Dal dono alla pretesa di disporre della vita: eutanasia, suicidio e il significato cristiano della vita
– Di P. Francesco Giordano, STD
Il dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito viene spesso presentato come un dibattito sulla compassione. Chi, dopotutto, vorrebbe che le persone soffrissero? Chi vorrebbe che gli anziani, i disabili, i malati terminali o chi soffre di angoscia psichica dovessero sopportare il dolore senza alcun aiuto? Il linguaggio è potente perché tocca qualcosa di profondamente umano: la nostra paura della sofferenza e il nostro desiderio di alleviare la sofferenza di coloro che amiamo. Ma la questione più profonda non è innanzitutto medica o giuridica. È antropologica. Che cos’è la persona umana? L’uomo è una creatura la cui vita è ricevuta come dono da Dio, oppure è il proprietario della propria esistenza, libero di disporre di sé stesso quando la vita diventa un peso?
Iniziamo innanzitutto con alcune definizioni. Per eutanasia intendo un atto o un’omissione mediante cui si provoca intenzionalmente la morte al fine di eliminare la sofferenza. Per suicidio assistito intendo l’atto di aiutare una persona a togliersi la vita, solitamente fornendole i mezzi per farlo. Nell’eutanasia, un’altra persona provoca direttamente la morte; nel suicidio assistito, è la persona stessa a compiere l’atto finale. In entrambi i casi, la morte viene scelta come soluzione alla sofferenza.
Ecco perché l’eutanasia e il suicidio assistito non possono essere compresi isolatamente. Essi fanno parte di una logica culturale più ampia. All’inizio della vita, l’aborto e le tecnologie riproduttive spesso trattano il bambino non come un dono da accogliere, ma come un prodotto da selezionare, gestire o rifiutare. Alla fine della vita, l’eutanasia e il suicidio assistito applicano la stessa logica ai malati, agli anziani e a chi soffre. Ciò che l’aborto rappresenta per la vita indesiderata all’inizio, l’eutanasia lo diventa per la dipendenza indesiderata alla fine.
I casi non sono identici, e la teologia morale cattolica insiste giustamente su distinzioni accurate. Tuttavia, l’antropologia di fondo è spesso la stessa. Quando la vita umana viene giudicata in base all’autonomia, alla produttività, alla coscienza, al controllo o alla «qualità della vita», i più deboli diventano i più vulnerabili. Il nascituro viene giudicato troppo prematuro, troppo debole, troppo scomodo o troppo difettoso. L’adulto sofferente viene giudicato troppo dipendente, troppo doloroso, troppo costoso o troppo compromesso. In entrambi i casi, la dignità viene subordinata a condizioni.
Il cristianesimo afferma qualcosa di radicalmente diverso. La vita umana non ci appartiene in modo assoluto; ci è stata affidata. Il Catechismo lo esprime chiaramente: «Siamo amministratori, non proprietari, della vita che Dio ci ha affidato» (CCC 2280). Questa singola frase ribalta gran parte dell’argomentazione moderna a favore della morte assistita. Se la vita è un possesso, posso disporne a mio piacimento. Se la vita è un dono, devo accoglierla, custodirla e restituirla a Dio in fiducia.
Ciò non significa che la Chiesa insegni un vitalismo crudele, come se ogni possibile intervento medico dovesse essere sempre utilizzato. L’insegnamento cattolico non richiede che la vita sia prolungata con ogni mezzo disponibile, a prescindere dal peso, dalla futilità o dalla sofferenza. La tradizione distingue tra mezzi ordinari o proporzionati, che sono moralmente obbligatori, e mezzi straordinari o sproporzionati, che possono essere rifiutati. Una terapia che non offre alcuna ragionevole speranza di beneficio, o che impone un onere eccessivo, può essere legittimamente rifiutata
Questa distinzione deve tuttavia essere gestita con grande cautela. Casi recenti come quelli di Charlie Gard e Alfie Evans hanno dimostrato quanto facilmente le controversie sulle cure possano intrecciarsi con giudizi sul valore o sulla “qualità” di una vita. In entrambi i casi, bambini gravemente malati sono diventati al centro di conflitti tra genitori, ospedali e tribunali sulla questione se dovesse essere consentita la prosecuzione delle cure o il trasferimento per ulteriori cure. Casi del genere ci ricordano che l’espressione «miglior interesse» può talvolta nascondere un giudizio preconcetto sulla disabilità, sulla prognosi e sulla qualità della vita. La teologia morale cattolica non richiede trattamenti futili o gravemente gravosi, ma non può nemmeno permettere alle autorità mediche o legali di trattare una vita vulnerabile come se la dipendenza in sé fosse un Il Catechismo espone il concetto con grande chiarezza: «Può essere legittimo interrompere le cure mediche gravose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto al risultato atteso; si tratta del rifiuto di cure “eccessivamente zelanti”. In questo caso non si vuole causare la morte; si accetta semplicemente la propria incapacità di impedirla» (CCC 2278).
