Vietare l’aborto tardivo

di Don Shenan J. Boquet (7 ottobre 2017)

Lo scrittore pro-aborto Robin Marty è in difficoltà, perché sia i media liberali che conservatori usano abitualmente l’espressione “aborto tardivo”. Sul Cosmopolitan Magazine di questa settimana, in risposta al voto della Camera degli Stati Uniti che intende vietare la maggior parte degli aborti dopo le prime 20 settimane, si lamenta che “non esiste alcuna definizione medica specifica per ‘aborto tardivo’ e perciò i nemici dell’aborto lo usano per indicare quello che vogliono”.

Marty sostiene che l’uso della parola “tardivo” è scientificamente “impreciso” perché alcuni manuali di medicina parlano solo di gravidanze “tardive” facendo riferimento a quelle che hanno raggiunto “41 settimane e 6 giorni”. Probabilmente Marty non ama il termine “tardivo” perché evoca immagini sconvolgenti di bambini interamente formati che sono abortiti – questo è il genere di cose che tende a far schierare contro l’aborto la pancia (e la testa) dell’opinione pubblica.

Ora, chi lavora in medicina può avere le sue buone ragioni per parlare di gravidanza “tardiva” riferendosi solo a quella di 41 settimane circa. Ma i sondaggi mostrano che la persona media istintivamente capisce che quando un aborto è procurato dopo, ad esempio, 18 settimane circa, esso è in realtà molto, molto tardivo. “Precoce” e “tardivo” sono termini assolutamente relativi: ma è raro che qualcuno pensi che qualsivoglia aborto, che consiste nel fare a pezzi un bambino vivo con tutti i suoi organi e le sue caratteristiche completamente sviluppate, sia tutto fuorché “tardivo”.

Don Shenan J. Boquet, Presidente di Vita Umana Internazionale
Don Shenan J. Boquet, Presidente di Vita Umana Internazionale

Contrariamente alle preoccupazioni di Marty, la cosa più deplorevole del dibattito sull’aborto “tardivo” è che esso si sta svolgendo nel 21° secolo: quando i progressi in campo medico hanno mostrato a tutti il bambino ancora nel grembo materno grazie all’ecografia, e quando i bambini nati prematuramente dopo le 22 settimane di gravidanza normalmente sopravvivono.

Chiamare le cose con il loro nome

Purtroppo, parte del motivo per cui esiste ancora questa polemica, è che i sostenitori dell’aborto hanno una lunga esperienza nell’essere diabolicamente abili nel controllare il dibattito, manipolando il linguaggio che usiamo. Se il linguaggio è potere (e lo è), allora i sostenitori dell’aborto hanno spesso avuto la carta vincente. Papa San Giovanni Paolo II ha denunciato con forza questo fenomeno nell’enciclica Evangelium Vitae, dichiarando: “occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20). Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «interruzione della gravidanza», che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita.” (Evangelium Vitae, 58)

Basta esaminare il seguente campionario di espressioni pro aborto: grumo di cellule, prodotto della gravidanza, porre fine alla gravidanza, interrompere la gravidanza, svuotare l’utero dal suo contenuto, libertà riproduttiva, assistenza sanitaria riproduttiva, scelta riproduttiva, vita potenziale, incompatibile con la vita, mio il corpo mia la scelta, il diritto della donna di scegliere, “personalmente” sono contrario all’aborto ma …, contro la libera scelta.

I mercanti di morte sperano che la verità sia ignorata

Ognuna di queste frasi non è altro che un astuto eufemismo pensato per uno scopo: sviare l’attenzione dell’ascoltatore dalla cosa o dall’azione reale che si cela dietro le parole. Lo scopo del linguaggio è trasmettere un messaggio. Ma più che trasmettere un messaggio, queste frasi sono veli, cortine di fumo. Il loro unico obiettivo è aggirare le facoltà critiche dell’ascoltatore e, piuttosto, fare leva sull’emozione o sull’ideologia.

Si consideri, ad esempio, l’espressione “prodotto della gravidanza”. I sostenitori dell’aborto insistono sul fatto che questo sarebbe il termine “corretto” per indicare quello che il medico abortista rimuove dal ventre della donna su cui sta praticando un aborto. In un certo senso, il termine è esatto. L’aborto, infatti, rimuove il “prodotto della gravidanza”. Ma la logica domanda successiva è: “q1ual è il prodotto della gravidanza?”

