Provvidenza, diritto, carità e i limiti morali della violenza politica
Di don Francesco Giordano
Originale in inglese: Providence, Law, Charity, and the Moral Limits of Political Violence – Catholic Exchange
Il recente attacco militare sferrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha suscitato un acceso dibattito a livello mondiale. Russia, Cina e Corea del Nord hanno prontamente condannato l’intervento come una violazione del diritto internazionale, e molti commentatori occidentali hanno fatto eco a accuse simili, richiamandosi al divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Tali reazioni presuppongono che l’ordine internazionale sia fondamentalmente regolato da norme giuridiche stabili, in grado di disciplinare il comportamento degli Stati.
Eppure la realtà della politica internazionale appare ben più fragile. Per più di due secoli, il diritto internazionale ha raramente funzionato come un’autorità sovrana in grado di far rispettare le proprie norme. Dalle guerre di Napoleone agli sconvolgimenti del XX secolo e ai conflitti dei giorni nostri, gli eventi politici decisivi sono stati spesso determinati meno dai principi giuridici che dall’equilibrio di potere. Nemmeno la creazione delle Nazioni Unite dopo la Seconda Guerra Mondiale ha eliminato questo problema strutturale. Il sistema internazionale manca di un’autorità universale in grado di imporre l’obbedienza alla legge. In un contesto del genere, il solo richiamo alla legalità internazionale non può garantire la pace o la giustizia.
Per valutare davvero queste situazioni, occorre a un quadro morale più profondo. La sintesi teologica di Tommaso d’Aquino offre tale quadro attraverso la sua esposizione su Provvidenza, Legge e Carità.
Tommaso d’Aquino colloca l’autorità politica all’interno dell’ordine più ampio della provvidenza divina. Dio governa il mondo attraverso cause secondarie, comprese le autorità umane che partecipano – per quanto in modo imperfetto – a questo ordine provvidenziale. Come spiega Tommaso d’Aquino, la provvidenza divina guida le creature attraverso agenti creati che cooperano al governo del mondo (Summa Theologiae I, q.103, a.6; q.105, a.5). L’autorità politica appartiene quindi alla struttura attraverso la quale Dio ordina la società umana verso il bene comune.
Lo scopo di questa autorità non è il dominio arbitrario, ma la promozione del bene comune. Tommaso d’Aquino definisce la legge come «un’ordinanza della ragione per il bene comune, promulgata da chi ha cura della comunità» (Summa Theologiae I–II, q.90, a.4). Senza un’autorità in grado di promulgare e far rispettare tali ordinanze, la legge non può funzionare correttamente. La debolezza del sistema internazionale odierno riflette proprio questo problema: non esiste un’autorità politica che abbia una genuina cura dell’intera comunità globale e sia in grado di far rispettare norme giuridiche universali.
Tommaso d’Aquino insiste inoltre sul fatto che ogni legge umana deriva in ultima analisi la propria legittimità da un ordine morale più profondo. La legge naturale, spiega, è la partecipazione delle creature razionali alla legge eterna di Dio (Summa Theologiae I–II, q.91, a.2). Le comunità politiche rimangono stabili solo quando le loro leggi riflettono questa struttura morale radicata nella natura umana. Quando le nazioni abbandonano questo ordine morale oggettivo, le norme giuridiche diventano soggette agli interessi mutevoli del potere.
Questa intuizione è stata ribadita con forza da Pio XII nella sua enciclica Summi Pontificatus (1939). Riflettendo sullo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, egli identificò nel rifiuto della legge naturale e dell’ordine morale fondato in Dio la causa più profonda del disordine politico moderno. Una pace internazionale stabile, sosteneva, non può essere costruita su norme puramente procedurali o accordi politici mutevoli; deve poggiare sul «fondamento incrollabile della legge naturale e della rivelazione divina».
L’analisi morale di Tommaso d’Aquino mette in luce anche i pericoli della violenza rivoluzionaria. Nella Secunda Secundae egli analizza i vizi opposti alla carità e traccia come il disordine interiore dia origine al conflitto sociale. L’odio e l’invidia portano alla discordia e alla contesa, che a loro volta portano allo scisma, alla guerra e alla sedizione (Summa Theologiae II–II, qq.34–43). La sedizione, spiega, è il turbamento dell’unità della comunità politica e costituisce di solito un peccato grave perché attacca il bene comune (Summa Theologiae II–II, q.42, a.1).
Ciò non significa che sia proibita ogni resistenza all’autorità ingiusta. Tommaso d’Aquino riconosce che l’autorità politica può corrompersi quando i governanti governano per vantaggio privato piuttosto che per il bene della comunità. In tali casi un tiranno può essere legittimamente rimosso dalla comunità politica se questa possiede l’autorità per farlo.
Tuttavia, Tommaso d’Aquino mette in guardia con forza contro il tirannicidio privato. Nel De Regno (I, 6) spiega che quando gli individui si arrogano il diritto di eliminare i governanti sulla base di un giudizio privato, il risultato spesso si rivela peggiore della tirannia stessa, poiché la distruzione dell’autorità può scatenare disordine, conflitto civile e il crollo dell’unità politica.
L’insegnamento contemporaneo della Chiesa riflette questa prudenza tomista. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al paragrafo 2243, ammette la resistenza armata all’oppressione solo a condizioni molto rigorose: gravi e prolungate violazioni dei diritti fondamentali, esaurimento dei rimedi pacifici, fondata speranza di successo, prevenzione di disordini peggiori e assenza di alternative migliori. Ciò che si prevede non è l’assassinio privato, ma una resistenza responsabile finalizzata al ripristino della giustizia e alla salvaguardia del bene comune.
Applicando questi principi alla situazione geopolitica attuale, emerge una conclusione equilibrata. La debolezza dell’ordine giuridico internazionale non elimina le norme morali, ma significa che gli Stati non possono fare affidamento solo sulle istituzioni globali per garantire giustizia e pace. In un mondo in cui non esiste un’autorità universale che faccia rispettare il diritto internazionale, le comunità politiche mantengono la responsabilità di difendersi e di proteggere le condizioni necessarie per il bene comune.
La tradizione cristiana non glorifica la guerra, ma riconosce la tragica necessità della difesa in un mondo decaduto. Tommaso d’Aquino ammette la guerra alle rigide condizioni dell’autorità legittima, della giusta causa e della retta intenzione (Summa Theologiae II–II, q.40, a.1). Lo scopo ultimo di tale azione deve sempre essere il ripristino della pace, intesa come la tranquillità dell’ordine fondata sulla giustizia.
Tra il legalismo ingenuo e la cinica politica di potere si trova il percorso impegnativo proposto dalla tradizione cattolica: un percorso fondato sulla provvidenza divina, strutturato da una legge radicata nella giustizia naturale e guidato soprattutto dalla carità, che cerca di difendere il bene comune senza abbandonare l’ordine morale da cui dipende la vera pace.