Questa distinzione è fondamentale. Rifiutare un trattamento sproporzionato non è suicidio. Può essere semplicemente un’accettazione della condizione umana. Il confine morale non sta tra il fare tutto e il non fare nulla. Il confine sta tra l’accettare la morte quando non è più ragionevolmente possibile impedirla e l’intendere la morte come mezzo per eliminare la sofferenza.
La stessa distinzione si applica al sollievo dal dolore. La dottrina cattolica permette l’uso di antidolorifici, anche quando questi possono indirettamente accorciare la vita, a condizione che la morte non sia intesa né come fine né come mezzo. Si tratta di un’applicazione del principio del doppio effetto. Se lo scopo è alleviare un dolore grave e l’abbreviazione della vita è solo prevista e tollerata, tale trattamento può essere moralmente legittimo. Il Catechismo definisce le cure palliative «una forma speciale di carità disinteressata» (CCC 2279).
Anche in questo caso, l’intenzione è fondamentale. C’è un’enorme differenza tra somministrare morfina per alleviare un dolore grave, anche a costo di correre qualche rischio, e somministrare una dose letale al fine di provocare la morte. Il primo caso è cura. Il secondo è omicidio.
L’alimentazione e l’idratazione richiedono anch’esse un approccio attento. Il cibo e l’acqua, anche quando somministrati con assistenza medica, fanno normalmente parte delle cure di base dovute alla persona umana. Non possono essere sospesi semplicemente perché qualcuno giudica che la vita di un paziente sia di scarsa «qualità» o un peso per gli altri. La stessa espressione «qualità della vita» è pericolosa quando diventa un criterio per stabilire se qualcuno meriti o meno di continuare a ricevere cure. Può facilmente trasformarsi in un giudizio mascherato secondo cui alcune vite non valgono più la pena di essere vissute. Il caso di Terri Schiavo rimane un doloroso esempio di questo pericolo: una donna gravemente disabile, non in fin di vita, è stata privata di nutrizione e idratazione dopo che altri avevano giudicato che la sua vita non avesse una qualità sufficiente. A prescindere dalle complessità giuridiche del caso, la ferita morale era evidente: le cure di base sono state trattate come se fossero cure straordinarie.
Allo stesso tempo, la dottrina cattolica riconosce che nelle fasi finali del morire, quando la morte è davvero imminente e l’alimentazione o l’idratazione non apportano più alcun beneficio o causano un grave disagio, la loro sospensione può essere legittima. Ma anche in questo caso l’intenzione non deve essere quella di provocare la morte. Lo scopo non è eliminare la persona, ma evitare un intervento inutile o gravoso quando la persona è già in fin di vita.
Ecco perché il linguaggio di Papa San Giovanni Paolo II rimane così importante. Nell’Evangelium Vitae, egli definisce l’eutanasia una “falsa misericordia”. Egli scrive: «La vera compassione porta a condividere il dolore altrui; non uccide la persona di cui non riusciamo a sopportare la sofferenza» (EV 66). Questa frase mette a nudo l’inganno fondamentale. L’eutanasia spesso si presenta come misericordia, ma cambia l’oggetto della compassione. Anziché eliminare la sofferenza prendendosi cura di chi soffre, elimina la sofferenza eliminando chi soffre. Questa non è misericordia cristiana. È resa.
Il Catechismo è altrettanto diretto: «Un atto o un’omissione che, di per sé o per intenzione, provoca la morte al fine di eliminare la sofferenza costituisce un omicidio» (CCC 2277). Le motivazioni possono essere tenere. Le emozioni possono essere sincere. La paura, l’esaurimento, il dolore e la pressione che circondano le decisioni di fine vita può essere molto reale. Ma l’obiettivo morale rimane determinante. Volere la morte di una persona innocente per porre fine alla sua sofferenza non è mai un atto di cura.
L’alternativa cristiana non è l’indifferenza al dolore. Al contrario. L’alternativa all’eutanasia è una seria assistenza palliativa, cure terapeutiche, assistenza spirituale, la presenza della famiglia e l’accompagnamento cristiano. A volte la sofferenza non può essere risolta tecnicamente. A volte il meglio che possiamo offrire siamo noi stessi: il nostro tempo, la nostra preghiera, la nostra pazienza, la nostra speranza, la nostra disponibilità a restare. Questo non è un fallimento medico. È una delle forme più elevate di carità.
La difesa moderna dell’eutanasia si basa spesso su una visione funzionale della persona. Una persona è considerata preziosa nella misura in cui è cosciente, autonoma, produttiva, comunicativa o capace di provare piacere. Ma se la dignità dipende dalla funzione, allora può scomparire quando la funzione scompare. Il neonato, la persona disabile, il paziente in coma, il malato mentale e il morente diventano tutti vulnerabili.
L’antropologia cristiana rifiuta tutto ciò. La persona non è un insieme di capacità. Non è una macchina il cui valore dipende dalle prestazioni. È qualcuno, non qualcosa. La sua dignità non va e viene a seconda della coscienza, dell’indipendenza o dell’utilità sociale. La stessa persona rimane presente anche attraverso stati mutevoli di debolezza, malattia, dipendenza e declino.
