che alimenta il fascino per le conoscenze segrete, la vanità per le esperienze straordinarie o un senso di superiorità spirituale si sta già allontanando dal carattere del vero ministero angelico. L’angelo serve e non attira l’attenzione su di sé. Rimanda oltre sé stesso e appartiene interamente all’ordine della Provvidenza.
Satana non è un dio
Siamo così arrivati alla verità con cui dovrebbe concludersi ogni trattazione cristiana sui demoni. Satana non è un dio rivale, né possiede qualcosa che somigli all’onnipotenza, all’onniscienza o all’onnipresenza divina. Non può creare, non può conoscere il futuro come lo conosce Dio e non può costringere la volontà umana. Il suo potere è reale, ma è quello di una creatura, e perciò limitato; la sua ribellione è radicale, ma non lo libera mai dalla dipendenza dal Creatore al cui ordine si oppone. Resta una creatura caduta che opera entro i limiti della Provvidenza divina.
I Vangeli lo comprendono perfettamente. I demoni possono opporsi a Cristo sul piano morale, ma non appaiono mai come suoi pari sul piano metafisico. Ne riconoscono l’autorità, davanti ad essa indietreggiano e alla fine obbediscono al suo comando. La lotta spirituale cristiana si svolge dunque interamente all’interno della sovranità di Dio, già stabilita.
Forse è questo che ho trovato più utile quando i seminaristi di Kuching continuavano a incalzarmi con le loro domande. Eravamo partiti chiedendoci che cosa potessero fare i demoni, ma Tommaso continuava a indirizzarci verso la domanda più importante: che cosa non possono fare? Non possono abolire la natura, sovvertire la Provvidenza o diventare dèi. E non possono toglierci la terribile e magnifica responsabilità di essere liberi. Il cristiano non dovrebbe dunque né deridere il mondo spirituale né temerlo in modo irrazionale, ma cercare di comprenderlo con sobrietà e con fede. E una volta compresi i suoi giusti limiti, dovremmo ricordare che ogni angelo, ogni demone, ogni atto umano, ogni tentazione e ogni vittoria si collocano all’interno di una creazione la cui prima e ultima parola non appartiene al diavolo, ma a Dio.
Immagine tratta da Wikimedia Commons

