La natura della libertà: formazione umana, discernimento errato e vocazione.

Di Don Francesco Giordano

(Originale in inglese: catholicexchange.com)

Un mio amico sacerdote ha recentemente espresso la sua preoccupazione per la crescente confusione sull’identità e sui valori umani negli ultimi vent’anni. La sua osservazione mi ha spinto a riflettere sulle intuizioni tratte dalla filosofia medievale, in particolare da San Tommaso d’Aquino, riguardo al concetto di tabula rasa, l’idea che l’essere umano nasca come una “tabula rasa”.

Mentre pensatori moderni come John Locke hanno enfatizzato questo concetto in senso radicale, Tommaso d’Aquino e la tradizione classica hanno compreso che esso deve sempre essere accompagnato da una solida spiegazione della natura. Non nasciamo completamente formati, ma non siamo nemmeno indeterminati. La formazione presuppone sempre qualcosa che è già dato.

Una semplice analogia chiarisce questo concetto. Se un cucciolo e un bambino nascono lo stesso giorno ed entrambi sono esposti al linguaggio, entro due anni il bambino inizierà a parlare, mentre il cucciolo no. La differenza non sta nel desiderio, nell’incoraggiamento o nell’ambiente, ma nella natura. Il cucciolo non ha la capacità biologica e razionale per il linguaggio. La formazione non crea la capacità, ma tira fuori ciò che è già presente.

Lo stesso principio si applica all’identità umana e alla vocazione. Gli esseri umani hanno bisogno di formazione e istruzione non per inventare sé stessi, ma per diventare ciò che già sono.

Libertà, natura e vocazione

Se la natura umana non riesce a raggiungere i suoi fini propri, il risultato non è la liberazione, ma la frustrazione. L’infelicità spesso deriva proprio da una discrepanza tra le scelte di vita di una persona e la sua natura oggettiva. La vera realizzazione, quindi, è inseparabile sia dalla natura che dalla vocazione.

Più una persona vive in armonia con la propria natura e la propria autentica vocazione, più diventa genuinamente libera. Questo è ciò che Servais Pinckaers ha descritto come libertà di eccellenza: non la libertà di fare tutto ciò che si vuole, ma la libertà di fare bene ciò che si è destinati a fare.

Questo mette già in discussione un presupposto dominante della modernità: che la libertà consista principalmente nell’assenza di limiti o nella capacità di ridefinire sé stessi secondo i propri desideri. Al contrario, la tradizione classica sostiene che la libertà cresce con l’impegno, non contro di esso. Il violinista è più libero non quando ignora la tecnica, ma quando è disciplinato da essa.

Maldiscernimento e l’illusione dell’autocreazione

A questo punto emerge una domanda cruciale che la cultura contemporanea pone incessantemente: cosa succede quando un individuo discerne in modo errato la propria natura o vocazione? Se la libertà consiste nel soddisfare i propri desideri più profondi, perché una persona non dovrebbe essere incoraggiata a “vivere la propria verità”, anche quando tale verità comporta il rifiuto del sesso biologico, dell’identità ereditata o dei limiti imposti?

Gli slogan moderni – “sii te stesso”, “fai quello che vuoi”, “segui la tua verità” – sembrano riecheggiare l’idea classica che la realizzazione risiede nell’autorealizzazione. Ma questa somiglianza è ingannevole. Ciò che la cultura contemporanea presuppone non è una natura formata che cerca il suo fine proprio, ma un sé radicalmente indeterminato, una vera tabula rasa su cui costruire l’identità.

Qui l’analogia precedente diventa decisiva. Un bambino umano non parla semplicemente perché desidera parlare. Il desiderio da solo non genera la verità. Il desiderio stesso deve essere educato, guarito e giudicato alla luce della natura. È il risultato dell’incontro tra natura e cultura.

La fluidità di genere, quindi, è meglio intesa non come il fiorire della natura umana, ma come un sintomo della sua malformazione. Essa riflette un’antropologia plasmata più dall’educazione che dalla natura, precisamente la traiettoria inaugurata da pensatori come Simone de Beauvoir e successivamente radicalizzata da Judith Butler, per la quale il genere non è ricevuto ma costruito.

Questo quadro attribuisce un peso enorme all’esperienza soggettiva, spesso formata da traumi, pressioni sociali, fragilità psicologica o condizionamenti ideologici, separando l’identità dalla realtà oggettiva della persona umana. Il risultato non è la libertà, ma l’instabilità.

Se la natura fosse davvero una tabula rasa, l’autocreazione sarebbe plausibile. Ma se la natura è reale, intelligibile e orientata verso beni specifici, allora un discernimento errato non libera, ma induce in errore. Si può perseguire sinceramente la felicità e tuttavia allontanarsi da essa. Le buone intenzioni non possono sostituire la verità sulla persona umana.

Falsa libertà e vera libertà

La tradizione classica insiste sul fatto che la libertà non è il potere di ridefinire la realtà, ma la capacità di aderirvi in modo intelligente. Quando il desiderio è separato dalla natura, la libertà crolla nella compulsione. L’espressione di sé diventa frammentazione di sé.

La società impone così agli individui fragili il peso di inventare se stessi senza la guida di una forma umana oggettiva, un peso che nessun essere umano è fatto per portare.

Al centro di questa confusione c’è un’inversione fondamentale. La cultura moderna tratta la libertà come fondamentale e la verità come negoziabile. La tradizione cristiana insiste sul contrario: la verità è fondamentale e la libertà ne deriva. Non siamo liberi perché scegliamo; siamo liberi perché la realtà è intelligibile e buona, e perché le nostre vite sono destinate a conformarsi a quella verità. Quando la libertà è distaccata dalla verità, non si espande, ma si disintegra.

Per i cattolici, questo significa che il discernimento non è mai un progetto solitario di autodefinizione, ma un cammino comunitario e sacramentale in cui il desiderio non viene semplicemente seguito, ma purificato e ordinato verso la verità della persona umana.

Maria e la libertà della piena corrispondenza

Una perfetta incarnazione di questa verità si trova nella Madonna, l’Immacolata Concezione. La sua purezza non limita la sua libertà, ma la perfeziona. Libera dal disordine del desiderio disintegrato, agisce con completa razionalità e disponibilità alla sua vocazione.

Il fiat di Maria non è un atto di auto-invenzione, ma di perfetta corrispondenza tra natura, grazia e chiamata. In lei vediamo che la libertà più alta non nasce dall’indeterminatezza, ma dalla verità pienamente abbracciata.

Conclusione

L’attuale crisi di identità deriva da una profonda confusione sulla libertà. Quando la natura viene negata, il discernimento diventa inaffidabile; quando la vocazione viene separata dalla verità, il desiderio diventa tirannico.

Recuperare una visione della natura umana non è un passo indietro, ma una condizione necessaria per una vera liberazione. Non diventiamo liberi inventando noi stessi, ma diventando – lentamente, dolorosamente e gioiosamente – ciò che già siamo.

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