Questo è anche il motivo per cui il suicidio deve essere trattato con verità e misericordia. La Chiesa non può definire il suicidio un atto di libertà da celebrare. La vita umana è un dono di Dio, e prendere la morte nelle proprie mani significa rivendicare un potere che appartiene solo a Dio. San Tommaso d’Aquino espone le ragioni morali classiche a sostegno di questo giudizio. Il suicidio è contrario all’inclinazione naturale con cui ogni essere cerca di preservare la propria vita; ferisce la comunità a cui la persona appartiene; e usurpa la sovranità di Dio sulla vita e sulla morte (Summa Theologiae, II–II, q. 64, a. 5). In altre parole, il suicidio non è semplicemente un atto privato. È una rottura nel rapporto della persona con se stessa, con gli altri e con Dio.
Tuttavia, la Chiesa riconosce anche la terribile complessità della sofferenza psicologica. Depressione, traumi, paura, ansia, vergogna, lutto e malattie mentali possono limitare la libertà e la responsabilità. La ricerca contemporanea sul suicidio conferma la necessità di questa cautela pastorale. Il dottor David Jobes, noto per il suo lavoro sulla “Valutazione e gestione collaborativa della suicidalità”, sottolinea che le persone con tendenze suicide non dovrebbero essere ridotte semplicemente a una diagnosi né trattate solo come rischi da controllare. La sofferenza suicidale deve essere affrontata in modo personale e collaborativo. La persona ha bisogno di stabilizzazione, di protezione dai mezzi letali, di nuove ragioni per vivere e di accompagnamento attraverso l’oscurità più profonda. Ciò converge con l’istinto cristiano. La risposta alla sofferenza suicidale non è l’agevolazione, ma la presenza, la protezione e la speranza.
Pertanto, la Chiesa parla chiaramente dell’atto, rifiutando al contempo di disperare della persona. Il Catechismo insegna che «non dobbiamo disperare della salvezza eterna di coloro che si sono tolti la vita», poiché Dio può offrire, con modalità note solo a Lui, l’opportunità di un pentimento salvifico (CCC 2283). Si tratta di un equilibrio profondamente cristiano. La verità morale rimane, ma rimane anche la speranza. La misericordia non ci impone di negare la verità; la verità non ci impone di abbandonare la misericordia.
La Scrittura, letta nel suo insieme, non avalla né il suicidio né l’eutanasia. Alcuni episodi biblici vengono talvolta strumentalizzati per suggerire il contrario: Abimelech, Saul, Ahitofel, Zimri, Giuda o persino Sansone. Eppure queste storie non sono esaltazioni di un nobile atto di suicidio. Sono scene di tragedia, giudizio, disonore, tradimento, ambiguità e disperazione. Non insegnano che l’uomo abbia il diritto di disporre della propria vita. Mostrano, piuttosto, il disordine che ne consegue quando l’uomo si allontana da Dio e crolla su se stesso
Il vero centro biblico è Cristo. Nel Getsemani, Gesù entra nel pieno orrore della sofferenza umana. Non idealizza il dolore. Non finge che la morte sia bella. Trema davanti al calice e prega affinché esso possa passare. Ma non prende il controllo sulla vita e sulla morte. Non trasforma la sofferenza in un argomento a favore dell’autodistruzione. Si affida al Padre: «Sia fatta la tua volontà».
In quella preghiera è racchiusa l’intera risposta cristiana all’eutanasia e al suicidio. Cristo non sceglie la morte come via di fuga dalla sofferenza. Accetta la morte in obbedienza al Padre e trasforma la sofferenza dall’interno. La sua Passione ci insegna che la sofferenza non è priva di senso semplicemente perché è dolorosa. In Lui, la sofferenza può diventare luogo di fedeltà, di abbandono, di purificazione, di intercessione e di amore. La morte rimane un nemico, ma è un nemico vinto non con l’autodeterminazione, bensì con il dono di sé in obbedienza.
Questo ci rivela anche ciò che dobbiamo a chi soffre. Intorno alla Croce, molti fuggono. Ma la Vergine Maria rimane. San Giovanni rimane. Simone di Cirene aiuta a portare la Croce. Ognuno, a modo suo, mostra la vera risposta cristiana alla sofferenza: non l’abbandono, non l’eliminazione, non il permesso sentimentale di morire, ma la presenza. La risposta cristiana non consiste nel far scomparire la sofferenza facendo scomparire chi soffre. Consiste nel rimanere, nell’accompagnare, nell’alleviare il dolore dove possibile, nel pregare, nel sperare e nell’amare.
Una cultura della vita accompagna. Una cultura della morte elimina. La vita è un dono. La dignità è intrinseca. La dipendenza richiede cura, non eliminazione. La libertà trova la sua verità non nella disposizione di sé, ma nel dono di sé sotto lo sguardo di Dio. Il bambino nel grembo materno e la persona morente nel proprio letto sono soggetti allo stesso comandamento, alla stessa misericordia e alla stessa speranza. Non sono cose da gestire. Sono persone da accogliere.

