Utero in affitto: come ti confeziono un bambino

di Enrichetta Tamburrino Fonte http://www.snadir.it/

 

Recentemente abbiamo assistito al progressivo porsi all’attenzione dell’opinione pubblica del problema della pratica della cosiddetta “maternità surrogata”, denominata anche GPA (gestazione per altri), ma anche GDA (gestazione d’appoggio) o ancora “utero in affitto”, che, benché già esistente in alcuni paesi esteri, ha assunto un ruolo non trascurabile nel dibattito politico e mass-mediatico che ha portato al recente riconoscimento giuridico delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Ebbene, una conoscenza sintetica e una valutazione etica sono oggi quanto più necessarie, per chi, come gli Idr, si preoccupa costantemente di aggiornare i propri contenuti di insegnamento e di trasmettere ai propri allievi un mondo di valori e una risposta di senso a quelli intimamente connessi.

Intanto la definizione: per “maternità surrogata” intendiamo il procedimento per cui una donna mette a disposizione il proprio utero e porta avanti la gravidanza per conto di altri, possano essere queste persone single o coppie, eterosessuali o omosessuali. Si distingue poi tra una maternità surrogata “tradizionale” nel caso in cui la donna portatrice del nascituro sia anche la fornitrice dell’ovulo e quindi risulti anche la madre biologica del bambino, e una maternità surrogata “gestazionale” in cui la donna portatrice si limita a condurre a termine la gravidanza dopo che le è stato impiantato nell’utero l’embrione fecondato in vitro, i cui gameti di origine provengono dai genitori committenti o eventualmente da altri donatori.

Per fare subito riferimento al quadro giuridico esistente in Italia, va segnalato che la maternità surrogata è espressamente vietata dalla Legge n. 40/2004 all’art. 12 comma 6 (“Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”). Questa legge, però, è già stata svuotata di senso dalle sentenze della Corte Costituzionale n. 151/2009, e n. 162/2014 (quest’ultima in particolare revocante il divieto di fecondazione eterologa), rendendo necessarie di conseguenza quelle istanze di aggiornamento poi confluite nelle nuove linee guida emanate nel 2015 dal ministro della salute Beatrice Lorenzin.

Come accennato, gli assetti massmediatici e politici sono stati letteralmente dominati negli ultimi mesi dal dibattito. Numerosi gli interventi in merito; la Francia si è subito distinta a livello europeo per una forte stigmatizzazione della GPA. Tra gli interventi più sorprendenti e significativi contro la maternità surrogata si evidenziano in ambito francese quello della filosofa di sinistra e femminista Sylviane Agacinski (nota 1) e del filosofo ateo e post-anarchico francese Michel Onfray. Questa forte spinta oppositiva ha fatto sì che fosse firmata il 2 febbraio, a Parigi, una Carta per proporre agli Stati europei l’abolizione universale della maternità surrogata o utero in affitto (nota 2). In Italia invece si sono pubblicamente esposte le femministe di “Se non ora quando” promuovendo un appello contro la pratica della GPA sottoscritto da decine di firmatari. Tra gli intellettuali italiani una femminista storica e di punta come Luisa Muraro, nel suo pamphlet L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Ed. La Scuola, 2016) ha reagito contro quella che lei chiama “la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne”. A livello europeo invece, va ricordato che il 15 marzo la “Commissione per gli affari sociali, la salute e lo sviluppo sostenibile” del Consiglio d’Europa ha bocciato con un solo voto contrario (16-15) un testo presentato dalla deputata belga De Sutter il cui obiettivo era legittimare la pratica della maternità surrogata su tutto il continente europeo.

Cerchiamo ora di dare una valutazione etica della maternità surrogata. Prima domanda: si può configurare un diritto al figlio? E poi: un figlio ha diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche? Sono domande alle quali si deve preventivamente rispondere, per posizionare correttamente il problema. E ancora: per quanto riguarda il distacco alla nascita tra madre surrogante e neonato, sappiamo dalla psicologia che tra il bambino e la donna che lo porta in grembo si instaura un rapporto che ha delle conseguenze sulla psiche stessa del bambino (nota 3): possiamo ipotizzare che tale distacco non presenterà problemi per l’uno e per l’altra? Inoltre, e lo sappiamo dall’esperienza dei paesi in cui la GPA è legale, spesso le donne che prestano il proprio utero non lo fanno con animo di altruismo disinteressato, ma spesso sono povere, poco istruite, mosse più da indigenza e da esigenze di carattere economico (nota 4). In India l’indotto economico complessivo prodotto dalla maternità surrogata sembra che superi i due miliardi di dollari l’anno, e che un’operazione complessiva di GPA possa arrivare a costare più di 30.000 dollari; in Thailandia il costo può salire fino a 48.000 euro, in Ucraina ce la si può cavare con 30.000 euro, mentre in Africa il prezzo è molto più competitivo e il noleggio della madre surrogata costa poco meno di 10.000 euro (nota 5). Tutti questi dati smentiscono quasi totalmente la giustificazione “altruistica” della maternità surrogata, mostrando che si tratta di un vero e proprio business dai connotati inquietanti (nota 6).

Tentiamo qui di fornire il principio che fondi e veicoli le risposte. Secondo quanto sostenuto da Kant, nessun essere umano può essere trattato come un mezzo, ma sempre necessariamente come un fine in sé stesso, possedendo un valore intrinseco assoluto, cioè una dignità. In altre parole non si possono mercificare i bambini e il corpo delle donne. Inoltre non esiste nessun diritto al figlio. Nello stesso senso si è espresso in Italia il Comitato Nazionale per la Bioetica il 18 marzo 2016: ricordando quanto disposto dalla Carta Europea dei Diritti Fondamentali (2000) all’art. 3 e cioè “il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro”, il CNB ritiene che la maternità surrogata sia “un contratto lesivo della dignità della donna e del figlio sottoposto come un oggetto a un atto di cessione” e che inoltre “tale ipotesi di commercializzazione e di sfruttamento del corpo della donna nelle sue capacità riproduttive, sotto qualsiasi forma di pagamento, esplicita o surrettizia, sia in netto contrasto con i principi bioetici fondamentali”. Benché la diatriba sia ancora lungi dall’essersi conclusa, è da questi principi che dobbiamo partire se vogliamo difendere l’autentico humanum, che la fede cristiana e la grande tradizione filosofica hanno sempre difeso.

 

1) http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/il-mio-no-da-sinistra-agli-uteri-in-affitto.aspx.

2) https://abolition-gpa.org/charte/italiano/.

3) http://www.steadfastonlus.org/content/2016/utero-in-affitto-parola-chiave-egoismo/.

4) http://www.steadfastonlus.org/content/2016/gpa-la-nuova-benzina-per-le-fabbriche-di-bambini/. Si veda anche il video prodotto da Steadfast Onlus sul canale omonimo all’indirizzo di youtube https://www.youtube.com/watch?v=pqbey65nitk.

5) http://www.steadfastonlus.org/content/2015/bio-market-il-business-delle-madri-surrogate/.

6) Sull’utero in affitto cfr. anche il numero dedicato interamente al tema di Notizie ProVita, Gennaio 2016.

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