Il primo bambino belga ucciso con l’eutanasia, il piano inclinato diventa un precipizio

Di Stephanie Pacheco. (Fonte truthandcharityforum.org)

 

Nel 2014, il Belgio ha esteso le sue leggi sull’eutanasia includendo anche i bambini. Quest’anno è stato confermato il primo caso di un omicidio di un minore, il cui nome è stato mantenuto segreto per proteggere la riservatezza della famiglia. La presunta bontà della vita sulla morte è stata ulteriormente indebolita.

Altri due casi dal 2010 hanno condotto al passo successivo: nel 2012 una madre britannica, Charlotte Fitzmaurice, ha indetto una petizione ed ha ottenuto il diritto legale di uccidere sua figlia Nancy Fitzmaurice, disabile e sofferente ma non malata terminale. Nel 2013 Marc e Eddy Verbessem, due gemelli adulti, sordi, sani di mente, hanno scelto l’eutanasia quando hanno cominciato a diventare ciechi.

Grazie a questi casi di malati non terminali che hanno scelto la morte, e, cosa sconvolgente, di bambini la cui morte è stata scelta da altri, per la vita umana non sembrano quasi esserci difese. Indubbiamente in questi casi è presente una profonda sofferenza, cosa che deve farci riflettere, ma poiché l’inclinazione a preferire la morte piuttosto che la vita diventa maggiore, temo che i motivi filosofici a sostegno di questi casi creino un precipizio, più che un pendio, un precipizio che in realtà non ha alcuna base per affermare il valore della vita in assoluto.

La questione del dolore è importante ed ha dato corpo agli argomenti a favore della dolce morte. Ma ci si dovrebbe chiedere se è o no il dolore, la paura o la disabilità a sostituire l’imperativo innato di preservare la vita. I sostenitori della legalizzazione dell’eutanasia sostengono che il dolore, la paura di perdere alcune capacità e una grave invalidità in effetti vincono ogni pretesa di dignità intrinseca della vita.

Nei paesi e le province in cui il suicidio assistito (in cui il paziente partecipa) e l’eutanasia (in cui il medico somministra la sostanza mortifera), il contesto sociale sembra indifferente o quasi elogiativo nei confronti dei casi che fanno notizia. Raramente appaiono preoccupazioni per la dignità o la bontà della vita, e sono dipinte come antiquate.

Di conseguenza, l’approvazione legale dell’eutanasia è cresciuta: nel 2006, l’Oregon ha difeso le leggi per l’eutanasia, e il 2008 ha visto sia il Lussemburgo che il Belgio legalizzare tale pratica. In origine essa era riservata ai più anziani, ai malati terminali, a chi soffre molto. Dal momento che le leggi sul fine vita hanno riscosso successo, esse hanno finito per includere coloro che non possono scegliere autonomamente, come l’anziano e disabile, i bambini, come nel caso del bambino belga, chi pur non essendo malato terminale si trova ad affrontare una terribile invalidità, come i gemelli Verbessem, e i casi che combinano questi diversi aspetti, cioè i bambini disabili che soffrono, ma non sono malati terminali, come Nancy Fitzgibbons.

In molti paesi oggi, le condizioni terminali per giustificare l’eutanasia sono un requisito del passato. In Olanda, “La sofferenza non deve necessariamente essere correlata ad una malattia terminale e non è limitata alla sofferenza fisica intesa come dolore. Essa può includere, per esempio, la prospettiva della perdita della dignità personale o il crescente decadimento personale, o la paura del soffocamento”.

Con queste linee guida soggettive, non ci sono più, in molti stati e nazioni, protezioni legali funzionali, riguardo qualsiasi condizione di vita. Una persona con una grave depressione, per esempio, soffre di grande angoscia emotiva che lui o lei sente che può essere risolta solo con la morte. Non c’è nulla in linea di principio per impedire formalmente a una tale persona di ricorrere all’eutanasia. Questo è ciò che in realtà è accaduto a una donna, chiamata semplicemente Eva, nel documentario di Alexander Decommere End Credits (trad. Titoli di coda).

Se non possiamo in linea di principio escludere la morte per motivi fisici, su quali basi dobbiamo discutere che ogni vita è degna di essere vissuta?

 

Sofferenza

La sofferenza è dura da sopportare, molto dura. Eppure, noi tutti soffriamo in varia misura e in modi diversi, in modalità che cambiano nel corso della vita di una persona.

Ma l’esistenza di un forte dolore non supera la realtà filosofica dell’essere, dell’esistenza, la quale rimane essenzialmente buona per gli esseri umani viventi indipendentemente dal loro livello di disabilità. In casi estremi, ciò può diventare molto difficile da discernere. Ma proprio dove è più difficile da vedere, è proprio là che è più importante da difendere. Perché nelle situazioni che ci mettono alla prova, possiamo tracciare le linee guida.

Se la nostra linea guida ammette che la vita non vale la pena di essere vissuta a causa di una disabilità, di un dolore, o della la paura di una disabilità, allora abbiamo perso la capacità di tracciare qualsiasi linea che sostiene la bontà fondamentale della vita umana o dell’esistenza in generale.

Il grande filosofo morale contemporaneo Alasdair MacIntyr, prima marxista poi Cattolico, esplora la realtà della disabilità umana e la dipendenza nei suo libro Dependent Rational Animals. Egli osserva che siamo tutti esseri interdipendenti, la pura indipendenza essendo un mito della tradizione filosofica occidentale:

Questa dipendenza dagli altri per la protezione e sostentamento è più evidente nella prima infanzia e in età avanzata. Ma tra questi primi e gli ultimi stadi le nostre vite sono tipicamente segnate da periodi di infortunio più o meno lunghi, da malattie o altre disabilità e alcuni di noi sono disabili lungo tutta la durata della vita … Eppure la storia della filosofia morale occidentale suggerisce il contrario.

La filosofia morale classica occidentale è fondata sull’agente indipendente che dona la carità agli “altri” che così ne hanno bisogno. Quello che il libro di MacIntyre sostiene è la necessità di un’interdipendenza continua tra gli uomini, anche se a diversi livelli, per tutte la nostre vite. La realtà della disabilità non sminuisce la persona sofferente, fino al punto di farle perdere la dignità della vita.

Questo non vuol dire che alcune persone non abbiano maggiormente bisogno di cure rispetto ad altre, o che alcune persone non soffrano più di altre. Chiaramente, alcune sono disabili e soffrono di più. Anche se la sofferenza è dura da sopportare e da vedere, a causa di essa non possiamo sostenere la vita, di qualcun altro o nostra, sia indegna. Se lo facciamo, come le nostre leggi hanno già fatto, il solo aspetto moralmente significante di una vita degna si distorce nell’esperienza soggettiva del dolore, un criterio che ci mette tutti nel mirino.

 

(Traduzione a cura di HLI)

Stephanie Pacheco, scrittrice
Stephanie Pacheco, scrittrice
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