La risposta – “un bambino!” – è del tutto inopportuna per gli abortisti ed è il motivo per cui i sostenitori dell’aborto fanno attenzione affinché a nessuno ponga mai tale domanda.

Abbiamo già sentito in precedenza una replica puntuale all’argomento di Marty. Nel 2003, Katha Pollitt, scrivendo nel The Nation, si è lamentata dell’uso diffuso del termine “aborto con nascita parziale”, sostenendo che esso “non ha alcun significato medico preciso e non si trova in nessun testo di medicina”.

Forse non si troverà in nessun manuale dei medicina, ma se lo scopo del linguaggio è quello di trasmettere il significato, allora il termine “aborto con nascita parziale” è molto più preciso. Certamente è preferibile alla forma alternativa cara alla Pollitt – “dilatazione ed estrazione (D&E)” – che per la persona media non vuol dire quasi nulla.

Infatti, se Pollitt avesse veramente voluto essere “precisa”, sarebbe stato molto meglio descrivere semplicemente la procedura stessa. Forse qualcosa come: alla madre del bambino viene indotto il parto; il bambino è mezzo nato con il torace fuori dal corpo di sua madre, ma la testa è ancora dentro, e a quel punto l’abortista pratica un foro nel cranio del bambino vivo e aspira il suo cervello, infine butta il cadavere da smaltire nella spazzatura.

Se i media avessero usato questa descrizione ogni volta che usavano il termine “aborto con nascita parziale”, ho il sospetto che il dibattito sull’aborto con nascita parziale sarebbe stato molto più breve di quello che è stato.

Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene

Il linguaggio è importante. Cristo è presentato da San Giovanni come “il Verbo”. Il Verbo ha avuto il potere di cambiare radicalmente il corso della storia umana, donandoci la nostra salvezza. Il Verbo è Verità. E nella misura in cui le nostre parole sono vere, partecipano al Verbo.

Quando parliamo dell’aborto, allora dobbiamo fare attenzione a dire la verità, come ci ha chiesto Papa San Giovanni Paolo II, a “chiamare le cose con il loro nome”. Il “prodotto della gravidanza” è un bambino. “Svuotare l’utero dal suo contenuto” significa uccidere un bambino vivo. Procurare un aborto “tardivo” vuol dire uccidere un bambino con tutti i suoi organi perfettamente formati e, in molti casi, così sviluppati da poter vivere al di fuori del grembo materno, scalciare, piangere e succhiarsi il pollice: un bambino che la scienza ci insegna che sentirà sicuramente l’atroce dolore di essere fatto a pezzi, arto dopo arto, dall’aborto.

La verità va detta, ogni singolo aborto che ha luogo dopo il concepimento è un aborto “tardivo”. Perché, quando si tratta del valore intrinseco di un essere umano, non esiste “prematuro” o “tardivo”. Un novantenne non ha in sé più dignità o un maggiore diritto alla vita di un bambino di un anno, o di un bambino nel grembo alla decima settimana di gravidanza, o di un bambino appena concepito. Uccidere uno di loro significa distruggere un mondo a sé stante: una persona umana autonoma, irripetibile e assolutamente unica, con un’anima immortale creata da Dio.

Fortunatamente, durante questo recente dibattito presso la Camera degli Stati Uniti, c’è stato chi non ha avuto paura di dire la verità, come il repubblicano Sean Duffy, che ha criticato duramente i democratici favorevoli all’aborto per aver parlato continuamente di “compassione”, ignorando la tragedia dei non nati.

“Non possiamo unirci e dire che siamo intenzionati a stare dalla parte dei piccoli bambini che provano dolore, che sopravvivono al di fuori del grembo materno?” ha detto al Congresso. “Con chi non ha lobbisti e soldi? Perché non ci mettiamo dalla parte di quei piccoli bambini?”

E ha aggiunto: “Se volete stare dalla parte di chi è indifeso, di chi è senza voce, dovete stare dalla parte dei piccoli bambini. Non parlatemi di crudeltà nel nostro disegno di legge – quando vedete quei piccoli bambini fatti a pezzi e provare un atroce dolore. Se non riusciamo a difendere questi bambini, cosa ci stiamo a fare in questa istituzione?”

Amen.

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